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Art. 1947 Codice Penale

7 provvedimenti

Obbligo contributivo istruttori sportivi: no a sconti facili
L'Ente Previdenziale ha richiesto il pagamento dei contributi per quattro istruttori di un'Associazione Sportiva Dilettantistica. I giudici di merito avevano annullato la richiesta, ritenendo applicabile l'esenzione fiscale per i redditi diversi. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'Ente, stabilendo che l'esenzione dall'obbligo contributivo istruttori sportivi non è automatica. Per goderne, l'attività non deve essere svolta in modo professionale e l'associazione deve dimostrare l'effettiva assenza di scopo di lucro, non bastando la sola affiliazione formale al CONI. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Esenzione contributiva sport dilettantistico: INPS perde la sfida
L'INPS ha richiesto il pagamento dei contributi previdenziali per le somme erogate da una società sportiva dilettantistica ad alcuni istruttori e collaboratori amministrativi. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'istituto previdenziale, confermando che i compensi corrisposti ai collaboratori sportivi non professionali rientrano nei "redditi diversi" e beneficiano dell'esenzione contributiva sport dilettantistico entro la soglia di legge (all'epoca pari a 7.500 euro annui). Per godere dell'agevolazione, l'associazione deve dimostrare la propria reale natura non profit e l'assenza di professionalità nelle prestazioni dei collaboratori. Di conseguenza, l'ente sportivo non deve versare i contributi pretesi dall'INPS.
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Attività sportiva dilettantistica e contributi INPS
L'INPS ha impugnato la decisione che esentava un'associazione sportiva dal versamento dei contributi per i propri istruttori di nuoto. La Corte d'Appello aveva ritenuto che l'attività sportiva dilettantistica escludesse automaticamente il carattere professionale delle prestazioni. La Cassazione ha invece stabilito che l'esenzione contributiva non è automatica: occorre verificare in concreto se l'attività sia svolta professionalmente, indipendentemente dalla natura dell'ente datore di lavoro.
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Base imponibile IVA: il ruolo del consorzio passante
Una cooperativa ha contestato un'ingiunzione di pagamento del proprio consorzio, ritenendo errato il calcolo della base imponibile IVA su materiali ricevuti come compenso per lavori. I materiali provenivano da un ente pubblico non soggetto a IVA. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che il consorzio, agendo come "struttura passante", ha correttamente utilizzato l'intero costo sostenuto (inclusa la maggiorazione pagata all'ente pubblico) come base imponibile per la successiva transazione con la propria consorziata. La funzione specifica del consorzio prevale sulle regole generali dell'IVA in materia di permuta.
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Soppressione ente: il destino dell’incarico dirigenziale
La Corte di Cassazione ha stabilito che la proroga di un incarico dirigenziale, deliberata ma non ancora formalizzata con un nuovo contratto, non sopravvive alla soppressione dell'ente pubblico. L'intervento legislativo che abolisce l'ente costituisce un 'factum principis', rendendo la prestazione lavorativa impossibile e giustificando la mancata prosecuzione del rapporto. La richiesta di risarcimento per svuotamento delle mansioni è stata respinta per mancata prova del danno specifico subito dal dirigente.
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Responsabilità solidale consorzio: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità solidale di un consorzio, partecipante a una gara d'appalto in Associazione Temporanea di Imprese (ATI), per i debiti contratti da una sua cooperativa consorziata verso un'impresa subappaltatrice. La decisione si fonda sull'applicazione della normativa speciale in materia di appalti pubblici (art. 37, D.Lgs. 163/2006), che istituisce un regime di tutela rafforzata per i subappaltatori, derogando ai principi generali del codice civile. Secondo la Corte, la partecipazione congiunta alla gara tramite ATI è l'elemento che estende la responsabilità all'intera compagine, consorzio incluso.
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Indebito contributivo: chi rimborsa il lavoratore?
Ex dipendenti pubblici a tempo determinato si sono visti negare la restituzione dell'indennità di fine servizio, che il loro datore di lavoro aveva erroneamente versato all'ente previdenziale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, chiarendo che in caso di indebito contributivo, l'azione del lavoratore per recuperare le somme trattenute va diretta esclusivamente contro il datore di lavoro, e non verso l'ente che ha ricevuto i versamenti. La Corte ha inoltre confermato che la prescrizione del diritto decorre dalla cessazione del rapporto di lavoro.
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