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Art. 4 L. n. 223 del 1991

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Licenziamento Collettivo: Unico Centro di Imputazione del Rapporto di Lavoro
Due aziende di trasporto aereo, pur formalmente distinte, operavano come un unico complesso aziendale. Un Lavoratore è stato licenziato a seguito di una procedura di licenziamento collettivo. La Corte d'Appello ha riconosciuto l'illegittimità del licenziamento, negando la reintegra ma condannando le aziende a pagare un'indennità risarcitoria. La Cassazione ha confermato che la platea dei lavoratori da considerare deve includere tutti i dipendenti dell'intero gruppo, data l'esistenza di un unico centro di imputazione del rapporto di lavoro. Ha anche chiarito i criteri per calcolare l'indennità risarcitoria, specificando che l'aliunde perceptum va detratto dal danno complessivo, non dal tetto massimo delle dodici mensilità.
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Licenziamento collettivo: appalto perso ma la reintegra è salva
Un'azienda di servizi ha intimato un licenziamento collettivo a seguito della perdita di due appalti comunali per l'assistenza agli anziani, licenziando direttamente tutti i dipendenti addetti a quel servizio. Una lavoratrice ha impugnato il provvedimento. La Corte d'Appello ha annullato il licenziamento ordinando la reintegrazione, decisione ora confermata dalla Corte di Cassazione. I giudici hanno chiarito che il datore di lavoro non può limitare la scelta dei lavoratori da licenziare ai soli addetti del servizio cessato, senza prima confrontare la loro professionalità con quella degli altri dipendenti dell'azienda (fungibilità). Per restringere la platea dei licenziabili, l'azienda avrebbe dovuto motivare dettagliatamente tale scelta fin dall'avvio della procedura, dimostrando l'infungibilità dei profili. Il ricorso dell'azienda è stato quindi rigettato.
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Licenziamento collettivo: due aziende ma il datore è unico
Una lavoratrice impugna il licenziamento collettivo avviato dalla sua azienda formale. I giudici accertano che l'azienda e un'altra società collegata costituiscono in realtà un unico centro di imputazione del rapporto di lavoro. Di conseguenza, la platea dei lavoratori da considerare per gli esuberi doveva comprendere i dipendenti di entrambe le società. La Corte di Cassazione conferma l'illegittimità del licenziamento. Inoltre, accoglie il ricorso della lavoratrice sul calcolo del risarcimento: l'aliunde percipiendum (quanto si sarebbe potuto guadagnare altrove) va sottratto dal danno totale effettivo prima di applicare il tetto massimo di dodici mensilità, e non direttamente da quest'ultimo. La causa viene rinviata alla Corte d'Appello per ricalcolare la somma spettante alla lavoratrice.
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Licenziamento collettivo: criteri di scelta e onere
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità di un licenziamento collettivo. L'azienda aveva limitato la scelta dei lavoratori da licenziare solo a quelli della sede in chiusura, senza estendere la comparazione a tutti i dipendenti con mansioni omogenee nell'intera organizzazione. La Corte ha ribadito che, in assenza di un accordo sindacale sui criteri, la platea dei licenziandi deve includere l'intero complesso aziendale, respingendo le giustificazioni della società basate su un presunto rifiuto al trasferimento dei dipendenti.
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Revocazione sentenza: quando un documento è decisivo?
Una lavoratrice chiedeva la revocazione di una sentenza d'appello sulla base di un accordo sindacale scoperto dopo la decisione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, specificando che per la revocazione sentenza un documento deve essere 'decisivo', cioè fornire una prova diretta di un fatto che avrebbe cambiato l'esito del giudizio, e non semplicemente offrire spunti per una diversa interpretazione.
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