Un imprenditore agricolo in grave crisi economica si è rivolto al direttore della propria banca per ottenere liquidità. Il direttore lo ha messo in contatto con un finanziatore privato e gli ha erogato un ulteriore prestito personale, applicando tassi mensili esorbitanti pari al 120% e al 48% su base annua. A fronte delle minacce e dell'imminente incasso forzato degli assegni posti a garanzia, la vittima si è tolta la vita. La Corte di Cassazione ha confermato le condanne per il reato di usura, stabilendo che la sproporzione macroscopica dei tassi pattuiti rende irrilevante l'esatta individuazione della durata del prestito o dei decreti ministeriali. Inoltre, è stata confermata l'aggravante per aver agito ai danni di un imprenditore.
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