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Art. 273 Codice di Procedura Penale

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3375 provvedimenti

Custodia cautelare in carcere: il padre e complice, non connivente
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di concorso nella produzione e nello spaccio di sostanze stupefacenti insieme al figlio. Durante una perquisizione domiciliare, le forze dell'ordine hanno rinvenuto una serra per marijuana in una stanza comune, materiale per il confezionamento, una pistola scacciacani e ingenti somme di denaro in contanti, di cui una parte nascosta nella cassaforte del padre. L'indagato sosteneva di essere un semplice connivente estraneo alle attivita illecite del figlio. I giudici hanno invece accertato la sua partecipazione attiva come custode del denaro e garante della preparazione delle sostanze. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, ritenendo legittima la misura cautelare per l'elevato pericolo di recidiva e l'assenza di fonti di reddito lecite della famiglia.
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Chiamata in correità: tra libertà e sospetti di riciclaggio
La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio l'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa nei confronti di un uomo accusato di riciclaggio aggravato. Il Tribunale aveva basato la misura cautelare sulle dichiarazioni di un coindagato. La Cassazione ha stabilito che la chiamata in correità non è sufficiente a dimostrare la gravità indiziaria se mancano una valutazione rigorosa della credibilità del dichiarante e riscontri esterni individualizzanti. Di conseguenza, i giudici hanno ordinato l'immediata scarcerazione dell'indagato, poiché le accuse non erano supportate da prove concrete e specifiche sul suo effettivo coinvolgimento nelle operazioni illecite.
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Offerta di sostanze stupefacenti: arresti anche senza droga
Il Tribunale del Riesame confermava la misura cautelare degli arresti domiciliari nei confronti de L'Indagato, accusato di aver proposto in vendita circa cento grammi di cocaina. La difesa ricorreva in Cassazione sostenendo l'assenza di gravità indiziaria, poiché L'Indagato non aveva l'effettiva disponibilità immediata della droga al momento della trattativa. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il reato di offerta di sostanze stupefacenti si perfeziona nel momento in cui il soggetto manifesta la disponibilità a procurare la droga a terzi. Non rileva la mancata consegna immediata o l'accettazione dell'acquirente, purché sussista la possibilità concreta di reperire la sostanza in tempi ragionevoli. Di conseguenza, L'Indagato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e della sanzione pecuniaria.
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Concorso esterno in associazione mafiosa e trattative fallite
Il Tribunale di Catanzaro aveva confermato la custodia cautelare in carcere per un mediatore, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa per aver agevolato contatti tra una cosca locale e un gruppo petrolifero estero. La difesa ha impugnato il provvedimento, evidenziando che le trattative erano fallite e i contatti erano stati occasionali. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che, per configurare il concorso esterno in associazione mafiosa, il giudice non può limitarsi a una valutazione astratta delle trattative. È invece necessario verificare con un giudizio ex post se la condotta del professionista abbia effettivamente rafforzato o conservato le capacità operative del sodalizio criminoso. La Suprema Corte ha quindi annullato l'ordinanza, rinviando il caso al Tribunale per un nuovo esame.
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Sospetti contro prove: mancano i gravi indizi di colpevolezza
La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa nei confronti di un uomo accusato di associazione mafiosa e tentata estorsione. I giudici hanno rilevato la mancanza di gravi indizi di colpevolezza. Per la tentata estorsione ai danni di un negozio, l'indagato aveva partecipato solo a un primo incontro non minaccioso, mentre le minacce erano state formulate successivamente dal solo complice. Inoltre, la difesa aveva dimostrato che l'indagato si era recato sul posto solo per aiutare l'amico a trasportare un televisore. Riguardo all'associazione mafiosa, il Tribunale non ha valutato adeguatamente il lungo periodo di detenzione e una precedente assoluzione dell'indagato. La Cassazione ha quindi rinviato il caso al Tribunale di Catanzaro per un nuovo esame.
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Associazione di tipo mafioso: sì all’estorsione, no al clan
La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava la custodia in carcere per un indagato accusato di associazione di tipo mafioso e tentata estorsione. La Suprema Corte ha ritenuto fondato il ricorso relativo al reato associativo, evidenziando la genericità delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia e la mancanza di prove circa una stabile e organica compenetrazione dell'indagato nel clan. La semplice partecipazione a singoli episodi estorsivi non basta a dimostrare l'affiliazione stabile senza un'adeguata motivazione. Di conseguenza, i giudici di merito dovranno rivalutare la sussistenza dei gravi indizi per il reato associativo, mentre restano confermate le accuse per i singoli episodi di tentata estorsione.
