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Art. 167 TUIR

13 provvedimenti

Tassazione imprese estere controllate: addio ad aliquote ridotte
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società italiana l'applicazione dell'aliquota ridotta del 27% sui redditi di una controllata estera con sede a Singapore per l'anno 2006. La società, avendo registrato un reddito imponibile pari a zero grazie al riporto di perdite precedenti, riteneva applicabile l'aliquota minima. La Cassazione ha accolto il ricorso del fisco, stabilendo che la tassazione imprese estere controllate deve avvenire con l'aliquota ordinaria IRES (all'epoca del 33%) e non con quella ridotta, poiché la soppressione della "dual income tax" ha privato di efficacia il riferimento all'aliquota minima del 27%. Di conseguenza, la società è stata condannata a pagare le imposte calcolate con l'aliquota ordinaria e le spese di giudizio.
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Rimborso dopo ravvedimento operoso: errore ammesso, ma non basta
Un'azienda paga delle imposte tramite ravvedimento operoso, credendo erroneamente di essere soggetta alla normativa sulle società estere controllate. Successivamente, si accorge dell'errore e chiede la restituzione delle somme. La Corte di Cassazione stabilisce un principio chiave: il rimborso dopo ravvedimento operoso non è un diritto automatico. Poiché il ravvedimento è una scelta di natura negoziale, il contribuente può ottenere il rimborso solo se dimostra di essere caduto in un 'errore essenziale e riconoscibile', come previsto dal Codice Civile. La Corte rinvia il caso ai giudici di merito per verificare la sussistenza di tale errore.
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Interpello disapplicativo: la Cassazione frena i giudici d’appello
L'Azienda ha presentato un interpello disapplicativo per evitare la tassazione in Italia dei redditi prodotti da società controllate all'estero. L'Agenzia delle Entrate ha respinto la richiesta. L'Azienda ha impugnato il rifiuto, ma è sorto un conflitto sulla competenza territoriale tra i tribunali di Padova e Roma. La Commissione Tributaria Regionale ha stabilito che il tribunale di Padova era competente e ha dichiarato che il rifiuto dell'Agenzia era immediatamente impugnabile. L'Agenzia delle Entrate ha fatto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha stabilito che il giudice d'appello non poteva decidere sull'impugnabilità dell'atto dopo aver già deciso di rinviare la causa al primo grado per competenza. La decisione sulla validità del ricorso spetta ora esclusivamente al giudice di primo grado competente.
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Interpello disapplicativo: guida all’impugnazione
La Corte di Cassazione ha confermato che il diniego di un interpello disapplicativo riguardante la disciplina CFC è un atto autonomamente impugnabile. Una società italiana aveva richiesto di non applicare la tassazione per trasparenza sui redditi di una collegata in Malesia, dimostrando l'effettivo svolgimento di attività commerciale in loco. Nonostante il rifiuto iniziale dell'Agenzia delle Entrate, i giudici di merito hanno accolto le ragioni dell'azienda. La Suprema Corte ha ribadito che tale diniego manifesta una pretesa tributaria definita, incidendo direttamente sulla sfera giuridica del contribuente e giustificando il ricorso immediato al giudice tributario.
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Litisconsorzio necessario: effetti del giudicato sul socio
La Corte di Cassazione dichiara inammissibili due ricorsi dell'Agenzia delle Entrate. Il primo, contro una società di persone, a causa di un errore procedurale nell'indicazione della sentenza impugnata. Questa decisione, divenuta definitiva, ha reso inammissibile anche il secondo ricorso contro il socio. In base al principio del litisconsorzio necessario, l'annullamento dell'atto presupposto (l'accertamento societario) si estende automaticamente al socio, facendo venir meno l'interesse ad agire dell'Agenzia.
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Litisconsorzio necessario: tutti i soci in giudizio
La Corte di Cassazione ha annullato le sentenze di merito in un caso di accertamento fiscale contro una società di persone e il suo socio di maggioranza. La decisione si fonda sul principio del litisconsorzio necessario: l'omessa partecipazione al giudizio dei soci di minoranza costituisce un vizio insanabile che comporta la nullità dell'intero procedimento, il quale deve essere ripreso dal primo grado con la corretta integrazione del contraddittorio.
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Litisconsorzio necessario e accertamento a S.N.C.
