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Art. 33 Codice della Crisi d'Impresa

16 provvedimenti

Società cancellata: no al Piano di ristrutturazione
Il Pubblico Ministero ha chiesto la liquidazione giudiziale di una società cancellata dal registro delle imprese per presunte condotte distrattive. La società ha eccepito l'irregolarità del ricorso depositato in formato cartaceo e ha proposto un Piano di ristrutturazione soggetto a omologazione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, confermando l'apertura della liquidazione giudiziale. La Corte ha chiarito che il deposito cartaceo urgente del Pubblico Ministero è valido se l'atto ha raggiunto il suo scopo senza ledere la difesa. Inoltre, ha sancito che una società già cancellata ed estinta non può accedere al Piano di ristrutturazione, in quanto tale strumento presuppone la continuità o la gestione attiva di un'impresa esistente, equiparando l'omissione legislativa a una mera svista sistematica.
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Concordato minore: negato all’ex imprenditore cancellato
Un'ex imprenditrice individuale, dopo aver cancellato la propria attività dal registro delle imprese, ha proposto un concordato minore di tipo liquidatorio per risolvere i suoi debiti. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno inizialmente approvato la proposta, ritenendo che il divieto di accesso a questa procedura si applicasse solo alle società e non ai singoli imprenditori. L'Agenzia delle Entrate ha impugnato la decisione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la domanda di concordato minore presentata da un imprenditore già cancellato dal registro delle imprese è sempre inammissibile. Di conseguenza, i giudici hanno revocato l'omologazione del piano, chiarendo che chi cessa volontariamente l'attività perde il diritto di accedere a strumenti negoziali di risoluzione della crisi, potendo ricorrere solo alla liquidazione controllata.
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Società inattiva ma aperta alla liquidazione giudiziale
Una società in accomandita semplice e i suoi soci accomandatari hanno impugnato la dichiarazione di liquidazione giudiziale, sostenendo di aver cessato l'attività commerciale da anni e di aver solo concesso in locazione un immobile. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che le società commerciali acquistano la qualità di imprenditore dal momento della costituzione, a prescindere dall'effettivo esercizio dell'attività. La cessazione di fatto o la scadenza del termine sociale non impediscono la liquidazione giudiziale; solo la formale cancellazione dal registro delle imprese fa decorrere il termine annuale per l'avvio della procedura. I ricorrenti sono stati inoltre condannati per lite temeraria.
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Concordato minore negato all’ex imprenditore: vince il creditore
La Corte di Cassazione ha stabilito che la domanda di accesso alla procedura di concordato minore presentata da un imprenditore già cancellato dal registro delle imprese è sempre inammissibile. Nel caso di specie, i debitori (ex titolari di una ditta individuale cancellata) avevano proposto un piano di concordato minore di tipo liquidatorio, omologato nei primi gradi di giudizio. La società creditrice ha impugnato l'omologazione, sostenendo la violazione del Codice della Crisi d'Impresa. La Suprema Corte ha accolto il ricorso del creditore, chiarendo che il divieto previsto dalla legge ha carattere assoluto e letterale. Non rileva, quindi, la distinzione tra piano in continuità o liquidatorio. Di conseguenza, la Cassazione ha revocato l'omologazione del piano precedentemente concesso ai debitori, accogliendo definitivamente il reclamo del creditore.
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Liquidazione controllata: la Corte apre la procedura
Una coppia di coniugi, ex imprenditori ora qualificabili come consumatori, ha impugnato il rigetto della domanda di liquidazione controllata. Il Tribunale aveva inizialmente negato l'accesso alla procedura per presunte incertezze sul debito e vizi formali. La Corte di Appello ha ribaltato la decisione, stabilendo che la liquidazione controllata deve essere aperta se sussiste il sovraindebitamento, indipendentemente da contestazioni su singoli beni.
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Società Estinta: Ricorso Inammissibile senza Legittimazione Processuale
Una creditrice ha avviato la liquidazione giudiziale di una Società, già cancellata dal registro delle imprese ma da meno di un anno. I soci della Società estinta hanno tentato di opporsi a questa decisione, ma il loro reclamo è stato dichiarato inammissibile per mancanza di legittimazione processuale. La Corte d'Appello ha ritenuto che i soci agissero in proprio, non come rappresentanti della Società. Successivamente, la Società stessa ha presentato ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile anche questo ricorso. Ha ribadito che la Società estinta mantiene la capacità di stare in giudizio, ma ha sottolineato che la Società ricorrente non aveva partecipato al precedente giudizio di reclamo. L'errore nell'individuazione della parte processuale non era un mero errore materiale, ma un errore concettuale sulla legittimazione processuale società estinta.
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Liquidazione Giudiziale Società Incorporata: Fusione non ferma i creditori
La Corte di Cassazione ha stabilito un principio chiave sulla liquidazione giudiziale società incorporata. Anche se una società debitrice viene fusa e cancellata dal registro delle imprese, può essere soggetta a liquidazione giudiziale entro un anno. La notifica dell'istanza di liquidazione è valida se inviata alla società originaria (incorporata), anche se la fusione si completa durante il procedimento. L'azienda che ha assorbito la debitrice non può bloccare la procedura sostenendo un difetto di notifica. La Corte ha quindi dato ragione al creditore, confermando che la fusione non costituisce uno scudo contro le procedure concorsuali.
