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Art. 416-bis Codice Penale — Sezione Seconda Penale

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1801 provvedimenti

Altri anni per Art. 416-bis Codice Penale

Rinuncia al ricorso per cassazione: niente multa senza interesse
Il Tribunale di Napoli aveva confermato la misura degli arresti domiciliari per un uomo accusato di associazione mafiosa. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione ma, nel frattempo, la misura cautelare è stata revocata da un altro provvedimento del giudice di merito. Di conseguenza, la difesa ha presentato formale rinuncia al ricorso per cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse. Tuttavia, i giudici hanno escluso la condanna al pagamento della sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle Ammende: il venir meno dell'interesse in un momento successivo alla presentazione del ricorso non equivale a una classica sconfitta processuale. L'imputato è stato condannato unicamente al pagamento delle spese del procedimento.
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Incompatibilità con il regime carcerario: salute contro cella
Il Tribunale di Catanzaro aveva respinto la richiesta di un detenuto, accusato di estorsione aggravata, volto a ottenere gli arresti domiciliari per gravi motivi di salute. L'uomo soffriva di gravi patologie cardiache e respiratorie. La Cassazione ha annullato questa decisione. I giudici di legittimità hanno stabilito che, di fronte a un serio dubbio sulla salute del detenuto, il giudice non può decidere da solo. Se esiste un indizio di incompatibilità con il regime carcerario, il tribunale deve obbligatoriamente nominare un medico esperto per una perizia d'ufficio. La Cassazione ha quindi accolto il ricorso del detenuto e ha ordinato un nuovo esame del caso.
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Aggravante dell’agevolazione mafiosa: carcere per l’imprenditore
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un imprenditore accusato di far parte di un'associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e alla turbativa d'asta nel settore degli appalti sanitari. I giudici hanno ritenuto pienamente utilizzabili le intercettazioni tramite captatore informatico e hanno confermato la sussistenza della gravità indiziaria. In particolare, la Suprema Corte ha convalidato l'applicazione della aggravante dell'agevolazione mafiosa, evidenziando come il versamento periodico di una quota dei profitti alle cosche locali per ottenere protezione e commesse pubbliche integri pienamente la finalità di favorire il sodalizio mafioso. Il ricorso dell'indagato è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese processuali.
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Appalti e clan: confermata l’aggravante dell’agevolazione mafiosa
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia cautelare in carcere per un imprenditore accusato di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e alla turbativa d'asta. L'accusa è appesantita dall'aggravante dell'agevolazione mafiosa, poiché l'indagato e i suoi soci versavano periodicamente parte dei profitti delle commesse pubbliche a cosche locali in cambio di protezione e monopolio nel settore delle pulizie ospedaliere. La difesa contestava l'uso del captatore informatico per le intercettazioni e l'applicazione della misura carceraria. I giudici hanno rigettato il ricorso, stabilendo che le intercettazioni erano legittime secondo le norme vigenti al momento dell'iscrizione del reato e che il pagamento costante ai clan mafiosi configura pienamente l'agevolazione, rafforzando il potere economico e territoriale della criminalità organizzata.
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Attualità della pericolosità sociale: il clan non si cancella
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto ritenuto affiliato a un'associazione mafiosa contro l'applicazione della sorveglianza speciale. La difesa contestava l'attualità della pericolosità sociale, evidenziando lo stato di detenzione del ricorrente e il tempo trascorso dai reati. I giudici hanno chiarito che l'attualità della pericolosità sociale deve essere valutata al momento della decisione di primo grado. Nel caso specifico, il soggetto aveva ripreso subito le attività criminali, come estorsioni e traffico di droga, dopo una precedente carcerazione, dimostrando la persistenza del vincolo associativo. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Sostituzione della misura cautelare: il braccialetto non basta
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'imputata che chiedeva la sostituzione della misura cautelare della custodia in carcere con gli arresti domiciliari fuori regione e l'uso del braccialetto elettronico. L'imputata, accusata di gravi reati tra cui autoriciclaggio ed estorsione aggravati dal metodo mafioso, aveva collaborato attivamente con il marito detenuto, capo di un clan criminale. I giudici hanno stabilito che l'uso di strumenti informatici per commettere i reati rende inefficace il trasferimento di regione. Inoltre, il braccialetto elettronico non impedisce a un soggetto altamente pericoloso di comunicare con l'esterno o commettere nuovi illeciti. Di conseguenza, la richiesta di sostituzione della misura cautelare stata respinta e l'imputata rimane in carcere.
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Clan e finto debito: estorsione aggravata dal metodo mafioso
Due soggetti sono stati condannati per il reato di estorsione aggravata dal metodo mafioso. Gli imputati avevano costretto la vittima, sotto minaccia, a pagare cinquantamila euro per saldare un finto debito del padre verso un noto clan della 'ndrangheta. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna dei ricorrenti. I giudici hanno chiarito che l'evocazione del clan criminale integra pienamente l'aggravante mafiosa, poiché sfrutta la forza intimidatrice dell'associazione per piegare la volontà della vittima. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso del primo imputato e dichiarato inammissibile quello del secondo, confermando l'attendibilità della vittima e la legittimità del diniego di riaprire l'istruttoria in appello. Entrambi i condannati dovranno pagare le spese processuali.
