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Art. 1269 Codice Civile

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56 provvedimenti

Revocatoria fallimentare: delegazione di pagamento
La Corte d'Appello ha confermato la sentenza di primo grado riguardante una procedura di revocatoria fallimentare. Al centro della disputa vi sono pagamenti effettuati tramite delegazione di pagamento da terzi committenti direttamente a un subappaltatore. La Corte ha stabilito che tale modalità, coinvolgendo soggetti non bancari nel periodo sospetto, costituisce un mezzo anormale di pagamento, rendendo l'atto revocabile per tutelare la par condicio creditorum.
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Arricchimento senza causa: la Cassazione decide
Una acquirente acquista un'auto da un venditore intermediario, pagando direttamente alla società proprietaria del veicolo. Il contratto con l'intermediario viene meno, ma la società proprietaria si rifiuta di restituire la somma. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna della società per arricchimento senza causa, ritenendo l'intera operazione un'unica vicenda complessa in cui l'acquirente si era impoverita e la società si era arricchita senza una giusta causa finale.
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Azione revocatoria: danno presunto per i creditori
Una società, poi fallita, compie una complessa operazione di acquisto e rivendita di un'imbarcazione, estinguendo il debito verso la società di leasing. Il curatore agisce in revocatoria contro quest'ultima. La Cassazione chiarisce che nell'azione revocatoria il danno per i creditori è presunto in via assoluta ('in re ipsa') e consiste nella violazione della parità di trattamento, senza necessità di provare una diminuzione patrimoniale. La sentenza della Corte d'Appello, che aveva negato il danno basandosi su un presunto utile dell'operazione, viene quindi cassata.
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Revoca bonifico: prova del danno e onere della prova
Una società fa causa a una banca per l'illegittima revoca di un bonifico. La Corte di Cassazione, pur riconoscendo l'inadempimento della banca, rigetta la richiesta di risarcimento per mancata prova del danno da parte del correntista. Tuttavia, la Corte accoglie alcuni motivi del ricorso, cassando la sentenza d'appello per un vizio procedurale noto come 'omissione di pronuncia' su altre questioni restitutorie, e rinviando il caso a un nuovo esame. La parola chiave è revoca bonifico.
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TFR fondo pensione: chi chiede le quote non versate?
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 28995/2024, ha stabilito un principio fondamentale riguardo al TFR destinato a un fondo pensione. In caso di fallimento del datore di lavoro, il lavoratore mantiene il diritto di chiedere le quote di TFR non versate. La Corte ha chiarito che il 'conferimento' del TFR si configura, di regola, come una delegazione di pagamento e non come una cessione del credito. Pertanto, la legittimazione attiva a insinuarsi nel passivo fallimentare resta in capo al lavoratore, a meno che non sia provata una specifica cessione del credito a favore del fondo.
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TFR fondo pensione: a chi spetta il credito?
Un lavoratore si è visto negare il diritto a recuperare le quote di TFR destinate a un fondo pensione ma non versate dal datore di lavoro fallito. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo un principio chiave: la scelta di destinare il TFR a un fondo pensione è, di regola, una delegazione di pagamento e non una cessione del credito. Ciò significa che il lavoratore mantiene la titolarità del diritto e può agire in prima persona per recuperare le somme in caso di fallimento, a meno che non sia provata una specifica volontà di cedere il credito al fondo.
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Legittimazione attiva lavoratore: TFR non versato
Un lavoratore si è visto negare il diritto a richiedere le quote di TFR trattenute ma non versate al fondo pensione dall'azienda poi fallita. Il tribunale aveva ritenuto che solo il fondo potesse agire. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo che il "conferimento" del TFR è, di regola, una delegazione di pagamento e non una cessione di credito. Pertanto, in caso di fallimento, la legittimazione attiva del lavoratore a insinuarsi nel passivo per recuperare le somme sussiste, a meno che non sia provata una specifica cessione del credito al fondo.