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Gravi indizi di colpevolezza: dal tracciamento GPS al carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di rapina aggravata e ricettazione di targhe rubate. Il Tribunale del Riesame aveva ritenuto sussistenti i gravi indizi di colpevolezza grazie a pedinamenti digitali, intercettazioni e geolocalizzazione, che collocavano l'indagato nel gruppo criminale. La difesa contestava l'identificazione e la scelta della misura carceraria rispetto ai domiciliari. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che il giudice di legittimità non può rivalutare il merito dei fatti se la motivazione del giudice di merito è logica e coerente. Di conseguenza, l'indagato rimane in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Associazione di tipo mafioso: difesa smentita, resta il carcere
Il Tribunale del Riesame aveva confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato, accusato di associazione di tipo mafioso con un ruolo di vertice, oltre a estorsione e traffico di droga. L'indagato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo di non aver mai esercitato effettivi poteri di comando e contestando l'attualità delle esigenze cautelari a causa del tempo trascorso dai fatti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che il ruolo direttivo emerge chiaramente dalle intercettazioni, che mostrano l'indagato impegnato a risolvere conflitti tra clan e a gestire affari illeciti. Inoltre, la presunzione di pericolosità per i reati di mafia non è stata superata, rendendo legittimo il mantenimento della misura cautelare in carcere.
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Custodia cautelare in carcere: rapina da 50 euro costa la cella
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di rapina aggravata in concorso. L'indagato, insieme a un complice, aveva rapinato una persona sottraendole 50 euro dopo averla bloccata contro un muro. La difesa contestava la gravità degli indizi e la proporzionalità della misura rispetto alla modesta somma sottratta. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che le dichiarazioni della vittima, se coerenti e riscontrate dal ritrovamento della banconota durante la fuga, sono sufficienti a fondare i gravi indizi. Inoltre, la custodia cautelare in carcere è giustificata dall'elevato rischio di recidiva, desunto dai numerosi precedenti penali del soggetto e dalla violazione di precedenti misure restrittive.
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Misure cautelari personali: arresti anche senza trovare l’arma
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza che disponeva gli arresti domiciliari per detenzione illegale di un fucile. La difesa contestava l'attualità del pericolo di reiterazione, evidenziando il tempo trascorso dai fatti e l'esito negativo di una perquisizione. La Suprema Corte ha chiarito che le misure cautelari personali sono giustificate poiché la detenzione di armi è un reato permanente e non vi erano prove della cessazione del possesso, specie considerando che gli indagati avevano concordato di nascondere l'arma. Inoltre, la pericolosità del soggetto era confermata da una precedente condanna per tentato omicidio. L'indagato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Aggravante dell’agevolazione mafiosa: carcere per l’imprenditore
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un imprenditore accusato di far parte di un'associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e alla turbativa d'asta nel settore degli appalti sanitari. I giudici hanno ritenuto pienamente utilizzabili le intercettazioni tramite captatore informatico e hanno confermato la sussistenza della gravità indiziaria. In particolare, la Suprema Corte ha convalidato l'applicazione della aggravante dell'agevolazione mafiosa, evidenziando come il versamento periodico di una quota dei profitti alle cosche locali per ottenere protezione e commesse pubbliche integri pienamente la finalità di favorire il sodalizio mafioso. Il ricorso dell'indagato è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il pericolo
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un soggetto accusato di far parte di un'associazione per delinquere dedita ai furti aggravati. La difesa contestava la gravità degli indizi, l'attualità del pericolo di reiterazione (visto il tempo trascorso dai fatti) e l'inadeguatezza della misura rispetto agli arresti domiciliari. I giudici hanno rigettato il ricorso, stabilendo che il decorso del tempo non cancella automaticamente le esigenze cautelari se emergono una spiccata pericolosità sociale e una condotta seriale. Inoltre, la fuga rocambolesca dell'indagato durante un inseguimento con le forze dell'ordine dimostra l'assoluta inidoneità di misure meno severe del carcere.
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Gravi indizi di colpevolezza: intercettazioni e arresto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza di custodia cautelare in carcere per associazione mafiosa. La difesa contestava la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, ritenendo le intercettazioni telefoniche e ambientali prive di un significato univoco e lamentando l'assenza di accuse da parte di collaboratori di giustizia. La Suprema Corte ha ribadito che l'interpretazione delle intercettazioni spetta esclusivamente al giudice di merito. Il controllo di legittimità non può tradursi in una nuova valutazione dei fatti se la motivazione del provvedimento impugnato è logica e coerente. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la misura cautelare, condannando il ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Uso o associazione finalizzata al traffico di stupefacenti?
Il Tribunale del Riesame aveva confermato la custodia in carcere per un indagato, ritenendolo partecipe di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti sulla base di alcune intercettazioni telefoniche. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione, accogliendo il ricorso della difesa. I giudici di legittimità hanno rilevato che le conversazioni dimostravano unicamente l'acquisto ripetuto di piccolissimi quantitativi di droga per uso personale da un singolo fornitore. La Corte ha chiarito che l'acquisto per consumo personale non basta a dimostrare l'inserimento stabile nella struttura criminale o la consapevolezza di favorire il gruppo. Il caso è stato quindi rinviato al Tribunale per una nuova e più rigorosa valutazione degli elementi indiziari.
