LexCED: l'assistente legale basato sull'intelligenza artificiale AI. Chiedigli un parere, provalo adesso!

Art. 1 L. 92/2012

11 provvedimenti

Licenziamento per giustificato motivo oggettivo: reintegra dovuta
Un'azienda ha intimato il licenziamento per giustificato motivo oggettivo a un dipendente adducendo un calo di fatturato e la cancellazione della sua posizione lavorativa. Il giudice di secondo grado ha accertato l'illegittimità del recesso per mancata soppressione del ruolo, ma ha negato la reintegrazione sul posto di lavoro, assegnando solo una modesta indennità risarcitoria per assenza di manifesta insussistenza del fatto. La Corte di Cassazione ha ribaltato tale impostazione in seguito alle sentenze della Corte Costituzionale che hanno eliminato il requisito della manifesta insussistenza. I giudici supremi hanno chiarito che, dinanzi all'inesistenza del motivo aziendale, il ripristino del posto di lavoro è automatico e non alternativo all'indennizzo.
Continua »
Licenziamento per giusta causa: auto-approvazione spezza la fiducia
La Corte di Cassazione ha confermato il licenziamento per giusta causa di una lavoratrice. La dipendente, con un ruolo di Amministratore di Sistema, aveva auto-approvato ore di straordinario e timbrature di ingresso con giustificazioni non autorizzate. La Corte d'Appello aveva già ritenuto che tale condotta avesse leso irreparabilmente il vincolo fiduciario con l'azienda. La lavoratrice ha tentato di far valere l'esistenza di una prassi aziendale e la sproporzione della sanzione. Tuttavia, la Suprema Corte ha stabilito che l'auto-approvazione, data la consapevolezza della lavoratrice delle procedure e la gravità delle sue mansioni, giustificava pienamente il licenziamento per giusta causa, rigettando il suo ricorso.
Continua »
Licenziamento collettivo: elenchi tardivi e criteri di scelta
L'Azienda ha avviato una procedura conclusa con il Licenziamento collettivo di diversi dipendenti, tra cui Il Lavoratore. Quest'ultimo ha impugnato il recesso contestando i criteri di selezione e la mancata considerazione della propria anzianità convenzionale. L'Azienda ha ricorso in Cassazione lamentando la regolarità delle proprie comunicazioni ai sindacati. La Corte Suprema ha rigettato entrambi i ricorsi. Ha stabilito che l'invio tardivo e frammentato degli elenchi dei licenziati rende il Licenziamento collettivo illegittimo, confermando l'obbligo di risarcimento indennitario. Allo stesso tempo, ha chiarito che l'anzianità convenzionale, concordata individualmente, non può derogare ai criteri legali di selezione, poiché violerebbe la trasparenza verso gli altri dipendenti.
Continua »
Licenziamento del dirigente tra bilancio falso e rispetto dei tempi
Un ente religioso ha intimato il licenziamento del dirigente con mansioni di economo per gravi irregolarità nella contabilità. Il dirigente ha registrato voci di spesa fittizie e alterato i costi per consulenze e forniture senza pezze d'appoggio. Il lavoratore ha impugnato il recesso contestando la tardività delle accuse e il calcolo dei termini per le difese previsti dal contratto collettivo. La Corte di Cassazione ha confermato la piena legittimità del recesso. I giudici hanno chiarito che il termine per contestare gli addebiti complessi decorre dalla fine delle verifiche contabili. Inoltre, il termine per irrogare la sanzione inizia a decorrere solo dopo la scadenza integrale dei giorni concessi al dipendente per difendersi, anche se le memorie difensive arrivano prima. Il ricorso del lavoratore è stato respinto integralmente.
Continua »
Licenziamento individuale: lettera valida senza criteri di scelta
Un lavoratore ha impugnato il licenziamento individuale intimato dalla propria azienda per riduzione del personale. Il dipendente sosteneva l'illegittimità del provvedimento poiché la lettera di recesso non indicava i criteri usati per selezionare la sua figura rispetto ai colleghi. Il tribunale e la corte d'appello hanno respinto il ricorso. I giudici hanno accertato il rispetto della buona fede nella comparazione basata sui carichi di famiglia e sulle competenze tecniche. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente le decisioni precedenti. Gli Ermellini hanno chiarito che il datore di lavoro deve spiegare le ragioni economiche del licenziamento individuale nella lettera, ma non ha l'obbligo di dettagliare subito i criteri di selezione del dipendente.