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Misura di prevenzione patrimoniale: assolto ma beni confiscati
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Proposto contro la confisca dei suoi beni acquistati prima del 1991. Il Proposto sosteneva che la sua assoluzione dal reato di associazione mafiosa e le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia escludessero la sua pericolosità sociale. La Suprema Corte ha chiarito che l'applicazione di una misura di prevenzione patrimoniale è autonoma rispetto al processo penale. Pertanto, l'assoluzione non cancella automaticamente la pericolosità sociale se emergono altri indizi di infiltrazione mafiosa nell'attività d'impresa. Inoltre, le dichiarazioni del collaboratore non erano una prova nuova, essendo già note. Il Proposto perde la causa e deve pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Aggravante dell’agevolazione mafiosa: se il bottino resta ai complici
Quattro soggetti sono stati condannati in appello per una rapina aggravata. La Corte di Cassazione ha esaminato i loro ricorsi, concentrandosi in particolare sull'applicazione dell'aggravante dell'agevolazione mafiosa per uno dei partecipanti. La Suprema Corte ha accolto parzialmente il ricorso di questo imputato, annullando la sentenza con rinvio: i giudici di merito non avevano infatti dimostrato la sua consapevolezza che i proventi della rapina, spartiti solo tra i complici, avrebbero favorito il clan locale. È stato accolto anche il ricorso di un altro imputato per un errore nel calcolo della pena in continuazione, in violazione del divieto di peggioramento della sanzione. Gli altri due ricorsi, riguardanti l'utilizzo di prove nel rito abbreviato e l'attendibilità dei testimoni, sono stati dichiarati inammissibili.
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Debito di gioco e tentata estorsione aggravata: la condanna
Un uomo ha preteso con gravi minacce il pagamento di un debito di gioco da una vittima, sostenendo di aver acquistato il credito da un terzo soggetto. L'imputato ha utilizzato espressioni intimidatorie evocando la propria appartenenza a un clan criminale locale. La difesa ha chiesto di riqualificare il fatto come esercizio arbitrario delle proprie ragioni, sostenendo che l'uomo volesse solo recuperare una somma spettante. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la condanna per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. I giudici hanno chiarito che il debito di gioco costituisce un'obbligazione naturale e non un diritto azionabile davanti al giudice. Di conseguenza, l'uso della violenza per riscuotere tale somma integra il reato di estorsione e non quello meno grave di farsi giustizia da soli.
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Estorsione aggravata dal metodo mafioso: bastano due testimoni
Un indagato ha impugnato l'ordinanza di custodia cautelare in carcere per il reato di estorsione aggravata dal metodo mafioso. L'accusa riguardava la riscossione forzata dei canoni di locazione dagli inquilini di un immobile per conto di un clan locale. La difesa contestava la gravità degli indizi, evidenziando che solo due inquilini su otto avevano riconosciuto l'indagato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il mancato riconoscimento da parte di alcune vittime non annulla il valore delle dichiarazioni di chi, invece, ha identificato con certezza l'indagato. La valutazione dei fatti spetta al giudice di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità. Di conseguenza, l'indagato rimane in custodia cautelare e deve pagare le spese processuali.
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Esercizio arbitrario: recupero crediti violento senza estorsione
Un creditore, convinto di essere stato truffato, ha incaricato un complice di recuperare con la forza diecimila euro da un debitore. I giudici di merito hanno condannato entrambi per estorsione aggravata dal metodo mafioso. La Corte di Cassazione ha però accolto parzialmente i ricorsi, annullando la sentenza con rinvio. La Suprema Corte ha stabilito che i giudici devono valutare se la condotta configuri invece il reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni. Questo reato si distingue dall'estorsione per l'elemento soggettivo: il creditore deve agire nella ragionevole convinzione di esercitare un diritto legittimo, anche se con modalità violente. Il giudice del rinvio dovrà quindi accertare l'esistenza del credito e il ruolo disinteressato del complice.
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Estorsione aggravata: condannato anche chi tace sul motorino
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di estorsione aggravata dal metodo mafioso. L'indagato sosteneva di non aver partecipato attivamente al reato, essendosi limitato a rimanere fermo su un motorino a breve distanza mentre i complici minacciavano la vittima per ottenere il "pizzo". I giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che anche la presenza silenziosa del complice configura un concorso nel reato. Tale condotta, infatti, rafforza l'effetto intimidatorio della minaccia e dimostra l'appartenenza a un gruppo criminale organizzato. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Concorso esterno in associazione mafiosa: annullati i domiciliari
L'Imprenditore, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa per aver messo le proprie aziende a disposizione di un clan criminale per riciclare denaro, impugna l'ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari. La difesa evidenzia che l'indagato è detenuto dal 2013 e le sue società sono inattive dal 2014, escludendo l'attualità del pericolo di recidiva. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso, stabilendo che la presunzione di esigenze cautelari può essere superata valutando il tempo trascorso e la condotta recente. Di conseguenza, la Suprema Corte annulla l'ordinanza e rinvia al Tribunale del Riesame per una nuova valutazione.