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TFR fondo pensione: a chi spetta il credito?
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 28982/2024, ha stabilito che, in caso di fallimento del datore di lavoro, il lavoratore ha il diritto di richiedere l'ammissione al passivo per le quote di TFR fondo pensione trattenute ma non versate. La Corte ha chiarito che il conferimento del TFR al fondo pensione configura, di regola, una delegazione di pagamento e non una cessione del credito, lasciando la titolarità del diritto in capo al lavoratore, a meno che non sia provata una diversa volontà delle parti.
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TFR non versato: chi può chiederlo in caso di fallimento?
In caso di TFR non versato al fondo pensione da un datore di lavoro poi fallito, la Corte di Cassazione ha stabilito che la legittimazione a richiederne l'ammissione al passivo spetta, di regola, al lavoratore. L'atto di destinazione del TFR è infatti una 'delegazione di pagamento' e non una 'cessione del credito', salvo prova contraria. Il lavoratore mantiene quindi la titolarità del diritto e può agire direttamente per recuperare le somme.
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Compensazione crediti: quando è inefficace?
La Corte di Cassazione ha esaminato un caso di azione revocatoria su una cessione di credito. Una società debitrice si opponeva sostenendo l'estinzione del debito per compensazione crediti. La Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso principale, confermando la decisione di merito che riteneva l'accordo di compensazione inopponibile alla procedura fallimentare per mancanza di data certa, rendendo quindi il credito esistente al momento della cessione e, di conseguenza, l'azione revocatoria ammissibile.
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Delegazione di pagamento: i requisiti secondo la Cassazione
In una controversia relativa a un appalto per la gestione dei rifiuti, la Corte di Cassazione ha esaminato la natura della delegazione di pagamento. Una società di raccolta rifiuti, appaltatrice di un comune, è stata citata in giudizio dall'operatore dell'impianto di smaltimento per il mancato pagamento di alcune fatture. La Corte d'Appello aveva ritenuto la società appaltatrice solidalmente responsabile con il comune, qualificando il rapporto come delegazione di pagamento accettata tacitamente. La Cassazione ha annullato questa decisione, stabilendo che la semplice ricezione di fatture senza contestazione immediata non è sufficiente a dimostrare l'assunzione di un'obbligazione diretta, in assenza di un chiaro incarico delegatorio da parte del debitore originario (il comune).
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Visto doganale DAA3: non prova la consegna della merce
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 22307/2024, ha stabilito che il semplice visto doganale DAA3 (Documento Amministrativo di Accompagnamento) non è sufficiente a dimostrare l'avvenuta consegna di merce in una cessione intracomunitaria in regime di sospensione d'accisa. La Corte ha chiarito che, per liberarsi dagli obblighi fiscali (IVA e accise), l'azienda mittente deve provare il completamento dell'intera procedura di appuramento doganale, che include la ricezione del terzo esemplare del DAA controfirmato dal destinatario e vistato dall'ufficio doganale di destinazione. In assenza di tale perfezionamento, il visto doganale DAA3 ha solo valore di presa d'atto e non prova l'effettivo arrivo della merce, specialmente se altre prove indicano che il trasporto non è mai avvenuto.
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Revocatoria fallimentare del pagamento via delegazione
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 30252/2024, ha confermato la revocatoria fallimentare di un pagamento eseguito da un terzo su delega del debitore, poi fallito. Tale modalità è stata qualificata come 'mezzo anormale di pagamento', facendo scattare la presunzione di conoscenza dello stato di insolvenza (scientia decoctionis) in capo al creditore. Poiché il creditore non è riuscito a fornire prova contraria, l'appello è stato dichiarato inammissibile e la revoca del pagamento confermata.
