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Art. 15 R.D. 267/1942 (Legge Fallimentare)

14 provvedimenti

Fallimento della società cancellata: i debiti restano vivi
Una società a responsabilità limitata in liquidazione subiva la dichiarazione di fallimento su istanza di due creditori entro un anno dalla sua formale cancellazione dal Registro delle Imprese. L'azienda ha contestato la legittimazione dei creditori e ha sostenuto che l'insolvenza dovesse manifestarsi con ulteriori fatti esteriori dopo la cancellazione. La Suprema Corte ha confermato il fallimento della società cancellata, chiarendo che i creditori non necessitano di titoli esecutivi definitivi per agire e che l'insolvenza manifestata prima della cancellazione è pienamente sufficiente per giustificare la procedura fallimentare entro i dodici mesi previsti dalla legge.
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Fondo di Garanzia TFR: l’INPS paga se l’azienda è cancellata
Un lavoratore ha richiesto l'intervento del Fondo di Garanzia TFR all'INPS dopo la cessazione del rapporto e l'infruttuoso pignoramento dei beni aziendali. La società datrice di lavoro risultava già cancellata dal registro delle imprese da oltre un anno e non era più fallibile. L'INPS ha negato il pagamento sostenendo che il giudice ordinario non potesse accertare la non fallibilità dell'impresa. I giudici di merito hanno condannato l'ente previdenziale a saldare il credito. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna dell'INPS e ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'ente. Il giudice civile può accertare in via incidentale l'impossibilità di fallimento dovuta al decorso di un anno dalla cancellazione societaria.
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Affitto d’azienda nullo ma dichiarazione di fallimento valida
Una società affittuaria contesta la dichiarazione di fallimento richiesta da una procedura concorsuale locatrice per il mancato pagamento dei canoni aziendali. La debitrice eccepisce la nullità del contratto di affitto d'azienda: l'immobile non possedeva le autorizzazioni urbanistiche per ospitare una residenza per anziani. I giudici confermano l'insolvenza. L'accordo contrattuale prevedeva l'uso alberghiero legittimo e poneva a carico dell'affittuaria l'ottenimento delle licenze sanitarie. L'utilizzatrice ha comunque svolto l'attività per anni senza versare il dovuto e senza dimostrare la propria solidità economica.
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Istanza di fallimento: rinvio per trattative o rinuncia?
Una società debitrice impugna la dichiarazione di fallimento sostenendo che la richiesta di rinvio per trattative avanzata dai creditori equivalesse a una rinuncia implicita agli atti. La debitrice lamenta inoltre l'abuso del diritto da parte degli istanti per mancato perfezionamento degli accordi transattivi. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso confermando il fallimento. La Suprema Corte chiarisce che la richiesta di rinvio è un mero atto neutro del processo e non comporta alcuna rinuncia alla istanza di fallimento. Inoltre, la presenza di un credito insoluto certo e superiore alla soglia di legge legittima pienamente la procedura concorsuale. La tutela della buona fede non blocca la pronuncia giudiziale in presenza di un dissesto oggettivo e di trattative mai perfezionate formalmente.
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Dichiarazione di fallimento: debiti contestati e soglie legali
Una società affittuaria di un complesso alberghiero e i suoi soci illimitatamente responsabili hanno impugnato la dichiarazione di fallimento pronunciata su istanza della società proprietaria concedente. I debitori contestavano il calcolo dell'esposizione debitoria, sostenendo la nullità della consulenza tecnica e chiedendo la riduzione dei canoni per l'inagibilità di alcune camere dell'albergo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dei debitori. I giudici hanno stabilito che l'onere di provare il mancato superamento congiunto delle soglie di legge ricade interamente sul debitore. Nel caso esaminato, le decurtazioni economiche richieste dai debitori non incidevano in modo decisivo sul debito complessivo, il quale restava comunque ampiamente al di sopra del limite previsto per legge.
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Istanza di fallimento: cambiali insolute e prova del debito
Un'azienda fornitrice ha presentato un'istanza di fallimento contro una società debitrice per oltre 121.000 euro, documentati da vaglia cambiari insoluti emessi a saldo di forniture. La società debitrice ha contestato la legittimazione della creditrice, sostenendo di aver saldato ogni fornitura tramite bonifici anticipati e contestando le causali dei titoli. I giudici di merito hanno confermato il fallimento, rilevando l'assenza di riscontri oggettivi del pagamento da parte del debitore. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della debitrice, ribadendo che per l'istanza di fallimento non serve una sentenza definitiva sul credito, ma basta un accertamento incidentale della pretesa.
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Assenza all’udienza prefallimentare: il fallimento resta valido
Alcuni creditori hanno chiesto il fallimento di una società debitrice. All'udienza prefallimentare i creditori non si sono presentati e il Tribunale ha respinto l'istanza. I creditori hanno quindi presentato reclamo davanti alla Corte d'Appello, che ha ribaltato l'esito dichiarando il fallimento dell'impresa. La società ha impugnato la decisione in Cassazione sostenendo che l'assenza fisica all'udienza costituisse una rinuncia tacita alla procedura. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società debitrice, confermando integralmente il fallimento. Gli Ermellini hanno chiarito che nei procedimenti camerali l'assenza dei creditori istanti all'udienza prefallimentare non equivale affatto a una desistenza né fa decadere la loro legittimazione ad agire. La società fallita è stata inoltre condannata al pagamento integrale delle spese processuali.
