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art. 47-ter, comma 01, Ord. pen.

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Detenzione domiciliare ultrasettantenni: Pene accessorie vs recidiva
Una ex magistrato condannata chiede la detenzione domiciliare ultrasettantenni. Il Tribunale di Sorveglianza la nega, ritenendo alto il pericolo di recidiva. La Cassazione, però, annulla la decisione. I giudici non avevano considerato le pene accessorie definitive, come l'interdizione perpetua dai pubblici uffici, che di fatto azzerano la possibilità per la donna di commettere reati legati alla sua precedente funzione. La Corte ha stabilito che queste pene sono elementi positivi da valutare nel giudizio sulla pericolosità sociale, rinviando il caso per una nuova decisione.
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Affidamento in prova: valutazione oltre i reati passati
Un uomo in detenzione domiciliare si vede negare l'affidamento in prova dal Tribunale di Sorveglianza a causa della gravità dei reati passati. La Corte di Cassazione annulla la decisione, stabilendo che per la concessione dell'affidamento in prova è necessaria una valutazione completa e attuale della personalità del condannato, che non può basarsi esclusivamente sui precedenti penali, ma deve considerare il comportamento successivo, i progressi nel percorso di reinserimento e altri elementi positivi.
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Giudizio di rinvio: i limiti del potere del giudice
La Corte di Cassazione ha chiarito i limiti del potere del giudice nel giudizio di rinvio. Nel caso specifico, un condannato si era visto revocare la detenzione domiciliare, precedentemente concessa, dal Tribunale di sorveglianza in sede di rinvio. La Suprema Corte ha annullato tale decisione, stabilendo che il giudice del rinvio non può modificare le statuizioni di una precedente sentenza che non sono state oggetto di impugnazione e sono, pertanto, divenute definitive. La cognizione del giudice è circoscritta ai soli punti annullati dalla Cassazione, per effetto del principio devolutivo dell'impugnazione.
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Detenzione domiciliare ultrasettantenne: la decisione
La Corte di Cassazione ha annullato un'ordinanza del Tribunale di Sorveglianza che aveva negato la detenzione domiciliare a un condannato, diventato settantenne prima della decisione. Il caso chiarisce un principio fondamentale sulla detenzione domiciliare ultrasettantenne: il requisito anagrafico deve essere verificato al momento della delibera giudiziaria, non della presentazione dell'istanza. La Corte ha rinviato il caso per un nuovo esame, sottolineando l'errore del giudice di merito.
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Detenzione domiciliare ultrasettantenni: la Cassazione
La Corte di Cassazione ha annullato un'ordinanza di inammissibilità emessa dal Tribunale di Sorveglianza. Quest'ultimo aveva respinto la richiesta di detenzione domiciliare di un condannato ultrasettantenne, ritenendo la pena troppo lunga. La Suprema Corte ha chiarito che la specifica forma di detenzione domiciliare ultrasettantenni non è soggetta a limiti di pena e che il giudice di prime cure ha erroneamente omesso di valutare l'istanza sotto questo profilo. Il caso è stato rinviato al Tribunale di Sorveglianza per una nuova valutazione nel merito.
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Detenzione domiciliare: no con reati ostativi
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 20266/2024, ha stabilito che la detenzione domiciliare non può essere concessa per i condannati per reati ostativi, anche se è stata riconosciuta la loro collaborazione con la giustizia. La Corte ha chiarito che il divieto non deriva dall'art. 4-bis dell'ordinamento penitenziario (che prevede eccezioni per i collaboratori), ma dall'art. 47-ter, che crea una preclusione assoluta facendo riferimento solo all'elenco dei reati di cui all'art. 4-bis, senza recepirne le eccezioni.
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Detenzione domiciliare ultrasettantenni: la Cassazione
La Cassazione, con Sentenza n. 34479/2025, rigetta il ricorso del PM. Chiarisce che la nuova procedura di detenzione domiciliare ultrasettantenni (art. 656 co. 9-bis c.p.p.) si applica solo a chi è già in custodia cautelare, non a tutti i condannati liberi sopra i 70 anni, per evitare disparità di trattamento.
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Detenzione domiciliare umanitaria: la salute prevale
La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza di un Tribunale di Sorveglianza che negava la detenzione domiciliare umanitaria a un detenuto con gravi patologie. La Corte ha stabilito che il giudice non può ignorare una relazione medica che attesta l'incompatibilità con il regime carcerario senza fornire una motivazione tecnica adeguata e senza condurre un'indagine approfondita sulle reali condizioni di salute e sulla concreta possibilità di cura in carcere. Il diritto alla salute e alla dignità del detenuto deve essere bilanciato con la pericolosità sociale solo dopo un accertamento completo dello stato di infermità.
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