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Art. 230-bis Codice Civile

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54 provvedimenti

Impresa familiare: competenza della Sezione Lavoro
La Corte di Cassazione ha esaminato una controversia riguardante l'impresa familiare regolata dall'art. 230 bis c.c. La Seconda Sezione Civile, rilevando che la materia trattata attiene a profili lavoratistici, ha stabilito che la cognizione spetta alla Sezione Lavoro secondo le tabelle di organizzazione interna. Per tale motivo, il collegio ha disposto la rimessione degli atti al Primo Presidente per la corretta assegnazione del fascicolo, garantendo il rispetto della specializzazione dei giudici.
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Subordinazione: socio e dipendente nella stessa azienda
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da un lavoratore e da una società di arredamenti in merito alla qualificazione del rapporto di lavoro. Il lavoratore, socio e parente degli amministratori, rivendicava la **subordinazione** per un lungo periodo, mentre la Corte d'Appello l'aveva riconosciuta solo parzialmente basandosi sul valore confessorio delle buste paga. La Suprema Corte ha ribadito che, in presenza di legami familiari e societari, l'accertamento del vincolo gerarchico richiede un vaglio rigoroso e che la valutazione delle prove è riservata ai giudici di merito, purché logicamente motivata.
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Comunione de residuo e divisione dei beni aziendali
La Corte d'Appello ha parzialmente riformato una sentenza sulla divisione dei beni tra coniugi, focalizzandosi sull'applicazione della comunione de residuo agli incrementi di un'azienda agricola personale. La decisione chiarisce i criteri di valutazione del bestiame e dei saldi bancari, escludendo l'intervento di terzi collaboratori familiari.
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Riduzione contributiva: inammissibile riesame in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una farmacista contro l'ente previdenziale di categoria. La professionista si era vista revocare la riduzione contributiva per aver percepito utili da un'impresa familiare. La Corte ha stabilito che i motivi del ricorso miravano a un riesame dei fatti, attività non consentita in sede di legittimità, confermando così la decisione della Corte d'Appello che riteneva la partecipazione agli utili incompatibile con il beneficio.
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Autonoma organizzazione: il ruolo del familiare e l’IRAP
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 29513/2023, ha stabilito che la collaborazione significativa e continuativa di un familiare, remunerata con una quota rilevante del reddito (nel caso di specie, il 49%), può configurare il presupposto dell'autonoma organizzazione necessario per l'assoggettamento a IRAP. La Corte ha cassato la decisione di merito che aveva escluso tale presupposto senza un'analisi concreta della natura dell'apporto del collaboratore, ritenendolo erroneamente e a priori di natura meramente esecutiva.
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Impresa familiare IRAP: quando si paga l’imposta?
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 29509/2023, ha chiarito i presupposti per l'assoggettamento a IRAP dell'impresa familiare. L'Agenzia delle Entrate aveva impugnato una sentenza che escludeva l'imposta per un contribuente che si avvaleva della moglie come collaboratrice. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, affermando che il contributo continuativo di un familiare, remunerato con una quota significativa (49%) del reddito, costituisce quel 'quid pluris' che integra il requisito dell'autonoma organizzazione, rendendo l'imposta dovuta. Il caso è stato rinviato per un nuovo esame.
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Diritto di prelazione impresa familiare: quando cessa?
Una recente ordinanza della Cassazione stabilisce un punto fermo sul diritto di prelazione nell'impresa familiare. Il caso riguardava una familiare che, dopo aver cessato la sua collaborazione pluriennale, rivendicava il diritto di prelazione sull'azienda conferita in una S.r.l. La Corte ha chiarito che tale diritto è strettamente legato alla partecipazione attiva e continuativa al lavoro. Con la cessazione definitiva della prestazione lavorativa, il familiare perde il diritto di prelazione, pur conservando il diritto alla liquidazione della propria quota di partecipazione. La sentenza ha inoltre accolto il ricorso su un punto procedurale, specificando che le domande assorbite in primo grado devono essere espressamente riproposte in appello per non essere considerate rinunciate.
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Fiscalità latente: riduce il valore dell’impresa?
In una causa sulla liquidazione della quota di un'impresa familiare, la Corte d'Appello aveva ridotto il valore della quota per tenere conto della cosiddetta "fiscalità latente", ovvero le imposte future su eventuali plusvalenze. La Corte di Cassazione, con ordinanza interlocutoria, ha ritenuto la questione di tale importanza da richiedere una trattazione in pubblica udienza. La decisione finale stabilirà se questo onere fiscale potenziale debba essere considerato nel calcolo del valore attuale delle partecipazioni in un'impresa familiare.
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Impresa familiare: quote e onere della prova
La Corte di Cassazione conferma la condanna di un ex-coniuge al pagamento di una cospicua somma in favore dell'altra per la sua partecipazione in un'impresa familiare. Il ricorso, basato su presunti errori nella valutazione delle prove e della consulenza tecnica, è stato respinto. La Corte ha ribadito che il giudizio di legittimità non può riesaminare i fatti, ma solo verificare la corretta applicazione della legge. La sentenza chiarisce i limiti della revisione delle decisioni di merito in materia di impresa familiare.
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Impresa familiare: quando non spetta il diritto agli utili
La Corte di Cassazione ha confermato la decisione dei giudici di merito, negando a una sorella il diritto a una quota di utili dell'impresa familiare gestita dal fratello. Nonostante la sua collaborazione fosse provata, la ricorrente non ha dimostrato l'esistenza di utili non distribuiti o di incrementi patrimoniali non goduti. I proventi dell'attività erano già stati impiegati per il mantenimento dell'intero nucleo familiare, inclusa la stessa ricorrente, estinguendo di fatto il suo diritto di partecipazione agli utili dell'impresa familiare.