Continua »
Trasferimento d’azienda: quando scatta l’art. 2112 c.c.
La Corte d'Appello ha ribaltato una sentenza di primo grado stabilendo che non si configura un trasferimento d'azienda in un cambio appalto se l'impresa subentrante ha una propria struttura organizzativa e l'assunzione dei lavoratori avviene solo in forza di clausole sociali. Il caso riguardava lavoratori di una società di vigilanza che rivendicavano il mantenimento del precedente inquadramento contrattuale.
Continua »
Licenziamento collettivo: limiti alla platea lavoratori
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità di un licenziamento collettivo intimato da una grande azienda di telecomunicazioni. Il cuore della controversia riguarda la limitazione della platea dei lavoratori licenziabili a singole sedi territoriali senza una specifica giustificazione nella comunicazione di avvio della procedura. La Suprema Corte ha ribadito che, in assenza di prove sull'infungibilità dei dipendenti o su ragioni tecnico-organizzative esplicitate preventivamente, il confronto deve avvenire sull'intero complesso aziendale. La violazione di tali criteri di scelta determina l'applicazione della tutela reintegratoria prevista dallo Statuto dei Lavoratori.
Continua »
Licenziamento collettivo: limiti alla platea lavoratori
Una società di telecomunicazioni ha impugnato la sentenza che dichiarava illegittimo il licenziamento collettivo di un dipendente. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del provvedimento poiché l'azienda aveva limitato la platea dei lavoratori licenziabili a singole sedi territoriali senza giustificare tale scelta nella comunicazione di avvio della procedura. La violazione dei criteri di scelta, derivante da una delimitazione arbitraria del perimetro aziendale, comporta l'applicazione della tutela reintegratoria prevista dallo Statuto dei Lavoratori.
Continua »
Licenziamento per giusta causa: la chat WhatsApp costa il posto
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento per giusta causa intimato a una direttrice di ufficio postale. La dipendente aveva condiviso in una chat WhatsApp messaggi offensivi verso i colleghi e istruzioni su come eludere i controlli della certificazione sanitaria obbligatoria. Tali dichiarazioni erano poi finite su una pagina Facebook pubblica. I giudici hanno ritenuto che la condotta fosse plurioffensiva, ledendo la reputazione aziendale e la sicurezza pubblica. Nonostante la natura privata della chat, la gravità delle violazioni e il ruolo di responsabilità della lavoratrice hanno giustificato la massima sanzione espulsiva, rendendo irrimediabile la rottura del vincolo fiduciario con il datore di lavoro.
Continua »
Licenziamento collettivo: regole sulla scelta.
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità di un licenziamento collettivo intimato da una nota società di telecomunicazioni. Il fulcro della controversia riguarda la limitazione della platea dei lavoratori licenziabili a una singola unità produttiva, senza che tale scelta fosse adeguatamente giustificata nella comunicazione iniziale ai sindacati. La Suprema Corte ha ribadito che, in assenza di specifiche ragioni tecnico-organizzative che rendano i lavoratori di una sede non comparabili con quelli di altre sedi, la selezione deve avvenire sull'intero complesso aziendale. La violazione di tali criteri di scelta comporta l'applicazione della tutela reintegratoria, obbligando l'azienda a riassumere il dipendente e a risarcire il danno.
Continua »
Decadenza contratto a termine: i tempi per il ricorso
La Corte di Cassazione ha affrontato il tema della decadenza contratto a termine in un caso riguardante una lavoratrice del settore pubblico. Nonostante l'illegittimità della reiterazione dei contratti fosse stata riconosciuta nei gradi di merito, la Suprema Corte ha ribaltato la decisione. Il punto centrale riguarda l'efficacia dell'impugnazione stragiudiziale: sebbene la lavoratrice avesse contestato i contratti nel 2011, l'azione giudiziale è stata intrapresa solo nel 2015, ben oltre i 180 giorni dalla cessazione effettiva del rapporto avvenuta nel 2014. La Corte ha chiarito che il termine per agire in giudizio è perentorio e la sua inosservanza determina l'inammissibilità della domanda risarcitoria.
Continua »