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Art. 387 Codice di Procedura Civile

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28 provvedimenti

Revocatoria fallimentare del pagamento via delegazione
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 30252/2024, ha confermato la revocatoria fallimentare di un pagamento eseguito da un terzo su delega del debitore, poi fallito. Tale modalità è stata qualificata come 'mezzo anormale di pagamento', facendo scattare la presunzione di conoscenza dello stato di insolvenza (scientia decoctionis) in capo al creditore. Poiché il creditore non è riuscito a fornire prova contraria, l'appello è stato dichiarato inammissibile e la revoca del pagamento confermata.
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Improcedibilità ricorso: conseguenze del mancato deposito
La Corte di Cassazione ha analizzato un caso di improcedibilità del ricorso a causa del suo mancato deposito nei termini di legge. Una società ha notificato un primo ricorso senza poi depositarlo, rendendolo improcedibile. Successivamente, ha proposto un secondo ricorso identico, che la Corte ha dichiarato improponibile. La decisione sottolinea il rigore delle scadenze processuali e le conseguenze finanziarie, inclusa la condanna alle spese e il raddoppio del contributo unificato.
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Ricorso improcedibile: le conseguenze del mancato deposito
La Corte di Cassazione ha dichiarato un ricorso improcedibile perché il ricorrente, dopo averlo notificato alla controparte, ha omesso di depositarlo presso la cancelleria della Corte. La decisione sottolinea che tale omissione procedurale non solo rende l'appello inefficace, ma comporta anche la condanna del ricorrente al pagamento delle spese legali e al raddoppio del contributo unificato, su richiesta della controparte che ha iscritto la causa a ruolo proprio per far valere tale vizio.
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Improcedibilità del ricorso: conseguenze del mancato deposito
Una società ha presentato ricorso in Cassazione contro una decisione tributaria, notificandolo alla controparte ma omettendo di depositarlo in cancelleria. L'Ente di Riscossione ha reagito depositando un controricorso per far dichiarare l'improcedibilità del ricorso. La Corte di Cassazione ha accolto la richiesta, dichiarando il ricorso improcedibile e condannando la società ricorrente al pagamento delle spese legali e al versamento di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato.
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Canone locazione rivendita tabacchi: limiti e validità
Una società che gestisce una rivendita di tabacchi in una stazione ferroviaria ha contestato la validità del proprio contratto di locazione, sostenendo che il canone richiesto superasse i limiti massimi imposti dalla legge per la vendita di generi di monopolio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo una chiara distinzione: il tetto legale sul "canone locazione rivendita tabacchi" si applica esclusivamente al corrispettivo per la concessione di vendita dei prodotti di monopolio, e non al canone per l'affitto dei locali commerciali. Di conseguenza, è legittimo pattuire un canone di locazione che includa componenti aggiuntive, come una percentuale sul fatturato dei prodotti non di monopolio (c.d. extra privativa), preservando l'autonomia contrattuale delle parti.
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Ricorso inammissibile: onere della prova e giudicato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di due contribuenti contro avvisi di accertamento IMU. Il caso verteva sul mancato riconoscimento della ruralità di alcuni immobili e sull'applicazione di esenzioni. Il ricorso è stato respinto per motivi procedurali, in particolare per la violazione del principio di autosufficienza, poiché i ricorrenti non hanno correttamente formulato le censure né riprodotto il testo delle sentenze passate in giudicato che intendevano far valere.
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Impugnazione tardiva: l’errore che costa il ricorso
Un ex detenuto ha chiesto un risarcimento per condizioni di detenzione inumane. Dopo il rigetto della sua richiesta, ha presentato un tipo di appello errato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il successivo ricorso corretto, considerandolo una impugnazione tardiva, poiché il termine per impugnare era già scaduto dal momento della notifica del primo appello errato.
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Società estinta: l’appello è inammissibile
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 422/2025, chiarisce un importante principio processuale: una società estinta, poiché cancellata dal registro delle imprese, non ha più la capacità di stare in giudizio e il suo ricorso è inammissibile. Tuttavia, gli ex soci possono agire in sua vece come successori. La Corte ha inoltre stabilito che i provvedimenti amministrativi, come quelli della Banca d'Italia, devono essere prodotti in giudizio dalla parte che intende avvalersene, non essendo coperti dal principio 'iura novit curia'.
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