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Sicuro Ravvedimento

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38 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Liberazione Condizionale: no senza ravvedimento
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un condannato contro il rigetto della sua istanza di liberazione condizionale. La decisione si fonda sulla valutazione del giudice di sorveglianza, che ha ritenuto la richiesta prematura per la mancanza di un "sicuro ravvedimento", desunta dal percorso complessivo del detenuto e dall'assenza di un risarcimento, anche solo simbolico, alla vittima.
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Liberazione condizionale collaboratore: la Cassazione
La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza del Tribunale di Sorveglianza che negava la liberazione condizionale a un collaboratore di giustizia condannato all'ergastolo. Il Tribunale aveva basato il diniego sulla mancanza di iniziative risarcitorie e di attività lavorativa o di studio per un lungo periodo, ritenendo non provato il 'sicuro ravvedimento'. La Suprema Corte ha giudicato la motivazione illogica, poiché il giudice di merito non ha compiuto la necessaria valutazione globale del percorso rieducativo del condannato, omettendo di considerare elementi positivi come la pluriennale collaborazione con la giustizia e la condotta irreprensibile tenuta per oltre vent'anni in detenzione domiciliare. Il caso torna al Tribunale per un nuovo esame che tenga conto di tutti gli aspetti della vicenda personale e processuale del richiedente la liberazione condizionale collaboratore.
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Liberazione condizionale: valutazione completa richiesta
Un uomo che sta scontando una condanna all'ergastolo si è visto negare la liberazione condizionale dal Tribunale di sorveglianza, che ha ritenuto mancasse il requisito del 'sicuro ravvedimento'. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione, stabilendo che la valutazione non può basarsi su elementi generici, come la passata appartenenza a gruppi criminali o lievi infrazioni disciplinari, ma deve consistere in un esame completo e approfondito di tutto il percorso detentivo, valorizzando anche gli elementi positivi come la revisione critica dei reati commessi.
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Misure alternative: quando il ricorso è inammissibile
La Corte di Cassazione, con la sentenza 40702/2025, ha dichiarato inammissibile il ricorso di una detenuta contro il rigetto di diverse misure alternative alla detenzione. La Corte ha ritenuto le motivazioni del ricorso generiche e non idonee a contestare la logica decisione del Tribunale di Sorveglianza, che aveva negato la detenzione domiciliare, la semilibertà e la liberazione condizionale per mancanza dei presupposti di legge. È stato inoltre chiarito che non si possono introdurre richieste nuove, come l'affidamento in prova, direttamente in sede di Cassazione.
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Liberazione condizionale: non basta la buona condotta
La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza che concedeva la liberazione condizionale a un detenuto condannato all'ergastolo per gravi reati di stampo mafioso. Secondo la Corte, il Tribunale di Sorveglianza non ha motivato adeguatamente la decisione, fondandola solo sul buon comportamento carcerario. Per ottenere la liberazione condizionale, è necessario dimostrare un 'sicuro ravvedimento', che include una reale volontà di risarcire le vittime e l'assenza di pericolo di riallacciare i legami con l'organizzazione criminale, elementi che nel caso di specie non sono stati sufficientemente provati.
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Liberazione condizionale: non basta la buona condotta
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un detenuto condannato all'ergastolo per reati di stampo mafioso, confermando il diniego della liberazione condizionale. La sentenza sottolinea che la buona condotta in carcere non è sufficiente per dimostrare il 'sicuro ravvedimento'. Quest'ultimo richiede una profonda e convinta revisione critica del proprio passato criminale e un'attiva volontà di attenuare le conseguenze dei reati, elementi che la Corte non ha riscontrato nel ricorrente, il quale continuava a minimizzare le proprie responsabilità.
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Liberazione condizionale: non basta il mancato risarcimento
La Corte di Cassazione ha annullato la decisione di un Tribunale di Sorveglianza che negava la liberazione condizionale a un collaboratore di giustizia. Il diniego era basato sulla mancanza di iniziative risarcitorie verso le vittime. La Suprema Corte ha chiarito che, per i collaboratori, questo fattore non può essere l'unico e decisivo elemento di valutazione, ma va inserito in un'analisi complessiva del percorso di "sicuro ravvedimento" del condannato.
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Liberazione condizionale: necessaria prova esterna
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un detenuto in regime di ergastolo, confermando che per ottenere la liberazione condizionale non è sufficiente una positiva evoluzione della personalità in carcere. I giudici hanno ritenuto logica e corretta la decisione del Tribunale di Sorveglianza di richiedere una "sperimentazione graduale nella società civile" attraverso misure come i permessi, per poter verificare empiricamente il "sicuro ravvedimento" del condannato prima di concedere il beneficio.
