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Art. 45 Codice Civile

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Liquidazione giudiziale: la sede cambia ma il giudice resta
Due creditrici hanno chiesto l'apertura della liquidazione giudiziale nei confronti di una società a responsabilità limitata. La società debitrice aveva trasferito la propria sede legale da Roma a Concorezzo meno di un anno prima del deposito del ricorso. Sia il Tribunale di Roma che il Tribunale di Monza si sono dichiarati incompetenti, sollevando un conflitto negativo di competenza. La Corte di Cassazione ha stabilito che il trasferimento della sede legale avvenuto nell'anno antecedente alla domanda è irrilevante per determinare il giudice competente. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato la competenza del Tribunale di Roma, disponendo la riassunzione della causa entro sessanta giorni.
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Sede Legale Fittizia: il COMI si basa sulla realtà operativa
Una società trasferisce la propria sede legale a Roma, ma di fatto continua a operare dalla Puglia, dove si trovano l'amministrazione e la contabilità. Quando viene richiesta la sua liquidazione giudiziale, sorge un conflitto sulla competenza territoriale. La Corte di Cassazione chiarisce che, ai fini della procedura, non conta l'indirizzo formale, ma il Centro degli interessi principali (COMI), ovvero il luogo dove l'azienda svolge effettivamente la sua attività direttiva in modo riconoscibile dall'esterno. Poiché la sede di Roma era un mero recapito fittizio, la Corte ha confermato la competenza del tribunale pugliese, rigettando il ricorso della società.
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Trasferimento illegittimo: il giudicato esterno decide
Una lavoratrice contesta il trasferimento da una sede all'altra, giustificato dall'azienda con ragioni organizzative. La Corte di Cassazione ha dichiarato il trasferimento illegittimo applicando il principio del "giudicato esterno": una precedente sentenza definitiva tra le stesse parti, riguardante il licenziamento della dipendente, aveva già accertato l'illegittimità dello stesso trasferimento. Questa decisione è diventata vincolante, portando all'annullamento della sentenza d'appello e al rinvio del caso per una nuova valutazione basata su questo punto fermo.
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Contrattazione collettiva: l’ultra-attività degli accordi
Una lavoratrice di un ente di riscossione ha ottenuto il riconoscimento di un elemento retributivo previsto dal CCNL bancario, grazie all'applicazione di un accordo aziendale che legava i due trattamenti economici. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'ente, confermando la decisione dei giudici di merito. La sentenza sottolinea l'importanza dei requisiti formali del ricorso e il principio dell'ultra-attività nella contrattazione collettiva, secondo cui un accordo può continuare a produrre effetti se così stabilito da patti successivi.
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Amministrazione di sostegno e procura: quale prevale?
Un amministratore di sostegno, figlio della beneficiaria, si vede respingere i rendiconti per prelievi ingiustificati. Invoca una precedente procura a suo favore, ma la Cassazione rigetta il ricorso. La nomina in amministrazione di sostegno, afferma la Corte, supera e sostituisce la procura volontaria, imponendo i limiti e le autorizzazioni del giudice tutelare.
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Sgravi contributivi: non automatici senza domanda
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di una lavoratrice agricola, stabilendo che gli sgravi contributivi non sono automatici ma richiedono una specifica domanda amministrativa. La Corte ha inoltre confermato che la prescrizione dei contributi decorre dalla scadenza del termine di pagamento e che la base imponibile non può essere ridotta in base all'orario effettivo se inferiore a quello contrattuale minimo.
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Agevolazioni contributive: i limiti degli accordi
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un datore di lavoro agricolo che richiedeva l'applicazione di agevolazioni contributive sulla base di un accordo provinciale. La Corte ha stabilito che se l'accordo di riallineamento retributivo è invalido, perché costituisce una variazione non consentita dalla legge, il datore di lavoro perde automaticamente il diritto a tali benefici. La decisione sottolinea il legame inscindibile tra la validità dell'accordo e l'accesso agli sgravi, rigettando sia il ricorso del datore di lavoro che quello dell'ente previdenziale.
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Revoca buoni pasto: le regole per la Pubblica Amm.
Un ente pubblico ha interrotto l'erogazione dei buoni pasto ai dipendenti con una decisione unilaterale. La Cassazione ha confermato la condanna al risarcimento, stabilendo che la revoca dei buoni pasto, pur essendo un atto discrezionale, non può essere arbitraria. Deve rispettare i principi di correttezza e buona fede, essere motivata e comunicata alle organizzazioni sindacali.
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Rimborso spese legali: quando spetta al dipendente?
Con la sentenza n. 34457 del 24/12/2019, la Cassazione Civile, Sez. Lavoro, ha stabilito che il rimborso delle spese legali al dipendente, processato per fatti connessi al servizio, è subordinato alla preventiva assenza di un conflitto di interessi con l'azienda. L'assoluzione nel giudizio penale non è di per sé sufficiente a garantire il rimborso se sussiste un conflitto, come nel caso di reati contestati ai danni dello stesso datore di lavoro. La Corte ha cassato la decisione di merito che aveva concesso il rimborso, ribadendo che l'assenza di conflitto è un presupposto imprescindibile previsto dalla contrattazione collettiva.
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Liquidazione giudiziale: quando si apre la procedura?
Con la sentenza del 19/05/2025, il Tribunale di Verona, Sezione Procedure Concorsuali, ha dichiarato l'apertura della liquidazione giudiziale nei confronti di una società commerciale. La decisione scaturisce dal ricorso di un creditore per un debito di quasi 900 mila euro. Il Tribunale ha accertato lo stato di insolvenza della società, basandosi su prove quali il mancato deposito dei bilanci, l'ingente debito fiscale e l'esito infruttuoso dei pignoramenti. La sentenza conferma che la presenza di questi elementi, unita al superamento delle soglie di legge, costituisce presupposto sufficiente per avviare la procedura di liquidazione giudiziale.
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