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Art. 18 Legge Fallimentare (R.D. 267/1942)

8 provvedimenti

Dichiarazione di fallimento: quando il debito erariale non basta a salvarla
Un'Azienda ha presentato ricorso in Cassazione contro la sua Dichiarazione di fallimento, già confermata in appello. L'Azienda sosteneva di non essere insolvente, ma di affrontare solo una difficoltà finanziaria temporanea, anche in virtù di un accordo di definizione agevolata per un debito erariale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. Ha confermato che l'insolvenza dell'Azienda era strutturale, basata su debiti consistenti, scarsa liquidità, dispersione di patrimonio e crediti deteriorati. L'accordo sul debito erariale non era sufficiente a escludere la Dichiarazione di fallimento, poiché esistevano altri debiti e la capacità di pagare le rate era incerta. La sentenza ha quindi ribadito i criteri per accertare lo stato di insolvenza.
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Desistenza istanza di fallimento: l’azienda è salva se paga
Un'azienda creditrice chiede il fallimento di una società debitrice per fatture non pagate. Prima della dichiarazione di fallimento, il creditore firma un atto di rinuncia. Nonostante ciò, il Tribunale dichiara fallita la società. La Corte di Cassazione ha chiarito un principio fondamentale: in caso di desistenza dall'istanza di fallimento, ciò che conta non è la data in cui l'atto di rinuncia viene depositato, ma se il debito è stato pagato prima della sentenza di fallimento. Se il pagamento è avvenuto prima e può essere provato con un documento avente data certa, il fallimento deve essere revocato. La Corte ha quindi annullato la precedente decisione che si era erroneamente concentrata sulla data della desistenza anziché su quella dell'eventuale pagamento.
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Responsabilità del magistrato: accusa di fallimento, vince lo Stato
Un imprenditore ha citato in giudizio un magistrato e lo Stato, chiedendo un risarcimento milionario. L'accusa era di aver causato il fallimento ingiusto della sua società attraverso una serie di atti ritenuti illeciti. La Corte di Cassazione ha respinto definitivamente la richiesta. I giudici hanno stabilito che non sussistevano i presupposti della responsabilità civile del magistrato, poiché le azioni del giudice rientravano nei suoi poteri e non erano viziate da dolo o colpa grave. L'imprenditore ha perso la causa ed è stato condannato a pagare le spese legali.
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Ultrattività rito fallimentare: la legge nuova vince sulla vecchia
Un socio, dichiarato fallito con una sentenza del 1995, impugna una decisione del 2021 che conferma il suo status. Utilizza la vecchia procedura di appello (atto di citazione), ma una riforma del 2007 ha introdotto il reclamo con termini più stringenti. La Cassazione chiarisce che la nuova legge si applica immediatamente ai processi in corso, negando l'ultrattività del rito fallimentare. L'appello, depositato in ritardo secondo le nuove regole, è inammissibile. Il principio 'tempus regit actum' prevale, rendendo definitiva la dichiarazione di fallimento.
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Fallimento associazione non riconosciuta: l’amministratore rischia?
Un centro di formazione professionale, organizzato come associazione non riconosciuta, viene dichiarato fallito. Di conseguenza, anche la persona che agiva in suo nome e per suo conto viene dichiarata fallita 'in estensione'. L'interessato si oppone, sostenendo che la sua responsabilità personale non giustifica una misura così grave. La Corte di Cassazione, investita della questione, non emette una decisione finale. Riconosce la complessità del problema e rinvia la causa a una pubblica udienza per stabilire se la responsabilità di chi agisce per un'associazione possa portare al **fallimento associazione non riconosciuta** in estensione. La questione rimane aperta.
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Termine impugnazione fallimento: 30 giorni decisivi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile un ricorso contro una sentenza di fallimento perché presentato oltre il termine perentorio di 30 giorni. La Corte ha chiarito che il termine impugnazione fallimento decorre dalla comunicazione integrale della sentenza via PEC da parte della cancelleria, sottolineando la specialità e celerità della procedura fallimentare, che non ammette deroghe come la sospensione feriale dei termini.
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Revocazione ordinanza Cassazione: errore di fatto?
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile un ricorso per la revocazione di una propria ordinanza. Il ricorrente sosteneva un errore di fatto per l'omesso esame di una memoria difensiva. La Corte ha chiarito che l'omissione non integra un errore di fatto revocatorio se la memoria non introduce elementi fattuali decisivi, ma si limita a riproporre argomentazioni giuridiche. La vicenda trae origine dalla dichiarazione di fallimento di una società, i cui bilanci erano stati depositati solo dopo la sentenza, minandone l'attendibilità.
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Relazione attestatore: requisiti e nullità concordato
Una società in liquidazione ha visto respingere la sua domanda di concordato preventivo a causa di una relazione dell'attestatore ritenuta troppo generica. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 15533/2024, ha confermato la decisione, stabilendo che una relazione attestatore concordato carente nella verifica dei dati contabili è motivo sufficiente per dichiarare l'inammissibilità della proposta, assorbendo ogni altra censura. Il caso sottolinea l'importanza cruciale della diligenza del professionista incaricato.
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