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art. 118 l.fall.

10 provvedimenti

Chiusura del fallimento e crediti tardivi: la Cassazione decide
Una società acquirente contesta la chiusura del fallimento di un'azienda immobiliare. La reclamante sostiene di avere un credito risarcitorio e restitutorio in prededuzione, legato a una causa parallela sulla divisione di terreni acquistati all'asta. Per l'acquirente, la procedura non poteva chiudersi prima di aver accantonato le somme per il suo credito pendente. La Corte di Cassazione accerta che il giudizio sulla nullità della divisione è stato definitivamente respinto. Venendo meno l'eventualità del danno, svanisce il presupposto economico della domanda. I giudici dichiarano inammissibile il ricorso per sopravvenuta carenza di interesse, confermando la chiusura della procedura e compensando le spese.
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Principio di non dispersione della prova: vittoria per la Banca
Il Fallimento di un'azienda ha avviato un'azione di revocatoria fallimentare contro la Banca per recuperare oltre due milioni di euro. Il Tribunale ha accolto la domanda, ma in appello la Banca ha contestato la decisione. La Corte d'Appello ha rigettato l'impugnazione ritenendo di non poter valutare i documenti del primo grado perché il Fallimento non aveva depositato il proprio fascicolo cartaceo. La Cassazione ha invece accolto il ricorso della Banca, stabilendo che si applica il Principio di non dispersione della prova. Secondo questo principio, i documenti ritualmente prodotti nel primo grado di giudizio entrano stabilmente nel processo e il giudice d'appello ha il dovere di esaminarli se richiamati dalle parti, anche se non materialmente ridepositati. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Chiusura del fallimento e ricorso in Cassazione
Una società in liquidazione ha impugnato la sentenza di fallimento emessa su istanza di numerosi dipendenti. La Corte d'Appello aveva dichiarato il ricorso improcedibile poiché, nel frattempo, era avvenuta la chiusura del fallimento con ritorno della società in bonis. La Cassazione ha ribaltato questa decisione, affermando che la chiusura della procedura non elimina l'interesse dell'imprenditore a vedere revocata la dichiarazione di insolvenza, specialmente per ragioni reputazionali e rischi di riapertura legati alla normativa antimafia.
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Acquisizione probatoria: la prova contro di sé vale
Un istituto di credito, condannato a restituire somme indebitamente percepite, ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo che la prova della chiusura del conto corrente, fornita dalla banca stessa, non potesse essere usata a suo sfavore. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo la piena validità del principio di acquisizione probatoria: una volta che una prova entra nel processo, è a disposizione del giudice per la decisione, indipendentemente da chi l'abbia prodotta. La Corte ha così confermato la condanna della banca.
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Residuo attivo e concordato: il calcolo del reddito
La Corte di Cassazione ha stabilito che, al termine di una procedura concorsuale chiusa con concordato, il calcolo del reddito d'impresa basato sul "residuo attivo" deve tenere conto delle passività non ancora soddisfatte ma previste dal piano concordatario. L'Amministrazione Finanziaria sosteneva che il reddito dovesse essere calcolato sul valore degli asset senza considerare i debiti residui. La Corte ha rigettato questa interpretazione, affermando che il residuo attivo deve riflettere il valore fiscale netto dell'azienda, dato dalla differenza tra attività e passività, poiché l'omologazione del concordato non estingue i debiti ma ne modifica le modalità di pagamento.
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Legittimazione società fallita: l’inerzia del curatore
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 21333/2024, ha stabilito che la 'mera inerzia' del curatore fallimentare è sufficiente a far sorgere la legittimazione processuale straordinaria della società fallita, e quindi dei suoi ex amministratori, a impugnare un avviso di accertamento. Tuttavia, la mancata notifica dell'atto impositivo alla società fallita, ma solo al curatore, non comporta la nullità o la decadenza del potere accertativo, bensì la semplice inefficacia e inopponibilità dell'atto nei confronti della società stessa fino a quando non ne venga a conoscenza.
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Rendiconto del curatore: quando non viene approvato
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un ex curatore fallimentare la cui gestione era stata contestata. L'ordinanza conferma che per la mancata approvazione del rendiconto del curatore è sufficiente la dimostrazione di un 'danno potenziale' al patrimonio, non essendo necessaria la prova di un danno effettivo e già concretizzato. La Corte ha ritenuto che la negligenza nella scelta dei professionisti per la bonifica di un'area contaminata costituisse una grave violazione dei doveri di diligenza, giustificando il rigetto del rendiconto.
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Contratto a favore di terzo: è revocabile?
La Corte di Cassazione ha stabilito che un contratto a favore di terzo, con cui un debitore fa trasferire un immobile da un venditore direttamente a un beneficiario (ad esempio, un figlio) senza che il bene entri nel proprio patrimonio, costituisce una donazione indiretta. Tale atto è considerato un impoverimento per il debitore, in quanto rinuncia a un arricchimento patrimoniale. Di conseguenza, i creditori possono agire con l'azione revocatoria per rendere inefficace tale trasferimento e soddisfare le proprie pretese, essendo sufficiente la consapevolezza del danno da parte del solo debitore-disponente.
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Chiusura fallimento: quando è legittima? La Cassazione
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di una società che contestava la chiusura del fallimento di un'altra impresa, avvenuta a seguito di un concordato fallimentare. La Corte ha stabilito che la chiusura fallimento è un atto dovuto e legittimo una volta che il decreto di omologazione del concordato è definitivo e il curatore ha presentato il conto della gestione. Le attività di esecuzione del piano, come la liquidazione dei beni e il pagamento dei creditori, proseguono dopo la chiusura sotto la vigilanza degli organi fallimentari, i cui poteri si estendono a tale fase (c.d. ultrattività).
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Rinuncia liquidazione patrimonio: non si può tornare indietro
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 18118/2025, ha stabilito un principio fondamentale in materia di sovraindebitamento. Una volta che il tribunale ha emesso il decreto di apertura della procedura di liquidazione del patrimonio, il debitore non può più rinunciarvi. La Corte ha chiarito che la procedura, pur avviata su istanza del debitore, acquisisce una natura concorsuale e pubblicistica, finalizzata a tutelare tutti i creditori secondo il principio della par condicio. La rinuncia liquidazione patrimonio è quindi possibile solo prima del decreto di apertura, dopodiché la procedura prosegue indipendentemente dalla volontà del debitore, similmente a quanto avviene nel fallimento.
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