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Art. 2328 Codice Civile

12 provvedimenti

Nomina del sindaco unico: quando interviene il Giudice
Il Tribunale ha disposto la nomina del sindaco unico per una società che, pur avendo superato i limiti dimensionali previsti dall'art. 2477 c.c. negli esercizi 2021 e 2022, non aveva provveduto autonomamente. La decisione segue la segnalazione della Camera di Commercio e l'accertata inerzia dell'assemblea societaria nel regolarizzare l'organo di controllo.
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Riconoscimento sentenza straniera: il termine di 90 gg
La Cassazione nega il riconoscimento di una sentenza straniera tunisina per mancato rispetto del termine di comparizione di 90 giorni, previsto dalla Convenzione bilaterale. Questo requisito, secondo la Corte, non è sanato dalla costituzione in giudizio della parte convenuta.
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Contratto di mandato: l’obbligo di rendiconto
Un investitore aveva affidato a un amico una somma di denaro per avviare un'attività di ristorazione in Turchia. A fronte del parziale inadempimento dell'amico, che non aveva investito l'intera somma come pattuito, l'investitore ha agito in giudizio. La Corte di Cassazione, confermando la decisione d'appello, ha rigettato il ricorso dell'amico, sottolineando che anche un rapporto amichevole può configurare un contratto di mandato. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per motivi procedurali, ribadendo che la consegna di denaro per uno scopo specifico crea un obbligo di utilizzarlo come concordato e di renderne conto.
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Credito prededucibile: escluso per quote non versate
Una società consortile chiedeva l'ammissione al passivo fallimentare di una sua consorziata per un credito relativo a quote di capitale non versate, richiedendone la natura di credito prededucibile. La Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta, chiarendo che l'obbligo di versare il capitale deriva dal contratto di società, che non rientra tra i contratti pendenti o ad esecuzione continuata disciplinati dalla legge fallimentare. Di conseguenza, il credito non gode di alcuna priorità e va trattato come chirografario.
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Annullamento contratto assicurazione per aggravamento
Una società assicurata si è vista negare l'indennizzo per un incendio a causa di modifiche societarie avvenute dopo la stipula della polizza. La Compagnia chiedeva l'annullamento del contratto. La Corte di Cassazione ha chiarito che l'annullamento del contratto di assicurazione, previsto dall'art. 1892 c.c., si applica solo a dichiarazioni inesatte o reticenti rese al momento della conclusione del contratto. Le circostanze successive, come l'aggravamento del rischio, sono regolate dall'art. 1898 c.c. e possono giustificare al massimo il recesso dell'assicuratore, ma non un annullamento retroattivo, soprattutto se l'evento dannoso si è già verificato.
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Data certa: la prova nel fallimento è essenziale
La richiesta di ammissione al passivo di un creditore verso una società fallita è stata respinta poiché i documenti a supporto del credito mancavano di una data certa opponibile al fallimento. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, ribadendo che la valutazione delle prove per stabilire la data certa spetta al giudice di merito e non può essere riesaminata in sede di legittimità. L'appello del creditore è stato ritenuto un inammissibile tentativo di ottenere un nuovo giudizio sui fatti.
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Giurisdizione revoca amministratore: la parola al civile
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 4413/2024, ha stabilito che la controversia sulla revoca di un amministratore di una società 'in house' a totale partecipazione pubblica rientra nella giurisdizione del giudice ordinario. L'ente pubblico, in questi casi, non agisce con poteri autoritativi (iure imperii), ma come socio (uti socius), esercitando facoltà previste dal diritto societario. La decisione di revoca è un atto 'a valle' della scelta di operare tramite uno strumento privatistico, e pertanto è soggetta alle norme del codice civile. La corretta giurisdizione per la revoca di un amministratore è quindi quella civile.
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Recesso socio spa: sì alla clausola ad nutum statutaria
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 2629/2024, ha stabilito la legittimità della clausola statutaria che consente il recesso socio spa 'ad nutum' (a discrezione) anche in società per azioni costituite a tempo determinato. Il caso riguardava un socio di una S.p.A. farmaceutica che si era visto negare il diritto di recesso previsto dallo statuto, poiché le corti di merito ritenevano tale facoltà limitata alle sole società a tempo indeterminato. La Cassazione ha ribaltato la decisione, affermando che l'autonomia statutaria, rafforzata dalla riforma del 2003, permette ai soci di introdurre liberamente ulteriori cause di recesso per bilanciare i propri interessi, a condizione che la società non faccia ricorso al mercato del capitale di rischio.
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Bancarotta per dissipazione: l’uso personale dei beni
La Corte di Cassazione conferma la condanna per bancarotta per dissipazione a carico di un amministratore che aveva acquistato yacht di lusso con fondi aziendali per uso personale. La sentenza chiarisce che tale condotta integra il reato anche se l'attività nautica era formalmente inclusa nell'oggetto sociale, poiché l'operazione, irragionevole e priva di utilità per l'impresa, ha creato un concreto pericolo per la garanzia patrimoniale dei creditori. La condanna penale è definitiva, ma la pena sarà ricalcolata per una nuova valutazione sulle circostanze attenuanti.
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Impugnazione delibera assembleare: i termini decadenza
Un azionista ha citato in giudizio una società per i danni derivanti da un'operazione di aumento di capitale ritenuta 'iperdiluitiva'. La sua richiesta è stata respinta in tutti i gradi di giudizio. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. Il motivo principale del rigetto è la tardività dell'azione: la domanda di risarcimento danni, legata all'impugnazione della delibera assembleare, deve essere proposta entro il termine di decadenza di 90 giorni previsto dalla legge, termine non rispettato in questo caso.
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Qualifica superiore: legittima anche senza mansioni
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità dell'attribuzione di una qualifica superiore a un lavoratore, anche in assenza delle mansioni corrispondenti. Questa decisione si basa sul principio del "trattamento di miglior favore", secondo cui un datore di lavoro può derogare alle norme contrattuali a beneficio del dipendente. L'atto, compiuto dall'amministratore delegato, è stato ritenuto valido e non opponibile alla società, respingendo così il ricorso dell'azienda che contestava il pagamento delle differenze retributive.
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Compenso amministratore: quando è illecito?
Un amministratore di S.r.l. si era autoliquidato un importo di 189.000,00 euro attraverso fatture emesse dalla sua ditta individuale verso la società da lui gestita. La Corte di Cassazione, confermando la decisione d'appello, ha ritenuto tale operazione una distrazione illecita di fondi, qualificandola come una forma di compenso amministratore non autorizzata. La sentenza sottolinea che la determinazione del compenso dell'amministratore richiede una specifica delibera assembleare, come previsto dallo statuto, e la sua assenza rende il pagamento illegittimo e fonte di responsabilità per l'amministratore, tenuto a restituire le somme.
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