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Art. 49 T.F.U.E.

12 provvedimenti

Partecipation exemption: rimborso Ires alle società estere
Una società di diritto francese ha venduto le proprie quote in una società italiana, realizzando una plusvalenza. L'Agenzia delle Entrate ha tassato questo guadagno applicando le regole per i soggetti non residenti, molto più onerose rispetto a quelle previste per le società italiane. Queste ultime beneficiano infatti della partecipation exemption, che esenta dalle tasse il 95% del guadagno. La società estera ha quindi chiesto il rimborso delle maggiori imposte pagate. La Corte di Cassazione ha dato ragione alla società francese, stabilendo che negare la partecipation exemption alle società dell'Unione Europea prive di stabile organizzazione in Italia costituisce una discriminazione vietata dal diritto comunitario. L'Agenzia delle Entrate è stata condannata a rimborsare la differenza e a pagare le spese legali.
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Concorrenza sleale e scommesse: lo scontro tra Stato e UE
Un concessionario italiano per la raccolta di scommesse sportive ha citato in giudizio un operatore estero e il suo affiliato locale, accusandoli di concorrenza sleale per aver avviato la stessa attività nello stesso comune senza le licenze statali richieste. La Corte d'Appello ha respinto la domanda di risarcimento, ritenendo che le norme italiane sulle licenze violassero il diritto dell'Unione Europea e andassero quindi disapplicate. Il concessionario ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte, data la particolare complessità e rilevanza della questione riguardante il rapporto tra concessioni nazionali e norme europee, non ha ancora deciso il vincitore, ma ha disposto il rinvio della causa a una pubblica udienza per un esame più approfondito.
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Scommesse: Licenza commerciale non basta, Cassazione attende l’UE
L'Agenzia delle Dogane ha multato il gestore di un esercizio commerciale per aver raccolto giocate per conto di un bookmaker estero senza la specifica licenza per raccolta scommesse (art. 88 T.U.L.P.S.). Il gestore sosteneva che la licenza commerciale generica (art. 86 T.U.L.P.S.) fosse sufficiente e che la normativa italiana violasse i principi europei di libera prestazione dei servizi. La Corte di Cassazione ha deciso di non emettere una sentenza definitiva. Ha sospeso il giudizio in attesa di una pronuncia della Corte di Giustizia dell'Unione Europea su un caso simile. L'esito della vicenda dipenderà quindi da questa futura decisione europea, che chiarirà la compatibilità della legge italiana con le norme comunitarie.
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Esterovestizione: i criteri della Cassazione
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di una società con sede legale a San Marino accusata di esterovestizione dall'Amministrazione Finanziaria. Nonostante i giudici di merito avessero inizialmente annullato l'accertamento ritenendo sufficiente la prova della sede legale estera, la Suprema Corte ha ribaltato la decisione. La Corte ha chiarito che la residenza fiscale deve essere determinata in base alla sede dell'amministrazione effettiva o al luogo di svolgimento dell'oggetto principale. La prova dell'esterovestizione può basarsi su presunzioni che il giudice deve valutare globalmente e non in modo parcellizzato.
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Esterovestizione: come evitare rischi fiscali
L'Agenzia delle Entrate ha contestato l'esterovestizione a una società con sede legale formale a San Marino, sostenendo che la direzione effettiva e l'oggetto principale dell'attività fossero situati in Italia. La Corte di Giustizia Tributaria regionale aveva inizialmente annullato l'accertamento, ritenendo sufficiente la prova della sede legale estera e della tenuta della contabilità in loco. La Corte di Cassazione ha ribaltato tale decisione, chiarendo che il giudice non può limitarsi a un'analisi atomistica dei singoli elementi, ma deve valutare complessivamente se la sede dell'amministrazione (place of effective management) sia realmente situata nel territorio italiano, indipendentemente dal dato formale della sede legale.
