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Art. 1366 Codice Civile — Anno 2024

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389 provvedimenti

Altri anni per Art. 1366 Codice Civile

Indennità turni spezzati: spetta solo se eccezionale
La Corte di Cassazione ha stabilito che l'indennità turni spezzati non è dovuta per orari di lavoro regolarmente articolati su turni divisi, ma solo quando un lavoratore, normalmente impiegato su turni continui, viene chiamato eccezionalmente a svolgere una prestazione lavorativa frazionata per esigenze di servizio. La Corte ha cassato la sentenza d'appello che aveva riconosciuto l'indennità a lavoratori part-time basandosi sul principio di non discriminazione, senza verificare il requisito fondamentale dell'eccezionalità della modifica dell'orario.
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Indennità turno spezzato: quando spetta ai part-time?
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di alcuni lavoratori part-time che chiedevano il riconoscimento dell'indennità per turno spezzato, al pari dei colleghi a tempo pieno. Mentre i giudici di merito avevano concesso l'indennità basandosi sul principio di non discriminazione, la Cassazione ha annullato la decisione. Ha chiarito che, per avere diritto all'indennità turno spezzato, non è sufficiente svolgere un orario frazionato, ma è necessario dimostrare che tale modalità di lavoro costituisca un'eccezione rispetto alla normale routine lavorativa, imposta da esigenze di servizio. Il caso è stato rinviato alla Corte d'Appello per una nuova valutazione basata su questo principio.
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Interpretazione contratto di lavoro: volontà vs testo
Un lavoratore lamentava un demansionamento a seguito di un errore materiale nel suo contratto, che indicava una mansione superiore a quella effettivamente svolta. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza 13799/2024, ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo un principio chiave sull'interpretazione contratto di lavoro: la volontà comune delle parti, desumibile dal loro comportamento concreto fin dall'inizio del rapporto, prevale sul testo letterale del contratto, se questo è frutto di un palese e riconoscibile errore.
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Premio di rendimento: quando l’azienda può negarlo?
Un istituto di credito ha contestato il diritto di un dipendente a ricevere un bonus aziendale. I giudici di merito avevano dato ragione al lavoratore, ma la Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione. Con l'ordinanza n. 13822/2024, è stato stabilito che il premio di rendimento non è un diritto automatico basato sulla sola esistenza di un budget, ma è strettamente legato al raggiungimento di obiettivi specifici e prefissati dall'azienda, come previsto dalla contrattazione collettiva.
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Affitto di azienda: i limiti del ricorso in Cassazione
Un imprenditore ha impugnato in Cassazione la decisione della Corte d'Appello che qualificava il suo contratto come affitto di azienda alberghiera e non come semplice locazione immobiliare. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che l'interpretazione del contratto è un'attività riservata al giudice di merito. Il sindacato di legittimità è consentito solo in caso di violazione delle norme di ermeneutica contrattuale o di motivazione illogica, non per proporre una diversa interpretazione dei fatti.
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Accordo Collettivo: legittima la scelta tra bonus
Un'azienda di trasporti ha modificato la struttura retributiva con un nuovo accordo collettivo, offrendo ai dipendenti la scelta tra mantenere un assegno personale o aderire a nuove indennità legate alla presenza. Una lavoratrice ha impugnato l'accordo, ma la Cassazione ha respinto il ricorso, ritenendo l'opzione legittima. La Corte ha stabilito che un accordo collettivo può modificare trattamenti preesistenti e che la rinuncia a un superminimo individuale è una scelta disponibile per il lavoratore.
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Recesso per giusta causa: limiti del ricorso in Cassazione
Un'associazione ha impugnato in Cassazione la sentenza che negava il recesso per giusta causa da un contratto a progetto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, chiarendo che non è possibile utilizzare il giudizio di legittimità per ottenere una nuova valutazione dei fatti. La decisione sottolinea i rigorosi limiti del ricorso in Cassazione, che non può trasformarsi in un terzo grado di merito.
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Clausola risolutiva espressa: i limiti della buona fede
La Corte di Cassazione analizza un caso di mutuo fondiario, stabilendo che l'attivazione di una clausola risolutiva espressa da parte di una banca deve rispettare il principio di buona fede. Se il presupposto che giustifica la risoluzione viene meno per iniziativa del debitore, l'azione della banca può essere considerata illegittima. Tuttavia, ciò non esonera il debitore dal pagare le rate successive; un eventuale rifiuto del creditore deve essere contrastato con gli strumenti formali previsti dalla legge, come l'offerta reale, per non incorrere in inadempimento.
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Rendita vitalizia: quando si prescrive il diritto?
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza interlocutoria n. 13229/2024, affronta la complessa questione della prescrizione del diritto del lavoratore alla costituzione di una rendita vitalizia in caso di contributi omessi dal datore di lavoro. A causa di un persistente contrasto giurisprudenziale sul momento da cui far decorrere il termine di prescrizione, la Sezione Lavoro ha deciso di rimettere la questione alle Sezioni Unite per ottenere un principio di diritto definitivo, sospendendo la decisione sul caso specifico.
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Dichiarazione del terzo: quando non è più contestabile
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 13223/2024, ha stabilito un principio cruciale nel pignoramento presso terzi. Un Comune, in qualità di terzo pignorato, dopo aver reso una dichiarazione di quantità interpretata come positiva dal giudice e dopo l'emissione dell'ordinanza di assegnazione, non può più contestare l'esistenza del debito tramite opposizione agli atti esecutivi. La Corte ha chiarito che la dichiarazione del terzo, una volta resa e posta a fondamento dell'assegnazione, cristallizza la situazione, precludendo tardive contestazioni nel merito.
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Risoluzione contratto: che succede se entrambi sbagliano?