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Delegazione di pagamento: quando non esclude il credito
La Corte di Cassazione ha confermato la dichiarazione di fallimento di una società, rigettando la tesi difensiva basata su una presunta delegazione di pagamento. Un'altra società fallita aveva chiesto il fallimento della prima sulla base di un credito di 145.000 euro, usati per estinguere un leasing immobiliare. La ricorrente sosteneva che i fondi, sebbene prelevati dal conto dell'altra società, fossero stati da lei forniti e che l'operazione fosse una semplice delegazione di pagamento. La Corte ha stabilito che i fondi su un conto corrente si presumono di proprietà dell'intestatario e che la delegazione deve essere provata concretamente, cosa non avvenuta nel caso di specie. È stata inoltre confermata la competenza territoriale del tribunale e lo stato di insolvenza della società.
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Legittimazione TFR fallimento: spetta al lavoratore?
Il TFR di una lavoratrice non è stato versato dal datore di lavoro, poi fallito, al fondo pensione designato. La Corte di Cassazione ha stabilito che, di regola, la lavoratrice mantiene il diritto di reclamare tali somme nella procedura fallimentare (legittimazione TFR fallimento), a meno che non sia provata una specifica cessione del credito al fondo. La causa è stata rinviata al tribunale per accertare la natura dell'accordo.
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Legittimazione attiva lavoratore: TFR e fondi pensione
In caso di fallimento del datore di lavoro, la Corte di Cassazione stabilisce che la regola generale riconosce la legittimazione attiva lavoratore per richiedere l'insinuazione al passivo delle quote di TFR non versate al fondo di previdenza complementare. Il trasferimento del TFR si configura di norma come una delegazione di pagamento, che si scioglie con il fallimento, restituendo la titolarità del credito al lavoratore. Sarà onere del curatore fallimentare dimostrare che le parti abbiano invece pattuito una vera e propria cessione del credito a favore del fondo pensione.
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Legittimazione attiva TFR: il diritto del lavoratore
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 6048/2024, ha stabilito un principio fondamentale sulla legittimazione attiva TFR. In caso di fallimento del datore di lavoro, il lavoratore ha il diritto di agire direttamente per recuperare le quote di TFR destinate a un fondo di previdenza complementare ma non versate. La Corte ha chiarito che il "conferimento" del TFR al fondo va interpretato come una delegazione di pagamento, non come una cessione del credito. Di conseguenza, la titolarità del diritto resta in capo al lavoratore, salvo prova contraria di una specifica cessione del credito.
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TFR fondo pensione: a chi spetta il credito?
Un lavoratore si oppone al rigetto della sua richiesta di ammissione al passivo fallimentare per le quote di TFR non versate al fondo pensione dal datore di lavoro. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 6047/2024, accoglie il ricorso. Viene stabilito che il conferimento del TFR al fondo pensione costituisce, di regola, una delegazione di pagamento e non una cessione del credito. Di conseguenza, in caso di fallimento del datore di lavoro, la legittimazione a richiedere le somme non versate spetta al lavoratore, non al fondo.
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Inopponibilità cessione del quinto: il caso si estingue
Una società consortile, interamente partecipata da enti pubblici, ha contestato l'obbligo di pagare la rata di un finanziamento di un suo dipendente, sostenendo l'inopponibilità della cessione del quinto. La società riteneva di dover essere equiparata a una Pubblica Amministrazione. Tuttavia, prima che la Corte di Cassazione potesse decidere nel merito, la società ha rinunciato al ricorso, portando alla dichiarazione di estinzione del giudizio.
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Interposizione fittizia: costi non deducibili
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 33533/2024, ha rigettato il ricorso di un'azienda, confermando la non deducibilità di costi e la non detraibilità dell'IVA in un caso di interposizione fittizia. L'operazione, mascherata da appalto di servizi di trasporto, celava in realtà un'illecita intermediazione di manodopera. La Corte ha stabilito che, di fronte a presunzioni gravi, precise e concordanti fornite dal Fisco, come la comunanza di amministratori e flussi finanziari anomali, spetta al contribuente dimostrare la genuinità dell'operazione. In assenza di tale prova, i costi derivanti da contratti nulli non sono deducibili.
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