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Stato di insolvenza: passivo milionario e fallimento
Una società debitrice ha impugnato la dichiarazione di fallimento sostenendo che il credito azionato dalla società creditrice fosse modesto, privo di titolo esecutivo e parzialmente contestato. La debitrice ha inoltre eccepito di aver eseguito pagamenti recenti per oltre un milione di euro e di possedere commesse future. La Corte d'Appello e la Corte di Cassazione hanno confermato il fallimento. I giudici hanno accertato che lo stato di insolvenza dipende da una valutazione complessiva della situazione debitoria, la quale evidenziava passività per milioni di euro a fronte di un attivo largamente insufficiente. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della fallita, condannandola alle spese.
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Soglia di fallibilità e debiti rateizzati dopo la sentenza
Un creditore ha chiesto il fallimento di una società in accomandita semplice e del suo socio accomandatario per debiti scaduti superiori alla soglia di fallibilità di trentamila euro. Il tribunale ha dichiarato il fallimento, ma la corte d'appello lo ha successivamente revocato. I giudici di secondo grado hanno ritenuto che la concessione di una rateizzazione con un ente pubblico, concordata dopo la sentenza fallimentare, avesse abbassato il debito scaduto sotto il limite di legge. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del creditore. I giudici di legittimità hanno chiarito che il computo dei debiti deve avvenire al momento della decisione del tribunale. Accordi rateali successivi o semplici dilazioni non cancellano lo stato di insolvenza e non impediscono la dichiarazione di fallimento.
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Notifica ricorso di fallimento e deposito in Comune
Un imprenditore individuale impugna la dichiarazione di fallimento sostenendo di non aver ricevuto la notifica ricorso di fallimento. Il debitore contesta la mancata spedizione della raccomandata informativa dopo il deposito dell'atto presso la casa comunale, chiedendo la revocazione dell'ordinanza di Cassazione per presunto errore materiale del giudice. La Suprema Corte dichiara inammissibile il ricorso straordinario. I giudici chiariscono che l'iter notificatorio fallimentare speciale si perfeziona con il solo deposito municipale, escludendo l'obbligo di invio della raccomandata ordinaria. L'eventuale contestazione sulle regole applicate integra una questione di diritto e non un errore di percezione materiale dei fatti.
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Soglie di fallibilità: valore legale delle scritture contabili
Un istituto di credito ha chiesto e ottenuto la dichiarazione di fallimento a carico del titolare di un'impresa individuale. L'imprenditore ha proposto reclamo per dimostrare il mancato superamento delle soglie di fallibilità, depositando dichiarazioni fiscali e registri IVA. La Corte d'Appello ha respinto il ricorso, ritenendo tali documenti inattendibili perché di formazione unilaterale. La Corte di Cassazione ha ribaltato il verdetto. I giudici di legittimità hanno stabilito che il debitore può dimostrare la non fallibilità con qualsiasi mezzo di prova, comprese le dichiarazioni fiscali e i registri contabili. I giudici di merito non possono scartare a priori questi documenti senza accertare specifiche anomalie o falsità.
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Fondo di Garanzia INPS: limiti di fallibilità e prova
Una lavoratrice ha ottenuto un decreto ingiuntivo contro l'Ente Previdenziale per il pagamento di TFR e ultime mensilità non corrisposte dal datore di lavoro insolvente. I giudici di merito hanno accolto la domanda, ritenendo dimostrata la non fallibilità dell'azienda per il fatto che il credito vantato fosse inferiore a trentamila euro. L'Ente Previdenziale ha proposto ricorso in Cassazione. I giudici di legittimità hanno accolto le doglianze dell'istituto: per accedere all'intervento del Fondo di Garanzia INPS, la mancata fallibilità dell'imprenditore non può desumersi dal solo importo del credito del singolo dipendente. L'onere della prova grava sul lavoratore, il quale deve dimostrare l'insolvenza complessiva e l'impossibilità oggettiva di avviare la procedura concorsuale. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Fondo di Garanzia INPS: limiti e onere della prova
Una lavoratrice ha richiesto l'intervento del Fondo di Garanzia INPS per ottenere il pagamento del trattamento di fine rapporto e dell'ultima retribuzione, a seguito del mancato pagamento da parte della società datrice di lavoro ormai inattiva. I giudici di merito hanno accolto la domanda, ritenendo dimostrata l'impossibilità di far fallire l'azienda sulla base del credito inferiore alla soglia legale di fallibilità e dell'assenza di bilanci recenti. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'ente previdenziale. La Suprema Corte ha chiarito che il dipendente deve provare l'effettivo debito complessivo ridotto dell'impresa e che la cessazione dell'attività o la sospensione non equivalgono alla formale cancellazione dal registro delle imprese.
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Affitto di azienda e debiti di lavoro: paga anche l’affittuario
Diversi dipendenti hanno promosso istanza di fallimento contro la società affittuaria per il mancato pagamento delle retribuzioni maturate durante il rapporto lavorativo. La società debitrice ha contestato la decisione, sostenendo l'invalidità della notifica del procedimento e invocando la risoluzione contrattuale per escludere l'applicazione delle tutele datoriali. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso della società, confermando la piena validità della notifica telematica tramite PEC e il successivo deposito in Comune. I giudici hanno chiarito che, nel caso di affitto di azienda e debiti di lavoro, la responsabilità solidale tra concedente e affittuario opera inderogabilmente a tutela dei diritti retributivi dei lavoratori subordinati.
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