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art. 37-bis, comma 8, D.P.R. n. 600 del 1973

10 provvedimenti

Interpello disapplicativo: quando impugnarlo è inutile
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 32885/2025, ha chiarito un importante principio processuale in materia tributaria. Se un contribuente impugna il diniego di un interpello disapplicativo per società di comodo, ma successivamente riceve l'avviso di accertamento per lo stesso periodo d'imposta, il primo ricorso diventa inammissibile. L'interesse ad agire si concentra interamente sull'impugnazione dell'avviso di accertamento, che assorbe la questione precedente. La Corte ha inoltre annullato la decisione di merito per motivazione apparente, non avendo il giudice spiegato perché le prove fornite dalla società fossero insufficienti.
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Società in perdita: rimborso IVA non negabile
La Corte di Cassazione ha stabilito che a una società in perdita sistematica non può essere automaticamente negato il rimborso del credito IVA. Se l'azienda può dimostrare in giudizio l'esistenza di 'situazioni oggettive' che hanno impedito la produzione di ricavi, ha diritto a disapplicare la normativa antielusiva. La mancata presentazione di un interpello preventivo all'Agenzia delle Entrate non preclude la possibilità di fornire tale prova direttamente in tribunale, che ha il dovere di esaminarla nel merito.
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Società di comodo: impugnabile il diniego all’interpello
Una società immobiliare, classificata come 'società di comodo' a causa di bassi ricavi, ha contestato il rifiuto dell'autorità fiscale di disapplicare questo regime. La società ha sostenuto l'impossibilità oggettiva di generare reddito. La Corte di Cassazione ha confermato che il rifiuto a un'istanza di interpello è un atto impugnabile e ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'autorità fiscale nel merito, poiché costituiva una richiesta di rivalutazione di fatti già decisi dai tribunali di grado inferiore.
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Società non operative: prova delle cause oggettive
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di una società che chiedeva la disapplicazione della disciplina sulle società non operative. Secondo la Corte, la semplice revoca di un contributo non è sufficiente a dimostrare l'esistenza di situazioni oggettive che hanno impedito di produrre ricavi, se l'azienda non prova che tali inadempimenti non le siano imputabili.
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Società di comodo: onere della prova e burocrazia
Una società edile, classificata come 'società di comodo' dal Fisco per mancato raggiungimento dei ricavi minimi, si era difesa adducendo ritardi burocratici nel rilascio di permessi. La Corte di Cassazione, ribaltando le decisioni di merito, ha stabilito che la semplice scusa della lentezza amministrativa non è sufficiente. Il contribuente ha l'onere di dimostrare con prove specifiche e oggettive le cause, non imputabili alla propria volontà, che hanno impedito l'operatività, rinviando il caso per un nuovo esame.
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Giudicato esterno: non vale per società di comodo
Una società, ritenuta operativa in sentenze passate per gli anni 2007-2008, si è vista respingere il ricorso contro un accertamento per società di comodo per il 2011. La Cassazione ha negato l'efficacia del giudicato esterno, affermando che la non operatività va provata anno per anno e che l'eccezione non può essere sollevata per la prima volta in sede di legittimità.
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Giudicato esterno: limiti in materia tributaria
Una società è stata qualificata come 'non operativa' dall'Agenzia delle Entrate per il 2010. La società ha impugnato l'accertamento, sostenendo l'esistenza di un giudicato esterno favorevole relativo agli anni 2007 e 2008. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, chiarendo due principi fondamentali: primo, l'eccezione di giudicato esterno deve essere sollevata nei gradi di merito e non per la prima volta in Cassazione; secondo, nel diritto tributario, per le imposte periodiche, una sentenza su un anno non si estende automaticamente agli anni successivi se riguarda questioni di fatto (come l'operatività) che devono essere accertate annualmente.
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Società di comodo: prova contraria e i limiti all’IVA
Una società immobiliare, ritenuta 'società di comodo' per non aver raggiunto i ricavi minimi presunti, si è vista dare ragione solo in parte dalla Corte di Cassazione. Per le imposte dirette (IRES/IRAP), la Corte ha stabilito che la crisi del mercato e la rinegoziazione dei canoni non sono prove sufficienti a superare la presunzione. Tuttavia, per l'IVA, richiamando una sentenza della Corte di Giustizia UE, ha affermato che la normativa nazionale sulle società di comodo non può limitare il diritto alla detrazione, a meno che non sia provata una frode o un abuso.
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Competenza interpello: la sede di chi emette l’atto
La Corte di Cassazione, con una recente ordinanza, ha stabilito un principio chiave in materia di competenza territoriale per l'interpello disapplicativo. La Corte ha chiarito che il giudice competente a decidere sull'impugnazione del diniego è quello del luogo in cui ha sede l'ufficio che ha emesso l'atto finale, a prescindere da dove siano stati acquisiti pareri interni. L'ordinanza conferma inoltre che il diniego di interpello è un atto autonomamente impugnabile e che non esiste un termine di decadenza di 90 giorni per la sua presentazione prima della dichiarazione dei redditi.
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Interpello disapplicativo: impugnabile il diniego
La Corte di Cassazione ha stabilito che la risposta negativa dell'Agenzia delle Entrate a un'istanza di interpello disapplicativo, con cui si chiede di non applicare norme antielusive, è un atto immediatamente impugnabile davanti al giudice tributario. Anche se l'Amministrazione lo definisce 'inammissibile', la Corte lo considera un provvedimento di diniego definitivo che incide sulla posizione del contribuente. Il caso riguardava un investitore in un fondo immobiliare la cui partecipazione, sommata a quella dei familiari, superava la soglia del 5% prevista da una norma con finalità antielusiva.
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