La Corte di Cassazione ha annullato un intero procedimento fiscale contro una società in nome collettivo a causa di un vizio procedurale. La controversia, relativa ad un avviso di accertamento per IRAP e IVA, non ha visto la partecipazione di tutti i soci fin dal primo grado. La Suprema Corte ha rilevato d'ufficio la violazione del litisconsorzio necessario, dichiarando la nullità di tutte le fasi del giudizio e rinviando la causa al giudice di primo grado per un nuovo processo con un contraddittorio correttamente instaurato tra tutti i soggetti interessati (società e tutti i soci).
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Litisconsorzio necessario: nullo il giudizio senza soci
La Corte di Cassazione ha annullato l'intero procedimento giudiziario relativo a un avviso di accertamento per IRAP e IVA emesso nei confronti di una società di persone. La decisione si fonda sul principio del litisconsorzio necessario: l'Amministrazione Finanziaria aveva avviato la causa solo contro la società, omettendo di citare in giudizio anche tutti i suoi soci. Poiché il reddito delle società di persone viene imputato direttamente ai soci, la loro partecipazione al processo è indispensabile. La mancata integrazione del contraddittorio sin dal primo grado ha reso nullo l'intero iter processuale, con conseguente rinvio della causa al giudice di primo grado.
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Rinuncia al ricorso: effetti sul processo e spese
Una società, in un contenzioso tributario contro l'Amministrazione Finanziaria, presenta una rinuncia al ricorso in Cassazione, accettata dalla controparte. La Corte dichiara l'estinzione del giudizio, stabilendo che in caso di rinuncia accettata non vi è pronuncia sulle spese e non si applica la sanzione del doppio contributo unificato. La decisione chiarisce le conseguenze procedurali ed economiche di questa scelta strategica.
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Tassazione CFC: l’aliquota in caso di perdita
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 30965/2023, ha chiarito un importante aspetto della tassazione CFC (Controlled Foreign Corporations). Un istituto di credito, pur avendo registrato una perdita complessiva in Italia, ha chiesto il rimborso dell'IRES versata sui profitti di sue controllate estere, sostenendo l'applicazione dell'aliquota minima del 27% anziché quella ordinaria del 33%. La Corte ha respinto il ricorso, stabilendo che se la società controllante è in perdita, non esiste una 'aliquota media' calcolabile. Pertanto, i redditi della CFC devono essere assoggettati all'aliquota ordinaria, poiché la norma sulla tassazione CFC ha una finalità antielusiva che non ammette l'applicazione di un regime agevolato in assenza di un reddito imponibile domestico.
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Società schermo e tasse: la Cassazione chiarisce
La Corte di Cassazione ha stabilito che le norme interne anti-elusione prevalgono sulle convenzioni internazionali contro le doppie imposizioni quando viene utilizzata una struttura con società schermo. Nel caso esaminato, dividendi provenienti da un paese a fiscalità privilegiata sono stati fatti transitare attraverso due società intermedie prima di giungere alla controllante italiana. La Corte ha cassato la sentenza di merito che aveva esentato tali utili, sottolineando la necessità di verificare la sostanza economica dell'operazione per contrastare l'abuso del diritto.
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Diniego interpello disapplicativo: si può ricorrere
Una società assicurativa ha richiesto la disapplicazione della normativa sulle Controlled Foreign Companies (CFC) per la sua controllata irlandese. L'Agenzia delle Entrate ha dichiarato l'istanza inammissibile. La Corte di Cassazione ha stabilito che tale diniego interpello disapplicativo, anche se formalmente dichiarato 'inammissibile', è in realtà un provvedimento di merito che esprime una pretesa tributaria e, come tale, è immediatamente impugnabile davanti al giudice tributario, a tutela del diritto di difesa del contribuente.
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Tassabilità utili CFC: la Cassazione sul tempo
La Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale sulla tassabilità degli utili delle Controlled Foreign Companies (CFC). Il caso riguardava una società italiana a cui l'Amministrazione Finanziaria aveva imputato, per trasparenza, gli utili di una controllata estera generati prima che la società italiana ne acquisisse il controllo. La Corte ha accolto il ricorso della società, chiarendo che la normativa CFC si applica solo se il soggetto controllante residente possiede la partecipazione nel momento in cui la controllata estera consegue i redditi. È irrilevante che l'acquisizione avvenga nello stesso anno fiscale, ciò che conta è il momento della produzione del reddito. La sentenza annulla la decisione precedente che aveva ritenuto legittima la tassazione.
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