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Associazione per delinquere: condannato chi presta solo l’auto
Un indagato ha impugnato la misura cautelare dell'obbligo di dimora, contestando la propria partecipazione a un'associazione per delinquere finalizzata al saccheggio di siti archeologici in Sicilia. La difesa sosteneva che l'uomo avesse preso parte solo a singoli episodi di scavo clandestino (reati-fine) senza una reale stabilità associativa, e che il pericolo di reiterazione non fosse attuale dato il tempo trascorso. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la misura. I giudici hanno chiarito che la stabilità del vincolo e l'affectio societatis emergevano dall'organizzazione sistematica delle trasferte, dall'uso di auto modificate e dalla costante disponibilità del ricorrente. Inoltre, la professionalità e la serialità delle condotte giustificano l'attualità del pericolo di reiterazione anche a distanza di tempo.
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Chiavi e droga: quando bastano i gravi indizi di colpevolezza
L'Indagato, arrestato mentre era latitante, impugna l'ordinanza di custodia cautelare in carcere per la detenzione di oltre 500 grammi di cocaina, rinvenuta in un appartamento attiguo a quello in cui si nascondeva. La difesa contesta la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, evidenziando l'assenza di impronte digitali o rilievi fotografici e sostenendo che la chiave trovata non aprisse l'intero immobile. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che, per l'applicazione di misure cautelari, i gravi indizi di colpevolezza richiedono solo un giudizio di qualificata probabilità di colpevolezza e non i rigorosi criteri di precisione e concordanza necessari per una condanna definitiva. Il possesso delle chiavi dell'appartamento attiguo contenente la droga costituisce un elemento logico e sufficiente a giustificare la misura restrittiva.
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Gravi indizi di colpevolezza: tra accuse di mafia e prove deboli
L'Indagato era stato sottoposto a custodia cautelare in carcere con l'accusa di estorsione aggravata dal metodo mafioso. Secondo l'accusa, l'uomo gestiva una riffa abusiva nel quartiere Borgo Vecchio di Palermo, costringendo i commercianti locali ad acquistare i biglietti per finanziare il clan. Il Tribunale del Riesame aveva confermato la misura basandosi sulle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia e su alcune intercettazioni telefoniche. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Indagato, rilevando che i giudici di merito non hanno fornito prove adeguate circa la violenza o la minaccia subita dai commercianti, né sul ruolo attivo dell'indagato. La Suprema Corte ha annullato l'ordinanza per carenza di motivazione, stabilendo che mancano i gravi indizi di colpevolezza necessari per giustificare il carcere, e ha rinviato il caso per un nuovo esame.
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Fornitore o socio? Il confine nel traffico di stupefacenti
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia cautelare in carcere per un soggetto accusato di essere il fornitore stabile di un'organizzazione criminale. L'indagato proponeva ricorso in Cassazione, sostenendo la brevità del periodo di attività e la non esclusività delle sue forniture. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che per configurare il reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti non occorre l'esclusività del rapporto. È sufficiente che le forniture siano stabili, ripetitive e di rilevante entità economica, tali da dimostrare un inserimento organico nel gruppo e la consapevolezza di contribuire al fine comune, superando il semplice rapporto di compravendita.
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Tentato omicidio: sparo accidentale o agguato? La Cassazione decide
Un uomo è stato sottoposto a custodia cautelare in carcere per il reato di tentato omicidio e porto abusivo di armi. L'indagato, insieme ad altri complici, ha fatto irruzione nell'abitazione della vittima per una spedizione punitiva legata a debiti di droga, ferendola alla schiena con un colpo di pistola. La difesa ha sostenuto l'accidentalità dello sparo e l'assenza della volontà di uccidere, evidenziando anche il ritardo cognitivo e l'incensuratezza dell'uomo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la misura cautelare. I giudici hanno stabilito che l'intenzione di uccidere si desume oggettivamente dalle modalità dell'azione, come l'uso di armi da fuoco in un luogo chiuso e la direzione del colpo. L'incensuratezza non esclude la pericolosità sociale di fronte a una condotta così violenta.
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Spari nel buio e tentato omicidio: la Cassazione annulla
Un cacciatore, autorizzato come bioregolatore ma non registrato sulla piattaforma telematica per quel giorno, spara un colpo di carabina munita di visore notturno da 174 metri colpendo un'auto in sosta e ferendo gravemente due giovani. Accusato di tentato omicidio e porto abusivo d'arma, viene sottoposto a custodia in carcere. La Cassazione annulla l'ordinanza cautelare con rinvio limitatamente all'accusa di tentato omicidio e alle esigenze cautelari. I giudici rilevano che il Tribunale del Riesame non ha adeguatamente motivato se l'indagato potesse effettivamente percepire la presenza umana nell'auto, elemento fondamentale per configurare il dolo. Viene invece confermata l'illegalità del porto d'arma, poiché l'omessa registrazione telematica esclude la liceità dell'attività venatoria.
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