Una recente ordinanza della Cassazione affronta il caso di una richiesta di risoluzione contratto da parte di due società turistiche in conflitto. Entrambe si accusavano a vicenda di inadempimento. La Corte ha confermato la decisione di merito che ha dichiarato il contratto risolto per mutuo dissenso, non potendo attribuire la colpa a nessuna delle parti. La sentenza chiarisce il principio della "cristallizzazione dell'inadempimento", secondo cui gli eventi successivi all'avvio della causa sono irrilevanti.
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Vendita in blocco: quando salta la prelazione?
Un'ordinanza della Cassazione chiarisce i limiti del diritto di prelazione dell'inquilino. Il caso riguarda un conduttore che si è visto negare il diritto di riscatto su un immobile commerciale venduto a terzi. La Corte ha confermato che la vendita in blocco dell'intero edificio, inteso come unicum, esclude la prelazione. Inoltre, una scrittura privata che estendeva la locazione, ma priva di data certa anteriore alla vendita, è stata ritenuta inopponibile al nuovo acquirente, rendendo irrilevante l'estensione del rapporto locatizio ai fini della prelazione.
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Permesso retribuito scuola: la decisione del dirigente
Un dipendente scolastico si è visto negare un permesso retribuito per motivi familiari. La Corte di Cassazione ha confermato il diniego, stabilendo che il dirigente scolastico ha il potere di valutare la specificità e l'idoneità delle ragioni addotte dal lavoratore, bilanciando le esigenze personali con quelle del servizio. Il caso chiarisce i limiti della discrezionalità dirigenziale nella concessione del permesso retribuito scuola.
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Servitù altius non tollendi: un patto è per sempre?
Una società immobiliare demolisce un vecchio edificio per costruirne uno nuovo e molto più alto. I vicini si oppongono, citando un accordo del 1972 che limitava l'altezza di costruzione. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 12906/2024, ha stabilito che un patto di questo tipo, configurando una servitù altius non tollendi, costituisce un diritto reale sulla proprietà e non una semplice obbligazione personale. Di conseguenza, la Corte d'Appello aveva errato nel sottovalutarne la portata. La sentenza è stata annullata e il caso rinviato per una nuova valutazione alla luce di questo principio.
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Accordo verbale: i costi extra non sono dovuti
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un fornitore che richiedeva il pagamento di costi extra per trasporto e installazione non esplicitamente inclusi in un accordo verbale. La Corte ha stabilito che i preventivi non firmati dalla controparte sono documenti unilaterali e non costituiscono prova di un'intesa su tali spese aggiuntive. La decisione si fonda sul principio che, in assenza di un contratto scritto, le pattuizioni devono essere provate da chi le rivendica, e la condotta delle parti può essere determinante per l'interpretazione del contratto.
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Assunzione art. 110 TUEL: No al limite dei 36 mesi
Un funzionario assunto da un Comune con contratti a termine per alta specializzazione ha chiesto la conversione del rapporto in tempo indeterminato, lamentando il superamento del limite di 36 mesi. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che per l'assunzione art. 110 TUEL, comma 2, si applica una disciplina speciale che lega la durata del contratto al mandato del Sindaco, derogando così alla normativa generale sul pubblico impiego e prevenendo l'abuso.
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Bonifico domiciliato: responsabilità per pagamento errato
La Corte di Cassazione ha esaminato un caso di pagamento di un bonifico domiciliato a un soggetto non legittimato che ha presentato un documento di identità falso. La società ordinante aveva citato in giudizio l'istituto pagatore per inadempimento. La Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la responsabilità dell'istituto pagatore è di natura contrattuale e va valutata secondo il criterio della diligenza professionale (art. 1176 c.c.). L'istituto non è responsabile se dimostra di aver agito con la dovuta diligenza nell'identificare il beneficiario, verificando la corrispondenza dei dati, il codice fiscale e la password, anche se il documento si è poi rivelato falso. Non è stato ritenuto necessario, in assenza di previsione contrattuale, richiedere un secondo documento di identità.
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Pagamento a soggetto non legittimato: la diligenza
La Corte di Cassazione si è pronunciata sul caso di un pagamento a soggetto non legittimato, effettuato da un intermediario finanziario a un truffatore in possesso di un documento falso. La Corte ha rigettato il ricorso della società ordinante, stabilendo che l'intermediario ha agito con la dovuta diligenza professionale verificando un solo documento d'identità, il codice fiscale e la password, conformemente alle prassi e alle condizioni contrattuali. La mancata produzione della copia del documento in giudizio non costituisce, di per sé, prova di negligenza.
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Bonifico domiciliato: la diligenza dell’intermediario
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 12801/2024, ha chiarito i limiti della responsabilità dell'intermediario in caso di pagamento di un bonifico domiciliato a un soggetto non legittimato che ha esibito un documento falso. La Corte ha stabilito che la responsabilità è di natura contrattuale e si valuta secondo il criterio della diligenza professionale. L'intermediario non è responsabile se dimostra di aver verificato con la dovuta cura il documento di identità presentato e gli altri elementi di sicurezza (come la password), non essendo tenuto, in assenza di specifiche previsioni normative o contrattuali, a richiedere un secondo documento o a conservarne una copia.
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Appalto integrato: chi paga gli scavi archeologici?
In un caso di appalto integrato per il restauro di un edificio storico, la Cassazione ha stabilito che la responsabilità delle indagini preliminari, comprese quelle archeologiche, ricade sulla stazione appaltante. Tale onere, legato alla redazione del progetto definitivo, non può essere trasferito all'appaltatore. La mancata esecuzione di tali studi ha comportato la condanna dell'ente pubblico al risarcimento dei maggiori costi sostenuti dall'impresa a causa dei ritardi.
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