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Impresa familiare: requisiti e procura generale
La Corte di Cassazione, con un'ordinanza interlocutoria, ha rinviato a una pubblica udienza la decisione su un caso di impresa familiare. Il caso riguarda un marito che ha ottenuto in appello il riconoscimento del suo diritto al 60% degli utili e degli incrementi dell'azienda della moglie. La Suprema Corte dovrà ora decidere su due questioni di principio: se il lavoro del collaboratore familiare debba essere prevalente rispetto ad altre attività e se la figura dell'impresa familiare sia compatibile con il conferimento di una procura generale.
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Impresa familiare: accordi e patti successori nulli
Una controversia tra fratelli sulla gestione di un'impresa familiare porta il caso di fronte alla Corte di Cassazione. Il cuore della disputa è la validità di un accordo del 1977, che secondo la ricorrente sarebbe nullo in quanto contenente un patto successorio vietato. La Corte di Appello aveva salvato l'accordo, ma la Cassazione, riconoscendo l'importanza della questione per l'uniforme interpretazione della legge, ha emesso un'ordinanza interlocutoria rinviando la causa a una pubblica udienza per una decisione approfondita.
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Impresa familiare: ricorso inammissibile in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili sia il ricorso principale che quello incidentale in una controversia relativa a un'impresa familiare. La causa verteva sul riconoscimento della quota di partecipazione agli utili di una collaboratrice e sulla compensazione di reciproci crediti. La Suprema Corte ha rigettato i ricorsi perché i motivi presentati miravano a una rivalutazione dei fatti e delle prove, compito precluso al giudice di legittimità, confondendo profili di merito con questioni di diritto.
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Impresa familiare: quando dedurre le spese di mantenimento
La Corte di Cassazione conferma che in un'impresa familiare, gli utili dovuti a un familiare partecipante si calcolano al netto delle spese di mantenimento. Tuttavia, è onere dell'imprenditore allegare e provare tempestivamente che tali costi sono stati sostenuti con i redditi dell'impresa. Una richiesta tardiva, presentata per la prima volta in appello, è inammissibile.
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Onere della prova lavoro subordinato: la Cassazione
Un lavoratore ha citato in giudizio un'azienda, gestita dai suoi familiari, per ottenere il riconoscimento di un rapporto di lavoro subordinato e il pagamento di differenze retributive. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando le decisioni dei gradi precedenti. Il motivo principale è stato il mancato assolvimento dell'onere della prova del lavoro subordinato da parte del lavoratore, le cui allegazioni iniziali sono state ritenute troppo generiche e prive di dettagli specifici su elementi cruciali come l'eterodirezione e il controllo datoriale.
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Danno pensionistico: onere della prova e risarcimento
La Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta di risarcimento per danno pensionistico avanzata da una collaboratrice di un'impresa familiare. La decisione si fonda sulla mancata assoluzione dell'onere della prova da parte della ricorrente, che non ha fornito elementi sufficienti a quantificare il danno subito a causa dei contributi previdenziali omessi dal titolare dell'impresa. La Corte ha chiarito che, di fronte a una domanda di condanna specifica, il giudice non può limitarsi a una condanna generica se la parte attrice non prova l'ammontare del danno.
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Detenzione e possesso: il giudicato fa chiarezza
La Corte di Cassazione ha annullato una sentenza di appello che aveva erroneamente qualificato un rapporto di detenzione come possesso. La Corte ha stabilito che un precedente giudicato, che aveva accertato l'esistenza di un contratto di affitto agrario, era vincolante. Di conseguenza, la richiesta di indennità per migliorie, basata sulla qualifica di possessore, è stata ritenuta inammissibile, ribadendo la netta distinzione tra detenzione e possesso.
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Impresa familiare: quando il lavoro tra parenti non basta
Un padre ricorre in Cassazione sostenendo l'esistenza di un rapporto di lavoro subordinato o di un'impresa familiare con la ditta del figlio. La Corte ha rigettato il ricorso, confermando che il figlio era un mero 'prestanome' e il padre il reale gestore. Viene ribadito che per configurare un'impresa familiare non basta il legame di parentela e la collaborazione, ma sono necessari elementi specifici come la comunanza di utili e perdite e la costituzione di un fondo comune.
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Impresa familiare: onere della prova sugli utili
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 15026/2024, ha chiarito importanti principi sull'onere della prova nell'impresa familiare. In una controversia tra ex coniugi per la liquidazione degli utili, la Corte ha stabilito che spetta all'imprenditore dimostrare di aver pagato il collaboratore familiare, una volta che quest'ultimo abbia fornito prove presuntive del suo diritto, come le dichiarazioni fiscali. La Corte ha anche ribadito che l'eccezione di decadenza dall'impugnazione di una rinuncia deve essere sollevata dalla parte e non può essere rilevata d'ufficio dal giudice. La sentenza d'appello è stata cassata con rinvio.
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Società di fatto tra coniugi: liquidazione e recesso
La Corte di Cassazione interviene sul caso di una società di fatto tra coniugi per la gestione di una farmacia. La sentenza chiarisce che l'allontanamento di un socio dall'attività non determina automaticamente lo scioglimento della società, ma configura un recesso. Di conseguenza, la liquidazione della sua quota deve essere calcolata al momento della manifestazione formale della volontà di recedere (come la notifica di un atto di citazione) e non al momento dell'abbandono fisico. La Corte ha cassato la decisione precedente per aver confuso lo scioglimento della società con il recesso del singolo socio, incorrendo nel vizio di extra petizione.
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