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Tardività ricorso cassazione: le conseguenze
Una società radiofonica ha impugnato una sentenza che confermava la sua liquidazione controllata. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'appello inammissibile a causa della tardività del ricorso per cassazione, presentato sei mesi dopo la notifica invece che entro il termine perentorio di trenta giorni. La Corte ha inoltre condannato la società e il suo legale rappresentante in solido per lite temeraria, ravvisando la mala fede nella proposizione di un ricorso tardivo e palesemente infondato.
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Liquidazione giudiziale: legittima la segnalazione al P.M.
Un imprenditore contesta l'apertura della sua liquidazione giudiziale, sostenendo che la segnalazione del Tribunale al Pubblico Ministero fosse illegittima secondo il nuovo Codice della Crisi d'Impresa e che il suo diritto di difesa fosse stato violato dal diniego di un rinvio. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando che ogni autorità giudiziaria può segnalare l'insolvenza. Inoltre, ha ritenuto inammissibili le lamentele sul mancato rinvio, poiché l'imprenditore non aveva giustificato il ritardo nel produrre la documentazione necessaria.
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Liquidazione giudiziale società cancellata: il caso
Il Tribunale di Brescia ha dichiarato l'apertura della liquidazione giudiziale nei confronti di una società cancellata dal registro delle imprese. La decisione si fonda sulla sussistenza di un'ingente esposizione debitoria residua (oltre 350.000 euro) e sul fatto che l'istanza è stata presentata entro il termine annuale dalla cancellazione, come previsto dal Codice della Crisi d'Impresa e dell'Insolvenza (CCII). La sentenza chiarisce che la cancellazione formale non estingue l'insolvenza se permangono debiti significativi, rendendo possibile la liquidazione giudiziale della società cancellata.
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Notifica atti società cancellata: la Cassazione decide
Annullata la decisione di merito che riteneva illegittima una cartella di pagamento notificata al liquidatore di una società cancellata. La Cassazione chiarisce che, ai fini fiscali, la legge prevede una finzione giuridica di sopravvivenza della società per cinque anni dalla cancellazione. Pertanto, la notifica atti società cancellata al suo ultimo liquidatore, in tale qualità, è pienamente valida, a prescindere dalla sua qualifica di socio o dalla distribuzione di beni.
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Ricorso inammissibile: no Cassazione se il piano è negato
La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile contro una decisione che negava l'accesso a un concordato minore. La Corte ha stabilito che un provvedimento di rigetto per inammissibilità della proposta non è definitivo né decisorio, poiché non impedisce al debitore di presentare una nuova domanda, rendendo così l'appello non valido.
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Onere prova liquidazione giudiziale: chi deve provare
Una società ha impugnato la propria liquidazione giudiziale, sostenendo un difetto di notifica e la sua qualifica di "impresa minore". La Corte d'Appello ha respinto il reclamo, confermando la validità della notifica e ribadendo che l'onere della prova nella liquidazione giudiziale, per quanto riguarda i requisiti dimensionali dell'impresa minore, ricade esclusivamente sul debitore. In assenza di tale prova, la liquidazione è stata confermata.
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Liquidazione controllata: la quota per il sostentamento
Il Tribunale di Torino, su ricorso di un creditore, ha aperto la procedura di liquidazione controllata del patrimonio di un debitore in stato di sovraindebitamento. La sentenza stabilisce la quota di reddito mensile, pari a 1.233 euro, che il debitore può trattenere per il sostentamento del proprio nucleo familiare, escludendola dalla massa da liquidare. Questa decisione si basa su un'attenta valutazione dei redditi e delle necessità della famiglia, bilanciando i diritti dei creditori con il diritto a una vita dignitosa del debitore.
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Liquidazione controllata ex imprenditore: la decisione
Il Tribunale di Bolzano ha esaminato il caso di un ex imprenditore individuale. Pur dichiarando improcedibile la domanda di liquidazione giudiziale, poiché l'attività era cessata da oltre un anno, ha aperto la procedura di liquidazione controllata. La decisione si fonda sulla constatazione dello stato di sovraindebitamento dell'individuo, i cui debiti residui dall'attività d'impresa superavano i 50.000 euro, rendendolo un soggetto idoneo per questa specifica procedura di risoluzione della crisi.
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Liquidazione giudiziale: quando si considera attiva?
La Corte d'Appello di Genova ha confermato la sentenza di liquidazione giudiziale di una società che si opponeva sostenendo di essere inattiva da anni e di non aver ricevuto la notifica del procedimento sulla propria PEC. La Corte ha stabilito che, finché una società è iscritta come 'attiva' nel Registro delle Imprese, ha il dovere di controllare la propria PEC, che costituisce canale di notifica valido. Inoltre, la 'cancellazione di fatto' per inattività non ha valore legale; rileva solo la cancellazione formale dal registro. L'onere di provare di non superare le soglie di debito per la liquidazione giudiziale ricade sull'imprenditore.
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