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Art. 2094 Codice Civile

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869 provvedimenti

Danno comunitario: tutela anche senza contratto scritto
Una lavoratrice precaria, impiegata per anni da una pubblica amministrazione regionale tramite rapporti a termine non formalizzati per iscritto, ha richiesto il risarcimento per l'abusiva reiterazione dei contratti. La Corte di Cassazione, con la sentenza in esame, ha stabilito un principio cruciale: la tutela risarcitoria per il cosiddetto "danno comunitario" spetta al lavoratore anche in assenza di un contratto scritto. La nullità del contratto per vizio di forma, imputabile all'amministrazione, non può vanificare la protezione prevista dalla normativa europea contro l'abuso del lavoro precario. La Corte ha quindi cassato la decisione d'appello che negava il risarcimento, affermando che la mancanza di forma scritta costituisce un'illegittimità aggiuntiva che non esclude, ma anzi rafforza, la necessità di tutela.
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Danno comunitario: sì al risarcimento senza contratto
La Corte di Cassazione ha stabilito che un lavoratore del settore pubblico ha diritto al risarcimento del cosiddetto "danno comunitario" per l'abusiva reiterazione di contratti a termine, anche qualora tali contratti siano nulli per mancanza di forma scritta. Secondo la Corte, il vizio di forma, imputabile alla Pubblica Amministrazione, non può tradursi in una minore tutela per il lavoratore, poiché la protezione contro il precariato imposta dal diritto dell'Unione Europea prevale sul vizio formale del singolo contratto.
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Minimale contributivo e permessi: quando si paga?
Una società cooperativa ha contestato l'obbligo di versare i contributi previdenziali per i periodi di permesso non retribuito, concordati con i dipendenti. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che l'obbligo di versamento del minimale contributivo sussiste anche in caso di sospensione concordata della prestazione lavorativa, qualora tale sospensione non trovi giustificazione nella legge o nei contratti collettivi.
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Danno comunitario: tutela anche senza contratto scritto
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 4075/2024, ha stabilito un principio cruciale per i lavoratori precari del settore pubblico. Ha chiarito che la tutela contro l'abusiva reiterazione di contratti a termine, nota come risarcimento del danno comunitario, spetta al lavoratore anche qualora i contratti siano stati stipulati senza la forma scritta richiesta per legge, e quindi formalmente nulli. La Corte ha ritenuto che la nullità formale, imputabile alla pubblica amministrazione, non può vanificare la protezione sostanziale voluta dal diritto europeo contro l'abuso del lavoro precario.
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Natura retributiva obbligo: cessione d’azienda nulla
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 3505/2024, ha ribadito un principio cruciale in materia di cessione di ramo d'azienda dichiarata illegittima. Il caso riguarda una lavoratrice che, dopo la declaratoria di nullità del trasferimento, ha offerto la propria prestazione lavorativa all'originario datore di lavoro (cedente), il quale l'ha rifiutata. La Corte ha confermato che le somme dovute dal datore di lavoro cedente hanno natura retributiva e non risarcitoria. Di conseguenza, lo stipendio percepito dalla lavoratrice presso il datore di lavoro cessionario non può essere detratto, consolidando un orientamento a tutela del lavoratore.
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Contratto a termine nullo: risarcimento per abuso
La Corte di Cassazione ha stabilito che un lavoratore del settore pubblico ha diritto al risarcimento del danno per abusiva reiterazione di contratti a termine, anche se tali contratti sono nulli per mancanza di forma scritta. La Corte ha chiarito che la nullità, imputabile principalmente al datore di lavoro pubblico, non può vanificare la tutela eurounitaria contro il precariato. La nullità formale si aggiunge alla violazione sostanziale, rafforzando il diritto del lavoratore alla tutela risarcitoria agevolata (c.d. danno comunitario), senza necessità di provare il danno specifico. È stato invece respinto il motivo relativo a un compenso per la mera disponibilità alla chiamata.
