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Art. 1, comma 87, della legge 27 dicembre 2017, n. 205

5 provvedimenti

Cessione quote: no alla riqualificazione in azienda
La Corte di Cassazione ha stabilito che una cessione totalitaria di quote societarie non può essere riqualificata dall'Agenzia delle Entrate come una cessione d'azienda ai fini dell'applicazione dell'imposta di registro. La decisione si fonda sulla nuova formulazione dell'art. 20 del D.P.R. 131/1986 (TUR), che impone di interpretare l'atto solo in base al suo contenuto e agli effetti giuridici, senza considerare elementi esterni o negozi collegati. La Corte ha cassato la sentenza d'appello e accolto il ricorso del contribuente, chiarendo che la cessione quote e la cessione d'azienda sono fattispecie giuridicamente distinte.
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Cessione quote: no alla riqualificazione in azienda
L'Agenzia delle Entrate aveva riqualificato una cessione totalitaria di quote di una s.n.c., seguita da una fusione, come una cessione d'azienda, applicando imposte maggiori. La Corte di Cassazione ha annullato tale accertamento, stabilendo che, in base alla nuova formulazione dell'art. 20 del Testo Unico Registro, la tassazione deve basarsi esclusivamente sul singolo atto registrato. Di conseguenza, la cessione quote non può essere riqualificata analizzando operazioni collegate, confermando la natura di 'imposta d'atto' del tributo e accogliendo il ricorso del contribuente.
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Cessione totalitaria di quote: no riqualificazione
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Agenzia delle Entrate, stabilendo che una cessione totalitaria di quote societarie non può essere riqualificata come cessione d'azienda ai fini dell'imposta di registro. La Corte ha chiarito che l'imposta si applica in base alla natura e agli effetti giuridici dell'atto, non ai suoi risultati economici. È stato inoltre confermato il diritto del contribuente a chiedere il rimborso di un'imposta versata spontaneamente, qualora risulti non dovuta, anche in virtù di una legge successiva più favorevole (ius superveniens).
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Compensazione spese giudiziali: quando è illegittima
Una società ha vinto una causa fiscale contro l'Agenzia delle Entrate, ma il giudice d'appello ha disposto la compensazione spese giudiziali citando una passata incertezza normativa. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione, stabilendo che se le leggi e la giurisprudenza hanno chiarito la questione prima della sentenza, non esistono più 'gravi ed eccezionali ragioni' per derogare al principio che chi perde paga. La compensazione, in questo caso, è stata ritenuta illegittima.
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Compensazione spese legali: quando è illegittima?
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 20667/2025, ha stabilito l'illegittimità della compensazione spese legali in un contenzioso tributario. Nonostante la vittoria del contribuente, il giudice di secondo grado aveva compensato le spese. La Cassazione ha annullato tale decisione, affermando che, al momento della sentenza, la questione giuridica non era più controversa grazie a interventi legislativi e costituzionali. Pertanto, in assenza di reale incertezza, deve applicarsi il principio della soccombenza, secondo cui la parte che perde paga le spese.
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