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art. 5 legge fall.

11 provvedimenti

Reclamo contro Dichiarazione di Fallimento: L’Accollo non Libera il Debitore
Un'azienda è stata dichiarata fallita su richiesta dell'Agenzia delle Entrate - Riscossione. Il suo rappresentante legale ha presentato un reclamo contro la dichiarazione di fallimento, sostenendo che parte del debito fiscale era stato oggetto di "rottamazione delle cartelle" e un'altra parte era stata accollata da una terza società. La Corte d'Appello ha respinto il reclamo. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che l'accollo del debito non libera automaticamente il debitore originario, specialmente per i debiti fiscali, e che i fatti rilevanti sono solo quelli esistenti al momento della decisione sul fallimento.
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Presupposti per la Dichiarazione di Fallimento: Basta un Credito Sommario?
Un Creditore ha chiesto la dichiarazione di fallimento per una Società. La Società ha contestato la richiesta, sostenendo che il credito non era certo né esigibile, mancando un titolo giudiziale definitivo. La Corte di Cassazione ha chiarito che per la `dichiarazione di fallimento`, non serve un accertamento definitivo del credito. Basta una valutazione sommaria (delibazione incidentale) della sua esistenza. La Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso della Società, confermando la necessità di una valutazione preliminare e non definitiva del credito per avviare la procedura fallimentare.
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Stato di insolvenza: i criteri per la liquidazione
La Corte di Cassazione ha confermato il fallimento di una società in liquidazione, stabilendo che lo stato di insolvenza deve essere valutato in base alla capacità del patrimonio di coprire integralmente i debiti. Nel caso esaminato, l'attivo immobiliare era di difficile vendita, come dimostrato da diverse aste deserte, e il passivo superava i 5 milioni di euro. La Corte ha ribadito che la difficoltà di liquidazione è sintomatica di un valore di realizzo insufficiente a soddisfare i creditori.
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Stato di insolvenza e sequestro penale: la guida.
Una società, già sottoposta a sequestro preventivo penale, ha impugnato la dichiarazione di fallimento emessa dal tribunale competente. La ricorrente sosteneva l'incompetenza territoriale, ritenendo che la sede si fosse spostata presso lo studio dell'amministratore giudiziario, e lamentava la violazione del diritto di difesa per il mancato accesso alle scritture contabili. La Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che l'amministratore giudiziario svolge funzioni conservative e non sposta la sede dell'impresa. Inoltre, ha ribadito che lo stato di insolvenza si manifesta con fatti esteriori e che l'amministratore unico era consapevole della situazione economica, avendo partecipato attivamente al procedimento.
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Bancarotta preferenziale: crisi e insolvenza distinte
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per bancarotta preferenziale a carico di un amministratore che aveva rimborsato finanziamenti ai soci. La sentenza stabilisce che per la configurabilità del reato è sufficiente la consapevolezza di un grave stato di crisi economica, anche se precedente alla formale dichiarazione di insolvenza, poiché tale condizione impone il rispetto della parità di trattamento tra tutti i creditori.
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Insolvenza società cancellata: la decisione della Corte
Una società in liquidazione, cancellata dal registro delle imprese con beni immobili ancora da vendere, è stata dichiarata fallita. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, stabilendo che per l'insolvenza società cancellata non conta solo il valore teorico del patrimonio, ma la concreta impossibilità di soddisfare i creditori in tempi utili. La mancanza di un organo sociale che possa liquidare gli asset è un fattore decisivo che giustifica la dichiarazione di fallimento.
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Soglia minima concordato: la Cassazione fa chiarezza
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 21336/2024, ha confermato che la proposta di concordato preventivo liquidatorio deve garantire inderogabilmente il pagamento di almeno il 20% ai creditori chirografari. La Corte ha rigettato il ricorso di un consorzio la cui proposta, offrendo solo il 14%, era stata dichiarata inammissibile, portando alla dichiarazione di fallimento. È stato chiarito che la soglia minima concordato è un presupposto di ammissibilità della domanda, che non può essere sanato da successive argomentazioni, come la presunta prescrizione di alcuni debiti. La decisione ribadisce la rigidità di tale requisito a tutela dei creditori.
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Raddoppio contributo unificato: non è una sanzione
La Corte di Cassazione chiarisce la natura del raddoppio del contributo unificato. In un caso di fallimento revocato, la Corte ha stabilito che tale onere non è una sanzione basata sulla colpa, ma una conseguenza fiscale oggettiva che si applica solo alla parte il cui gravame viene integralmente respinto o dichiarato inammissibile. Pertanto, non poteva essere addebitato alla parte creditrice, convenuta in un giudizio di reclamo poi accolto.
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Difetto di Interesse: inammissibilità e spese legali
La Cassazione dichiara l'inammissibilità di un ricorso per sopravvenuto difetto di interesse, sorto a seguito di un nuovo orientamento delle Sezioni Unite. La Corte ha compensato le spese processuali, valorizzando la condotta della parte che ha rinunciato al ricorso dopo il mutamento giurisprudenziale.
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Fallimento senza risoluzione: la Cassazione decide
Una società in concordato preventivo liquidatorio viene dichiarata fallita per l'incapacità di adempiere al piano, a causa di mancate vendite e nuovi debiti. La Corte d'Appello revoca il fallimento, ma la Corte di Cassazione cassa la decisione. Il principio affermato è che il fallimento senza risoluzione formale del concordato è legittimo quando emerge o persiste uno stato di insolvenza che impedisce l'esecuzione del piano, come l'incapacità di pagare i debiti prededucibili sorti durante la procedura.
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Fallimento dopo concordato: sì senza risoluzione
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 15851/2024, ha stabilito un principio cruciale in materia di diritto fallimentare. Ha chiarito che è possibile dichiarare il fallimento di un'impresa, precedentemente ammessa a concordato preventivo omologato, che non adempia agli obblighi concordatari. Tale dichiarazione non richiede la preventiva risoluzione del concordato stesso. L'inadempimento del piano concordatario manifesta la persistenza dello stato di insolvenza e legittima una nuova istanza di fallimento. Questa decisione ribalta la precedente interpretazione di una corte d'appello, sottolineando che la risoluzione del concordato e la dichiarazione di fallimento dopo concordato sono due rimedi distinti e non consequenziali.
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