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Esterovestizione: la sede legale estera non basta
L'Agenzia delle Entrate ha contestato l'esterovestizione a una società con sede legale a San Marino, sostenendo che la direzione effettiva e l'attività principale fossero svolte in Italia da un soggetto residente. Dopo due gradi di giudizio favorevoli alla società, la Corte di Cassazione ha ribaltato l'esito. La Suprema Corte ha stabilito che la semplice esistenza di una sede legale estera non esclude la residenza fiscale italiana se la gestione amministrativa avviene nel territorio dello Stato. I giudici di merito hanno errato nel valutare gli indizi in modo frammentario, mentre avrebbero dovuto analizzarli globalmente per verificare la reale sede dell'amministrazione.
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Esterovestizione: come si prova la residenza fiscale
La Corte di Cassazione ha annullato una sentenza che escludeva l'esterovestizione di una società con sede legale a San Marino. I giudici di merito avevano erroneamente considerato sufficiente la presenza formale della sede estera e della contabilità in loco. La Suprema Corte ha invece stabilito che la residenza fiscale dipende dalla sede dell'amministrazione effettiva e dal luogo di svolgimento dell'attività principale. Gli elementi indiziari forniti dal Fisco devono essere valutati in modo unitario e non atomistico per dimostrare la fittizietà della localizzazione estera.
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Esterovestizione societaria: i criteri della Cassazione
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Agenzia delle Entrate contro una società con sede legale a San Marino, accusata di esterovestizione. I giudici di merito avevano inizialmente annullato l'accertamento ritenendo sufficiente la prova della sede legale estera e della contabilità tenuta in loco. La Suprema Corte ha invece chiarito che la residenza fiscale dipende dalla sede dell'amministrazione effettiva e dal luogo di svolgimento dell'oggetto principale. La prova della fittizia localizzazione deve basarsi su una valutazione globale e unitaria di tutti gli elementi indiziari, come il ritrovamento di documenti gestionali presso la residenza italiana dei soci, superando il mero dato formale della sede legale.
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Raccolta illegale scommesse: la Cassazione conferma
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un gestore di un centro scommesse, condannato per raccolta illegale scommesse. La sentenza chiarisce che l'adesione alla sola sanatoria fiscale non sana l'illiceità penale della condotta e che la presunta discriminazione subita dal bookmaker estero non giustifica l'operatività in assenza di licenza, soprattutto quando non si è tentato di aderire alle procedure di regolarizzazione disponibili.
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Raccolta scommesse illegale: la decisione della Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un gestore di un centro scommesse, condannato per raccolta scommesse illegale. La Corte ha stabilito che l'attività non era una mera trasmissione di dati, ma un'intermediazione diretta, con incasso di denaro e uso di conti gioco personali. Tale condotta integra il reato, a prescindere da eventuali discriminazioni subite dal bookmaker estero nelle gare per le concessioni italiane.
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Licenza NCC: Stop alle restrizioni del Comune di Venezia
La Corte di Cassazione ha annullato le sanzioni amministrative emesse dal Comune di Venezia contro una società di trasporto acqueo e un operatore individuale. La controversia riguardava le restrizioni imposte agli operatori con licenza NCC rilasciata da altri comuni per la circolazione nelle acque interne di Venezia. La Corte ha ritenuto l'ordinanza comunale illegittima per eccesso di potere, in quanto creava una discriminazione ingiustificata, violando i principi di libera concorrenza e libera circolazione dei servizi. Di conseguenza, le multe sono state annullate.
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Transfer pricing finanziamenti: onere della prova
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 7361/2024, si è pronunciata sul tema del transfer pricing finanziamenti infragruppo. Il caso riguardava una holding italiana che aveva concesso finanziamenti a società controllate estere a tassi di interesse ritenuti non conformi al principio di libera concorrenza dall'Agenzia delle Entrate. La Corte ha cassato la decisione di merito, chiarendo la ripartizione dell'onere della prova: spetta all'Amministrazione Finanziaria dimostrare l'esistenza di una transazione comparabile a condizioni di mercato, inclusa la valutazione del credit rating della società debitrice. Solo successivamente, il contribuente ha l'onere di provare le ragioni commerciali che giustificano l'eventuale scostamento da tali condizioni. La sentenza impugnata è stata annullata per non aver correttamente applicato questo principio, limitandosi a considerazioni generiche senza un'adeguata analisi fattuale.
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