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Liberazione condizionale collaboratore: la Cassazione
Un collaboratore di giustizia si è visto negare la liberazione condizionale dal Tribunale di Sorveglianza, che non ha ritenuto provato il suo 'sicuro ravvedimento' per la mancanza di un adeguato risarcimento alle vittime. La Corte di Cassazione ha annullato tale decisione, ritenendola contraddittoria e apparente. Secondo la Suprema Corte, la valutazione sulla liberazione condizionale collaboratore deve considerare tutti gli elementi del percorso rieducativo, senza che l'assenza del risarcimento possa essere, da sola, un ostacolo determinante se altri indici dimostrano un reale cambiamento.
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Liberazione condizionale: non basta la buona condotta
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 22508/2024, ha negato la liberazione condizionale a una donna condannata all'ergastolo. Nonostante un lungo periodo di detenzione e una buona condotta, la Corte ha ritenuto assente il requisito del 'sicuro ravvedimento'. La decisione si basa sulla mancata revisione critica del crimine commesso e sulla persistente indifferenza verso le vittime e i loro familiari, elementi ritenuti indispensabili per ottenere il beneficio.
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Liberazione condizionale collaboratore: la Cassazione
La Corte di Cassazione annulla il diniego di liberazione condizionale a un collaboratore di giustizia ergastolano. La sentenza stabilisce che il mancato risarcimento alle vittime, pur rilevante, non è un ostacolo assoluto. Per la concessione della liberazione condizionale collaboratore, il giudice deve effettuare una valutazione complessiva di tutti gli indici di ravvedimento, inclusa la qualità della collaborazione, il percorso lavorativo e familiare, senza dare peso esclusivo a un singolo elemento.
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Liberazione Condizionale: il ravvedimento è cruciale
La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto di un'istanza di liberazione condizionale a un detenuto in regime di semilibertà. La Corte ha stabilito che, per ottenere il beneficio, non è sufficiente un buon comportamento o un inizio di risarcimento, ma è necessario un 'sicuro ravvedimento', ovvero una profonda e irreversibile revisione critica del proprio passato criminale, dimostrata anche da un concreto e sincero interessamento verso le vittime. La gravità dei reati commessi e la durata della sperimentazione della semilibertà sono stati elementi determinanti nella valutazione negativa.
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Liberazione condizionale e collaboratori di giustizia
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 14327/2024, ha rigettato il ricorso di un collaboratore di giustizia per la concessione della liberazione condizionale. La Corte ha stabilito che, sebbene per i collaboratori il mancato risarcimento alle vittime non sia un ostacolo assoluto, la sua assenza, unita ad altri elementi come un parere negativo della Direzione Nazionale Antimafia e la mancanza di iniziative riparatorie sociali, può legittimamente fondare il diniego del beneficio, indicando un percorso di ravvedimento non ancora maturo.
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Liberazione condizionale: il sicuro ravvedimento
La Corte di Cassazione ha negato la liberazione condizionale a un detenuto in ergastolo da oltre 30 anni. Nonostante un percorso detentivo apparentemente positivo, la mancanza di un 'sicuro ravvedimento', provata da un episodio minatorio e da una superficiale rielaborazione del reato, è stata decisiva per il rigetto del ricorso.
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Liberazione condizionale: pagamento e ravvedimento
La Corte di Cassazione ha stabilito la legittimità di una prescrizione che impone un pagamento mensile a un'associazione di volontariato come condizione per la liberazione condizionale di un collaboratore di giustizia. La Corte ha chiarito che tale obbligo non costituisce un risarcimento del danno, ma una manifestazione sintomatica del 'sicuro ravvedimento' del condannato, ovvero della sua adesione ai valori di legalità, requisito fondamentale per la concessione del beneficio.
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Liberazione condizionale: non basta la buona condotta
La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto della richiesta di liberazione condizionale per un detenuto in ergastolo da 34 anni. Nonostante la lunga detenzione e la partecipazione a percorsi rieducativi, la mancanza di un 'sicuro ravvedimento', evidenziata da episodi negativi e dall'assenza di iniziative riparatorie verso le vittime, è stata considerata decisiva per negare il beneficio.
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Sicuro ravvedimento: valutazione completa, non parziale
Un detenuto, nonostante un percorso di reinserimento positivo con risarcimento alle vittime e lavoro, si è visto negare la liberazione condizionale per la mancata attività di volontariato. La Corte di Cassazione ha annullato la decisione, stabilendo che la valutazione del "sicuro ravvedimento" deve essere globale e non può basarsi su un unico elemento negativo, ignorando le numerose prove positive. Il caso è stato rinviato per un nuovo esame.
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Liberazione condizionale: no senza pentimento sincero
La Corte di Cassazione ha confermato il diniego della liberazione condizionale a una donna condannata all'ergastolo per omicidio e associazione mafiosa. La decisione si basa sulla mancanza di un "sicuro ravvedimento", requisito che va oltre la semplice buona condotta in carcere. Secondo i giudici, la detenuta non aveva completato un percorso di revisione critica del proprio passato criminale, tendendo a minimizzare le proprie responsabilità e ad attribuirle al coniuge. La sentenza ribadisce che per ottenere il beneficio è necessario un abbandono convinto delle scelte criminali passate.
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