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Lavoro a termine PA: tutela anche senza contratto scritto
La Corte di Cassazione ha stabilito che un lavoratore del settore pubblico ha diritto al risarcimento per l'abuso di contratti a termine (il cosiddetto 'danno comunitario') anche se i contratti sono nulli per mancanza di forma scritta. La sentenza chiarisce che la tutela del lavoratore precario, derivante dal diritto europeo, non può essere annullata da un vizio formale imputabile alla stessa Pubblica Amministrazione. Il caso riguarda un lavoratore forestale siciliano il cui rapporto di lavoro a termine PA era stato reiterato abusivamente senza contratti scritti.
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Tutela lavoratore precario: Danno anche senza contratto
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 2992/2024, ha stabilito un principio fondamentale per la tutela del lavoratore precario nel settore pubblico. Un lavoratore, impiegato per anni da un'amministrazione regionale con una serie di contratti a termine, si è visto negare il risarcimento per l'abusiva reiterazione dei rapporti perché i contratti erano nulli per mancanza di forma scritta. La Cassazione ha ribaltato la decisione, affermando che la nullità del contratto, imputabile al datore di lavoro pubblico, non esclude, ma anzi rafforza, il diritto del lavoratore alla tutela risarcitoria prevista dalla normativa europea contro l'abuso dei contratti a termine. La mancanza di un contratto scritto valido non può tradursi in un indebolimento della protezione del lavoratore.
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Onere della prova agricoli: chi prova il rapporto?
Una lavoratrice agricola si è vista rigettare il ricorso contro la sua cancellazione dagli elenchi professionali. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, ribadendo un principio fondamentale sull'onere della prova agricoli: quando l'ente previdenziale contesta la genuinità del rapporto, l'iscrizione all'elenco perde la sua efficacia probatoria. Spetta quindi interamente al lavoratore dimostrare in giudizio l'effettiva esistenza, durata e natura del rapporto di lavoro subordinato.
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Danno comunitario contratto nullo: tutela garantita
Un lavoratore, impiegato per anni da un'amministrazione regionale con contratti a termine reiterati, ha richiesto il risarcimento del danno per l'abuso subito. La Corte d'Appello aveva negato il risarcimento, considerando i contratti nulli per mancanza di forma scritta. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo che la tutela contro l'abuso, nota come danno comunitario, spetta al lavoratore anche in caso di contratto nullo. La nullità formale, infatti, rappresenta un'ulteriore colpa del datore di lavoro pubblico e non può vanificare la protezione imposta dal diritto dell'Unione Europea.
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Unico centro di imputazione: licenziamento illegittimo
La Corte di Cassazione conferma l'illegittimità di un licenziamento per giustificato motivo oggettivo, basato sulla cessazione di attività di una società, quando in realtà questa costituiva un unico centro di imputazione con un'altra impresa che ha continuato a operare. La frammentazione dell'attività è stata ritenuta artificiosa, riconoscendo un unico rapporto di lavoro e condannando le società al risarcimento del danno in favore del lavoratore.
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Società in house: no assunzione senza concorso
Una lavoratrice ha richiesto il riconoscimento di un rapporto di lavoro diretto con una società in house, sostenendo un'interposizione illecita di manodopera. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, applicando il principio della "ragione più liquida". Ha stabilito che non è possibile costituire giudizialmente un rapporto di lavoro con una società a partecipazione pubblica totale, come una società in house, se l'assunzione non è avvenuta tramite procedure selettive pubbliche, trasparenti e imparziali, come previsto dalla legge. Questa regola prevale su qualsiasi accertamento relativo all'illegittimità dell'appalto.
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Simulazione cessione d’azienda: licenziamento nullo
La Corte di Cassazione conferma la nullità di un licenziamento per ritorsione, avvenuto nel contesto di una simulazione cessione d'azienda. I giudici hanno identificato un'operazione fraudolenta, con la creazione di una nuova società e la successiva cancellazione di quella originaria, finalizzata unicamente a eludere i diritti del lavoratore. È stato riconosciuto un 'unico centro di imputazione' del rapporto di lavoro, che ha reso l'operazione societaria un mero schermo giuridico e il licenziamento un atto illegittimo perché basato su un motivo illecito determinante.
