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art. 5 l.f.

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25 provvedimenti

Accordo di ristrutturazione: il deposito non basta
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 34837/2024, ha rigettato il ricorso di una società in liquidazione contro la propria dichiarazione di fallimento. La Corte ha stabilito che, per rispettare i termini di legge, l'accordo di ristrutturazione dei debiti non deve essere solo depositato, ma anche iscritto nel Registro delle Imprese. Questa formalità è essenziale per garantire la pubblicità dell'atto e tutelare i creditori. Inoltre, sono stati ritenuti insussistenti i presupposti per il cosiddetto 'cram down fiscale', poiché la proposta all'amministrazione finanziaria era tardiva e non ne era stata provata la convenienza rispetto alla liquidazione.
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Fattibilità del concordato: limiti del giudice
Una società ha presentato ricorso in Cassazione dopo che la sua domanda di concordato preventivo era stata respinta per mancanza di fattibilità economica. La Corte Suprema ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che il tribunale ha il dovere di valutare la fattibilità del concordato, limitatamente alla manifesta inettitudine del piano a raggiungere i suoi obiettivi. Il ricorso è stato inoltre respinto per la sua genericità e perché mirava a un riesame dei fatti, non consentito in sede di legittimità.
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Liquidazione giudiziale: quando è legittima la richiesta?
La Corte di Cassazione conferma la legittimità di una richiesta di liquidazione giudiziale anche in assenza di un previo tentativo di esecuzione forzata. Con l'ordinanza in esame, viene ribadito che per avviare la procedura è sufficiente un accertamento incidentale del credito da parte del giudice, senza necessità di un titolo esecutivo. La Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso di una società, confermando la decisione dei giudici di merito che ne avevano dichiarato l'insolvenza sulla base di una pesante esposizione debitoria.
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Stato di insolvenza: quando la crisi è permanente?
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di una società edile contro la propria dichiarazione di fallimento. La società sosteneva una crisi temporanea dovuta alla pandemia, ma la Corte ha ritenuto che la mancata presentazione dei bilanci, l'assenza di dipendenti e l'esposizione debitoria complessiva dimostrassero uno stato di insolvenza strutturale e non transitorio. Il ricorso è stato respinto anche per motivi procedurali, non avendo indicato con precisione gli atti processuali a supporto delle proprie tesi.
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Abuso del diritto: no a concordati per ritardare il fallimento
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 20182/2025, ha stabilito che la presentazione di una nuova domanda di concordato preventivo, al solo scopo di eludere le conseguenze negative di una precedente procedura destinata all'insuccesso, costituisce un abuso del diritto. La Corte ha rigettato il ricorso di una società, confermando sia la sua dichiarazione di fallimento sia l'estensione dello stesso a un'altra società, riconosciuta come socia di una supersocietà di fatto. La decisione ribadisce che gli strumenti di risoluzione della crisi non possono essere usati in modo strumentale e dilatorio per paralizzare le legittime istanze dei creditori.
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