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Art. 14, comma 2-ter, D.Lgs. n. 159 del 2011

24 provvedimenti

Violazione Misura di Prevenzione: Ricorso Inammissibile, Condanna Confermata
Un individuo è stato condannato per violazione misura di prevenzione, avendo disatteso l'obbligo di soggiorno imposto. La Corte d'Appello ha confermato la condanna a un anno e quattro mesi di reclusione. L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione, lamentando vizi di motivazione, erronea applicazione della legge e la mancata considerazione di esimenti o della particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ritenendo le doglianze generiche o ripropositive di questioni già vagliate. La condanna è stata quindi confermata, con l'aggiunta delle spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Revoca misura di prevenzione: Cassazione ribalta il no dei giudici
Un Individuo aveva chiesto la revoca della misura di prevenzione della sorveglianza speciale, ma i giudici di merito avevano respinto la sua richiesta. Essi ritenevano che la misura dovesse essere in corso di esecuzione per poter essere revocata e che non si potesse applicare un'altra norma specifica per i periodi di pena brevi. La Corte di Cassazione ha invece chiarito che la revoca di una misura di prevenzione è sempre possibile, anche se la misura non è ancora stata eseguita. La valutazione della pericolosità sociale del soggetto deve essere attuale. La Cassazione ha quindi annullato la decisione precedente, ordinando un nuovo esame del caso.
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Revoca Misura di Prevenzione: Inammissibile in Detenzione
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un individuo che chiedeva la revoca di una misura di prevenzione personale (sorveglianza speciale) mentre era ancora in carcere. La Corte d'Appello aveva dichiarato l'istanza inammissibile, ritenendo che il soggetto non avesse un interesse attuale alla revoca, poiché la misura era sospesa durante la detenzione. La Cassazione ha confermato questa decisione. Ha ribadito che la *revoca misura di prevenzione* non può avvenire durante la detenzione, poiché la valutazione della pericolosità sociale deve essere fatta solo dopo la fine della pena o in prossimità di essa. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Aggravamento Misura di Prevenzione: Stesso Fatto, Doppia Sanzione?
Un soggetto, già sottoposto a sorveglianza speciale, viene indagato per un nuovo reato di mafia. Questo fatto viene usato prima per riattivare la misura sospesa e poi per disporne un aggravamento. La difesa lamenta la violazione del principio del 'ne bis in idem' (non si può essere giudicati due volte per lo stesso fatto). La Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che l'aggravamento misura di prevenzione è legittimo. I due procedimenti, infatti, hanno scopi diversi: il primo valuta la persistenza della pericolosità, il secondo il suo aumento. Pertanto, usare lo stesso fatto per due valutazioni distinte non viola alcuna norma.
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Pericolosità sociale: l’evasione conferma la sorveglianza
La Corte di Cassazione ha confermato il provvedimento che dichiara la persistenza della pericolosità sociale per un soggetto già sottoposto a sorveglianza speciale. Il ricorrente aveva impugnato la decisione della Corte d'appello, sostenendo che non vi fossero i presupposti per il mantenimento della misura. Tuttavia, i giudici hanno rilevato condotte gravissime, tra cui un'evasione dagli arresti domiciliari avvenuta dopo l'applicazione della misura di prevenzione e quattro sanzioni disciplinari ricevute durante la detenzione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché volto a ottenere una nuova valutazione dei fatti, preclusa in sede di legittimità. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Sorveglianza speciale: detenzione e corsi di recupero
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un soggetto sottoposto a sorveglianza speciale, chiarendo principi fondamentali. Ha stabilito che la custodia cautelare in corso non attenua la pericolosità sociale, anzi la conferma, a differenza della detenzione in esecuzione di pena. Inoltre, ha qualificato l'obbligo di partecipare a corsi di recupero sulla violenza di genere non come trattamento sanitario coattivo, ma come una prescrizione rieducativa. Infine, ha ribadito che anche le prescrizioni standard devono essere motivate caso per caso, respingendo dubbi di costituzionalità.
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Pericolosità sociale: annullata condanna dopo detenzione
La Corte di Cassazione ha annullato una condanna per violazione della sorveglianza speciale. La decisione si fonda sull'intervento della Corte Costituzionale che ha reso obbligatoria la rivalutazione della pericolosità sociale di un soggetto dopo qualsiasi periodo di detenzione, a prescindere dalla sua durata. Senza tale verifica, la misura di prevenzione è inefficace e, di conseguenza, la sua violazione non costituisce reato.
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Riduzione misura prevenzione: sì alla modifica durata
Un soggetto, sottoposto a misura di prevenzione della sorveglianza speciale, ne chiedeva la riduzione della durata a seguito di un'assoluzione per un grave reato. La Corte d'Appello rigettava la richiesta, ritenendo la durata della misura non modificabile in quanto decisa con provvedimento definitivo. La Corte di Cassazione ha annullato tale decisione, affermando che, ai sensi dell'art. 11 D.lgs. 159/2011, il giudice deve sempre poter rivalutare e rideterminare la durata della misura se i motivi originari vengono meno, anche parzialmente. La Cassazione ha quindi disposto un nuovo giudizio per la Corte d'Appello, che dovrà motivare sulla richiesta di riduzione durata misura di prevenzione.
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Valutazione pericolosità sociale: obbligo di attualità
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 17440/2024, annulla un decreto che applicava la sorveglianza speciale, poiché i giudici non avevano considerato il comportamento esemplare del soggetto durante la detenzione. La corretta valutazione pericolosità sociale deve essere attuale e non basarsi solo sui precedenti penali, ma anche sui cambiamenti di vita recenti.
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Notifica decreto sorveglianza: quando è efficace?