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Licenziamento ritorsivo: la Cassazione e la simulazione
La Corte di Cassazione ha confermato la nullità di un licenziamento ritorsivo, avvenuto a seguito di una cessione d'azienda risultata simulata. La Corte ha identificato un unico centro di imputazione del rapporto di lavoro, superando lo schermo societario creato ad arte per eludere i diritti del lavoratore. La sentenza stabilisce che la creazione di una nuova società e il trasferimento fittizio dell'azienda, finalizzati unicamente a licenziare un dipendente scomodo, costituiscono un'operazione illecita, con conseguente reintegrazione del lavoratore e risarcimento del danno.
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Rapporto di lavoro subordinato: la Cassazione decide
Un lavoratore, impiegato per anni da una grande azienda di radiotelevisione tramite una successione di contratti a termine e di collaborazione, ha ottenuto il riconoscimento di un unico rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, rigettando il ricorso dell'azienda. L'ordinanza stabilisce che la lunga inerzia del lavoratore nel contestare la natura dei contratti non costituisce un'accettazione tacita della situazione, soprattutto quando emerge un intento elusivo da parte del datore di lavoro. La sostanza del rapporto prevale sulla forma contrattuale.
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Appalto illecito: onere della prova e limiti del ricorso
Un gruppo di lavoratori, dipendenti di una società di contact center, ha agito in giudizio contro un'importante azienda di trasporti, sostenendo l'esistenza di un appalto illecito e chiedendo il riconoscimento di un rapporto di lavoro diretto. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza in esame, ha rigettato il ricorso, sottolineando che l'onere di provare l'interposizione illecita grava sui lavoratori. La Corte ha inoltre dichiarato inammissibili le nuove argomentazioni introdotte in appello, evidenziando come l'uso di software e la formazione forniti dalla committente non siano di per sé sufficienti a dimostrare un appalto illecito, ma rientrino nelle normali dinamiche di un appalto endoaziendale genuino.
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Appalto endoaziendale: quando è lecito? La Cassazione
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza 1605/2024, ha definito i contorni della liceità dell'appalto endoaziendale. Nel caso esaminato, alcuni lavoratori impiegati da una società appaltatrice per un servizio di assistenza clienti di un grande committente, chiedevano il riconoscimento di un rapporto di lavoro diretto con quest'ultimo. La Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che un appalto è genuino, anche se svolto all'interno del ciclo produttivo del committente, quando l'appaltatore esercita una reale organizzazione dei mezzi e si assume il rischio d'impresa. L'ingerenza del committente, se finalizzata solo al controllo della qualità del servizio, non trasforma l'appalto in una somministrazione illecita di manodopera.
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Prova atipica: testimonianza valida da altro processo
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un professionista sanzionato per l'impiego irregolare di una lavoratrice. La Corte ha stabilito che una testimonianza resa in un altro giudizio costituisce una prova atipica pienamente utilizzabile, a condizione che sia garantito il contraddittorio tra le parti. È stato inoltre chiarito che una sentenza emessa in un altro processo tra parti diverse non ha efficacia di giudicato, ma può essere valutata dal giudice come semplice elemento di prova documentale.
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Contratto a progetto e novum in appello: la Cassazione
Una lavoratrice con contratti di collaborazione ha richiesto il riconoscimento di un rapporto di lavoro subordinato. La sua richiesta è stata respinta in primo e secondo grado. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, ritenendo inammissibile il motivo relativo alla nullità del contratto a progetto per mancanza del progetto stesso, in quanto sollevato per la prima volta in appello (c.d. 'novum'). La Corte ha sottolineato l'importanza del principio di autosufficienza del ricorso, che impone di formulare tutte le domande e le relative motivazioni fin dal primo atto del processo.
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Onere della prova lavoro subordinato: la Cassazione
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza in esame, chiarisce l'onere della prova nel lavoro subordinato. Un lavoratore aveva ottenuto in primo grado il riconoscimento di crediti da lavoro, ma la Corte d'Appello aveva riformato la decisione. In Cassazione, il lavoratore lamentava una violazione delle regole sull'onere della prova, sostenendo che un legame affettivo dovesse far presumere la gratuità della prestazione. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, affermando che una volta dimostrata l'esistenza di un rapporto di lavoro subordinato, spetta alla parte che eccepisce la gratuità (es. il datore di lavoro) fornire la prova di tale circostanza. La semplice esistenza di un legame affettivo non è sufficiente a invertire questo onere.
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