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Art. 154-ter Codice di Procedura Penale

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49 provvedimenti

Chiamata in correità: la Cassazione fa il punto
La Corte di Cassazione conferma la condanna di un agente delle forze dell'ordine per peculato e traffico di stupefacenti, basata sulla valutazione della chiamata in correità. La sentenza chiarisce i criteri per considerare attendibili le dichiarazioni di coimputati e la necessità di riscontri esterni. Un capo d'imputazione è stato annullato per prescrizione, con conseguente rideterminazione della pena.
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Falso in atto pubblico: condanna per l’agente di Polizia
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un assistente di Polizia per peculato, falso in atto pubblico e truffa. L'agente aveva utilizzato l'auto di servizio per accompagnare un superiore in viaggi personali, falsificando i relativi fogli di viaggio per farli apparire come missioni istituzionali. La sentenza sottolinea che la falsificazione dei documenti costituisce prova della consapevolezza dell'illecito (dolo) e che il foglio di viaggio, se compilato da un pubblico ufficiale, è un atto pubblico a tutti gli effetti.
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Reato di droga: occultamento per calunnia e offensività
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un individuo condannato per un reato di droga. L'imputato aveva procurato cocaina non per spaccio, ma per occultarla nell'auto di un'altra persona allo scopo di incastrarla. La Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che il possesso di stupefacenti per fini diversi dall'uso personale integra il reato di droga, poiché la condotta è di per sé offensiva per la salute e la sicurezza pubblica, a prescindere dalla finalità calunniosa.
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Ricorso inammissibile per furto: limiti del riesame
Un soggetto, condannato per furto consumato e tentato in abitazione, ha presentato ricorso in Cassazione lamentando vizi di motivazione sulla valutazione delle prove, sul reato impossibile e sulla congruità della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che non può riesaminare nel merito i fatti già accertati dai giudici di primo e secondo grado e che le motivazioni della sentenza impugnata erano logiche e giuridicamente corrette.
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Inammissibilità del ricorso: costi e conseguenze
La Corte di Cassazione dichiara l'inammissibilità del ricorso di un imputato contro una sentenza della Corte d'Appello. La decisione comporta la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro a favore della Cassa delle ammende, evidenziando le severe conseguenze procedurali di un'impugnazione inefficace.
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Calunnia e falso: Cassazione su reato impossibile
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 6526/2025, ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due membri delle forze dell'ordine condannati per calunnia e falso ideologico. Gli imputati avevano fabbricato prove per accusare falsamente un individuo di spaccio, sostenendo in loro difesa la tesi del "reato impossibile", dato che la persona offesa era già indagata per reati di droga. La Corte ha rigettato questa tesi, precisando che accusare qualcuno di un fatto di reato distinto e specifico, anche se simile a quello per cui è già indagato, integra pienamente il delitto di calunnia e falso, poiché idoneo a dare avvio a un nuovo procedimento.
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Omissione atti d’ufficio: dovere di risposta sempre
La Corte di Cassazione conferma la condanna per omissione atti d'ufficio a carico di un Comandante della Polizia Municipale per non aver risposto a una richiesta di accesso a un documento. La sentenza stabilisce che l'obbligo di rispondere entro 30 giorni sussiste indipendentemente dalla qualificazione della richiesta, sia essa un'istanza di accesso amministrativo (L. 241/90) o una richiesta nell'ambito di investigazioni difensive (art. 391-quater c.p.p.). Il diritto di accesso è autonomo e la sua violazione integra il reato, anche se esistono altri rimedi processuali.
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Falsa attestazione presenza: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per falsa attestazione della presenza a carico di un dirigente medico che, dopo aver timbrato il cartellino, si allontanava per ore dal luogo di lavoro. La Corte ha stabilito che il reato lede la pubblica fede e si configura con la semplice attestazione mendace, a prescindere dal danno economico o dal recupero delle ore. La condotta, reiterata per sei volte in un mese, è stata considerata abituale, escludendo così l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto.
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Sospensione cautelare dipendente pubblico: il diritto
La Cass. Civ., Sez. L, n. 7657/2019, stabilisce che in caso di sospensione cautelare del dipendente pubblico per un procedimento penale, se l'amministrazione non avvia il procedimento disciplinare dopo la fine di quello penale, il dipendente ha diritto alla 'restitutio in integrum' (piena retribuzione). L'onere di riattivare il procedimento è dell'ente, non del lavoratore. La mancata comunicazione della sentenza penale da parte del lavoratore è irrilevante.
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