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Concorso esterno in associazione mafiosa: annullati i domiciliari
Un imprenditore edile, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa per presunti legami con un noto clan campano, ha impugnato l'ordinanza cautelare che disponeva gli arresti domiciliari. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso, concentrandosi sulle esigenze cautelari. Sebbene la gravità degli indizi sia stata confermata grazie a intercettazioni e dichiarazioni di collaboratori, i giudici di legittimità hanno rilevato un grave difetto di motivazione sul pericolo di recidiva. Il Tribunale del Riesame ha infatti applicato automatismi tipici della partecipazione interna al clan, omettendo di valutare l'attualità del pericolo e il tempo trascorso dai fatti contestati. La Cassazione ha quindi annullato l'ordinanza con rinvio per un nuovo esame.
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Estorsione aggravata dal metodo mafioso: condannati i finti aiuti
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per diversi soggetti accusati di estorsione aggravata dal metodo mafioso e corruzione. Gli imputati, legati a una nota cosca locale, avevano preteso somme di denaro da imprenditori del territorio evocando il potere intimidatorio del clan per sostenere le spese legali degli affiliati detenuti. Tra i condannati figurano anche ex amministratori pubblici accusati di aver barattato assunzioni di personale in cambio di favori politici e appalti comunali. La Suprema Corte ha rigettato tutti i ricorsi, ribadendo che l'estorsione aggravata dal metodo mafioso si configura anche con minacce larvate se inserite in un contesto di assoggettamento ambientale. Ha inoltre confermato che per la corruzione dell'amministratore pubblico non serve individuare un singolo atto di scambio, essendo sufficiente il mercimonio della funzione pubblica. Tutti i ricorsi sono stati dichiarati infondati o inammissibili.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il reato
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per l'Imprenditore, accusato di far parte di un'associazione mafiosa attiva negli appalti pubblici. Nonostante la difesa sostenesse che i fatti contestati risalissero al 2015 e che il tempo trascorso avesse azzerato la pericolosità sociale, i giudici hanno ritenuto concreto il rischio di recidiva. Le indagini hanno infatti dimostrato che le società collegate all'indagato hanno continuato a vincere appalti pubblici recenti. Inoltre, intercettazioni telefoniche hanno rivelato che l'Imprenditore gestiva ancora l'attività e ha cercato contatti riservati con un socio appena scarcerato. La Cassazione ha quindi rigettato il ricorso, confermando la misura restrittiva.
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Credito e minacce: l’esercizio arbitrario delle proprie ragioni
Una creditrice pretendeva il pagamento di una fornitura di latte da un'azienda agricola. Per recuperare la somma, si è rivolta a un intermediario legato alla criminalità organizzata, il quale ha minacciato il figlio del titolare dell'azienda, pretendendo che il debito venisse pagato direttamente a lui e imponendo la vendita di un trattore. Il Tribunale del Riesame aveva riqualificato il fatto come il più lieve reato di esercizio arbitrario delle proprie ragioni, escludendo l'estorsione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della Procura, annullando la decisione. La Suprema Corte ha chiarito che si configura l'estorsione, e non l'esercizio arbitrario delle proprie ragioni, quando il terzo che interviene per recuperare il credito agisce per un proprio interesse personale o utilizza modalità mafiose, e quando la minaccia è rivolta a un soggetto estraneo al rapporto contrattuale.
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Esercizio arbitrario delle proprie ragioni: quando è estorsione
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della Procura contro l'annullamento della custodia in carcere per un soggetto accusato di tentata estorsione aggravata da metodo mafioso. Il tribunale del riesame aveva riqualificato il fatto in esercizio arbitrario delle proprie ragioni, ritenendo che l'indagato avesse agito solo per recuperare un credito altrui. La Cassazione ha chiarito che si configura il reato di estorsione, e non di esercizio arbitrario delle proprie ragioni, se il terzo che interviene nella riscossione persegue un proprio autonomo interesse economico o se la pretesa non è legalmente tutelabile contro la vittima designata. La Suprema Corte ha quindi annullato l'ordinanza con rinvio per un nuovo esame.
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Estorsione aggravata dal metodo mafioso: carcere anche senza denuncia
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere per un uomo accusato di concorso in estorsione aggravata dal metodo mafioso. L'indagato aveva fatto ricorso contestando la gravità degli indizi, basati principalmente su intercettazioni telefoniche in cui veniva chiamato con il nome di battesimo, e sostenendo che si trattasse solo di tentata estorsione. I giudici hanno chiarito che l'interpretazione delle intercettazioni spetta al giudice di merito e che il pagamento accertato configura il reato consumato e non tentato. Inoltre, il coinvolgimento di cosche locali e il precedente stato di latitanza dell'indagato giustificano l'applicazione della misura cautelare massima. Il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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