Un uomo, già sottoposto a sorveglianza, viene condannato per violazione della misura. La Cassazione annulla la condanna perché la notifica del decreto di sorveglianza, che ne riattivava l'efficacia dopo una detenzione, non era avvenuta. Senza comunicazione, la misura è sospesa.
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Estorsione e truffa: la coartazione della volontà
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 29379/2024, ha rigettato il ricorso di un imputato condannato per estorsione. L'imputato sosteneva che il reato dovesse essere riqualificato come truffa aggravata. La Corte ha chiarito la distinzione fondamentale tra estorsione e truffa: nell'estorsione la volontà della vittima è coartata da una minaccia, mentre nella truffa è viziata da un inganno. In questo caso, le minacce reali e concrete hanno costretto la vittima a pagare, configurando pienamente il reato di estorsione. La sentenza ha inoltre confermato la piena validità della testimonianza della persona offesa come unica fonte di prova, se ritenuta attendibile.
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Sorveglianza speciale: quando non si rivaluta?
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 36069/2024, ha stabilito che la misura di prevenzione della sorveglianza speciale, se sospesa per un lungo periodo di custodia cautelare, riprende la sua efficacia alla cessazione della custodia senza che sia necessaria una nuova valutazione della pericolosità sociale del soggetto. Questo principio differenzia la custodia cautelare dall'espiazione di una pena detentiva ultra-biennale, per la quale invece la legge prevede tale rivalutazione. La Corte ha quindi confermato la condanna per guida con patente revocata di un individuo sottoposto a tale misura.
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Pericolosità sociale: obbligo di rivalutazione
La Corte di Cassazione ha annullato una condanna per violazione degli obblighi di sorveglianza speciale. La decisione si fonda sul principio, rafforzato da una recente sentenza della Corte Costituzionale, secondo cui la pericolosità sociale di un individuo deve essere sempre nuovamente valutata dopo un periodo di detenzione, a prescindere dalla sua durata. In assenza di tale rivalutazione, la misura di prevenzione è inefficace e la sua violazione non costituisce reato.
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Confisca di prevenzione: i limiti temporali
La Corte di Cassazione ha annullato un provvedimento di confisca di prevenzione, stabilendo un principio fondamentale sulla correlazione temporale. Per i beni acquistati molto tempo dopo la cessazione della pericolosità sociale di un individuo, non è sufficiente dimostrare una sproporzione tra il patrimonio e il reddito dichiarato. È necessario fornire una prova rigorosa, basata su una pluralità di indici fattuali, che tali beni siano il frutto del reimpiego di proventi illeciti accumulati durante il passato periodo di attività criminale. La sentenza censura l'automatismo presuntivo e rafforza le garanzie individuali.
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Pericolosità sociale attuale: obbligo di valutazione
La Corte di Cassazione ha annullato un decreto che negava la revoca di una misura di prevenzione, sottolineando che la valutazione della pericolosità sociale attuale di un individuo non può basarsi su fatti datati o su elementi presuntivi. La Corte ha ritenuto la motivazione del giudice di merito meramente apparente, in quanto non aveva condotto una verifica concreta e puntuale della persistenza della pericolosità, specialmente dopo un lungo lasso di tempo dai reati contestati.
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Ricorso misure di prevenzione: inammissibilità e limiti
La Corte di Cassazione dichiara inammissibili i ricorsi contro un decreto applicativo di misure di prevenzione, quali la sorveglianza speciale e la confisca. La sentenza chiarisce che il ricorso misure di prevenzione in sede di legittimità è consentito solo per violazione di legge e non per contestare il merito della valutazione sulla pericolosità sociale o sulla sproporzione dei beni. Viene ribadito che le censure relative a vizi di motivazione non sono ammesse in questo specifico ambito procedurale.
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Obbligo di comunicazione e sospensione della misura
La Corte di Cassazione conferma che l'obbligo di comunicazione delle variazioni patrimoniali per chi è stato sottoposto a misura di prevenzione non viene meno in caso di sospensione della misura stessa, ad esempio per carcerazione. La sentenza chiarisce che tale obbligo dura dieci anni, è indipendente dall'esecuzione della misura e non è soddisfatto dalla sola presentazione della denuncia di successione all'Agenzia delle entrate, essendo necessaria una comunicazione specifica al nucleo di polizia tributaria.
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Pericolosità sociale: quando è attuale e legittima?
La Corte di Cassazione, con la sentenza in esame, ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto contro la conferma di una misura di prevenzione della sorveglianza speciale. Il ricorrente sosteneva che la sua pericolosità sociale non fosse più attuale, dato il lungo periodo di detenzione trascorso. La Corte ha invece validato la decisione dei giudici di merito, i quali hanno basato la valutazione della persistente pericolosità sociale su elementi concreti come la pianificazione di nuovi reati durante la detenzione e i legami mantenuti con ambienti criminali, anche durante un permesso premio.
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Pericolosità sociale: obbligo di rivalutazione
La Corte di Cassazione ha annullato una condanna per violazione della sorveglianza speciale. La decisione si fonda su una recente sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato illegittimo il ripristino automatico della misura di prevenzione dopo un periodo di detenzione. È sempre necessaria una nuova valutazione della pericolosità sociale del soggetto prima che la misura possa essere nuovamente efficace, a prescindere dalla durata della detenzione.
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Sorveglianza speciale: limiti del ricorso in Cassazione
Un soggetto sottoposto a sorveglianza speciale impugnava l'aggravamento della misura, sostenendo la non attualità della sua pericolosità sociale dato il suo stato di detenzione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, chiarendo che in sede di legittimità non si possono sollevare vizi di motivazione, ma solo violazioni di legge. Inoltre, ha distinto le procedure applicabili a seconda che la detenzione sia cautelare o in esecuzione di pena, sottolineando l'inammissibilità del ricorso anche per mancanza di interesse.
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