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Art. 2429 Codice Civile

8 provvedimenti

Responsabilità sindaci: la Cassazione nega retroattività
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un sindaco di una società fallita, condannato per responsabilità gestoria. La Corte ha stabilito due principi chiave: primo, l'ammissione di un credito professionale al passivo fallimentare non crea un giudicato che impedisca una successiva azione di responsabilità. Secondo, e più importante, la nuova legge che introduce un tetto massimo al risarcimento per la responsabilità sindaci non è retroattiva e non si applica a danni verificatisi prima della sua entrata in vigore, poiché inciderebbe sulla sostanza di un diritto già maturato.
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Impugnazione delibera assembleare: diritti del socio
La Corte di Cassazione respinge il ricorso di una S.r.l., confermando l'annullamento di una delibera di approvazione del bilancio. L'impugnazione delibera assembleare è legittima per i soci, anche in caso di quote in pegno o di contestata qualifica di socio. La Corte ribadisce come fondamentale il diritto all'informazione tramite il preventivo deposito del progetto di bilancio presso la sede sociale.
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Abuso del diritto di voto: no se il bilancio è irregolare
In una S.r.l. con due soci paritetici, anche amministratori, il voto contrario di un socio all'approvazione del bilancio non costituisce abuso del diritto di voto se la proposta non è stata preventivamente approvata dall'organo amministrativo nel suo complesso. La Corte di Cassazione ha stabilito che il rispetto della procedura, che attribuisce la paternità del progetto di bilancio all'intero organo gestorio, è un requisito fondamentale, e la sua violazione giustifica il dissenso del socio, a prescindere da obiezioni sul merito del documento contabile.
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Dovere di vigilanza sindaci e compenso: la Cassazione
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 34671/2024, ha stabilito che l'inadempimento al dovere di vigilanza dei sindaci può portare alla perdita totale del compenso. Nel caso specifico, i sindaci non avevano segnalato un'operazione di riacquisto di azioni avvenuta dopo la chiusura del bilancio, ma prima della sua approvazione. Tale operazione, pur essendo di competenza dell'esercizio successivo, annullava un significativo utile fittiziamente iscritto nell'esercizio precedente, mascherando la reale situazione di difficoltà della società poi fallita. La Corte ha ritenuto che tale omissione costituisse un grave inadempimento, legittimando il rifiuto del pagamento del compenso da parte della curatela fallimentare.
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Falso in bilancio: ogni bilancio un nuovo reato
La Corte di Cassazione ha stabilito che la ripetizione di un dato falso in bilanci di esercizi successivi costituisce una pluralità di reati di falso in bilancio, e non un singolo reato istantaneo. Sebbene la Corte abbia rigettato la tesi difensiva su questo punto, ha annullato la condanna per un vizio di motivazione della sentenza d'appello, che non aveva risposto in modo adeguato ai motivi di gravame, rinviando il caso per un nuovo giudizio.
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Impugnazione bilancio fallimento: domanda inammissibile
Un socio ha impugnato i bilanci di una società per violazione dei principi di chiarezza e veridicità, chiedendo anche l'accertamento di un credito. Durante la causa, la società è stata dichiarata fallita. Il Tribunale ha dichiarato entrambe le domande inammissibili. La prima per carenza di interesse ad agire, poiché l'azione di responsabilità spetta al curatore fallimentare. La seconda perché l'accertamento dei crediti verso un'impresa fallita è di competenza esclusiva del giudice fallimentare. Questa sentenza chiarisce i limiti procedurali per un socio in caso di impugnazione bilancio fallimento.
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Bilancio inattendibile: onere della prova del debitore
Una società impugna la sentenza di liquidazione giudiziale presentando bilanci approvati tardivamente. La Corte d'Appello rigetta il reclamo, giudicando il bilancio inattendibile e inidoneo a provare la non fallibilità. La sentenza riafferma che l'onere della prova spetta al debitore, il quale deve fornire documentazione credibile e tempestiva per dimostrare di essere al di sotto delle soglie dimensionali previste dalla legge.
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Abuso di maggioranza: quando è legittimo l’aumento?
Un socio di minoranza ha impugnato una delibera di aumento di capitale, sostenendo un abuso di maggioranza finalizzato a diluire la sua quota. Il Tribunale ha respinto la domanda, ritenendo l'operazione legittima perché giustificata da reali necessità aziendali, come la riduzione di un forte indebitamento e il finanziamento di investimenti strategici. La sentenza chiarisce che l'assenza di un sovrapprezzo e la potenziale diluizione non configurano automaticamente un abuso di maggioranza se l'aumento di capitale persegue un concreto interesse sociale.
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