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Rimborso Iva

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161 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Rimborso IVA: il Fisco può contestare le prove anche in appello
Una società cancellata dal registro delle imprese richiedeva, tramite l'ex liquidatore autorizzato dai soci, un Rimborso IVA. L'Agenzia delle Entrate negava il rimborso e, nel successivo giudizio d'appello, contestava anche la mancanza di prove del credito. I giudici di secondo grado dichiaravano inammissibile la difesa del Fisco ritenendola una contestazione nuova. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'Agenzia delle Entrate. I giudici di legittimità hanno stabilito che, nelle cause di rimborso, il contribuente ha l'onere di dimostrare il proprio credito. Di conseguenza, l'Amministrazione finanziaria può sempre difendersi in giudizio contestando la mancanza di prove, anche sollevando argomentazioni non espresse nel diniego iniziale. La sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo esame.
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Rimborso IVA: il fisco nega il credito anche dopo la scadenza
Un'azienda ha richiesto il rimborso IVA per crediti ceduti da due fallimenti. L'Amministrazione Finanziaria ha negato il rimborso poiché i curatori fallimentari avevano compensato illegittimamente crediti anteriori al fallimento con debiti successivi della procedura. Il giudice d'appello ha dato ragione all'azienda, ritenendo che il fisco non potesse più contestare l'operazione per decorso dei termini di accertamento. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, accogliendo il ricorso del fisco. I giudici hanno stabilito che l'Amministrazione Finanziaria può contestare l'esistenza del credito chiesto a rimborso in ogni tempo, poiché l'omesso controllo non equivale a un riconoscimento implicito del credito. La causa torna alla Commissione Tributaria Regionale per un nuovo esame.
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Rimborso IVA: sì anche senza uffici o dipendenti attivi
Una società estera, costituita per gestire contratti di fornitura di aerei, ha richiesto il Rimborso IVA per oltre nove milioni di euro relativi ad acquisti effettuati a fine 2008. L'Agenzia delle Entrate ha negato il rimborso, sostenendo che la società non avesse ancora una reale struttura aziendale né svolgesse un'attività economica attiva. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della società, stabilendo che il diritto al Rimborso IVA spetta anche per le sole attività preparatorie. Non è necessario che l'impresa abbia già avviato le vendite o disponga di dipendenti e uffici, purché dimostri con elementi oggettivi l'intenzione di avviare un'attività economica e l'inerenza delle spese. La causa è stata rinviata per un nuovo esame.
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Rimborso IVA: pagare la sentenza non blocca il ricorso del Fisco
Il Contribuente richiedeva nel 2021 il rimborso IVA relativo a un credito dichiarato nel 2013 a seguito di cessazione di attività. L'Amministrazione Finanziaria rifiutava il rimborso per mancanza di prove e tardività. I giudici di merito accoglievano la domanda del Contribuente, ritenendo che il pagamento parziale effettuato dall'ufficio costituisse un riconoscimento del debito. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo che l'erogazione del rimborso in pendenza di giudizio non costituisce acquiescenza, in quanto atto dovuto per l'immediata esecutività della sentenza di primo grado. Inoltre, spetta sempre al Contribuente l'onere di provare l'esistenza del credito, anche se l'ufficio non ha contestato tempestivamente la dichiarazione originaria. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Rimborso IVA e prescrizione: quando la motivazione è nulla
La Società Contribuente ha richiesto un rimborso IVA per l'anno 1999. L'Amministrazione Finanziaria ha parzialmente rettificato il credito nel 2004 e, successivamente, ha eccepito la prescrizione decennale per la parte residua richiesta nel 2012. I giudici di secondo grado hanno accolto le ragioni della società, ritenendo che l'atto di rettifica del 2004 costituisse un riconoscimento del debito idoneo a interrompere la prescrizione. L'Amministrazione Finanziaria ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, rilevando un vizio di motivazione apparente: i giudici d'appello non hanno spiegato l'iter logico per cui un atto di rettifica parziale potesse equivalere a un formale e inequivocabile riconoscimento dell'intero debito. La sentenza è stata cassata con rinvio ad altra sezione.
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Rimborso IVA: la Cassazione frena i ritardi del Fisco
Una società contribuente ha richiesto il Rimborso IVA per l'anno d'imposta 1992. L'Amministrazione Finanziaria ha rifiutato il pagamento, eccependo la prescrizione del credito solo in grado di appello e depositando documenti oltre i termini di legge. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della società, stabilendo che i documenti presentati in appello oltre il termine perentorio di venti giorni prima dell'udienza sono del tutto inutilizzabili. Inoltre, la Suprema Corte ha chiarito che l'eccezione di prescrizione del credito non è rilevabile d'ufficio e non può essere sollevata per la prima volta in appello. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio alla Corte di giustizia tributaria per un nuovo giudizio.
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Rimborso IVA: il Fisco perde la sfida dei dieci anni
L'Agenzia delle Entrate ha negato il rimborso IVA richiesto dagli eredi di un contribuente, sostenendo il superamento del termine di decadenza biennale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del fisco, stabilendo che se il credito d'imposta deriva da una sentenza passata in giudicato (anche se di annullamento di un accertamento), non si applica il termine di decadenza di due anni. Al contrario, si applica il termine di prescrizione ordinario di dieci anni previsto per l'attuazione delle sentenze definitive. Di conseguenza, gli eredi hanno diritto a ottenere il rimborso.
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Rimborso IVA: il Fisco può contestare il credito anche in appello
Una società agricola, poi estinta, richiedeva il rimborso IVA compilando il quadro RX della dichiarazione dei redditi. I soci sollecitavano successivamente il pagamento, ma l'Agenzia delle Entrate negava il rimborso eccependo la decadenza biennale e, in appello, contestando la prova del credito. La Corte di Cassazione ha chiarito che la richiesta in dichiarazione avvia la prescrizione decennale ordinaria. Tuttavia, ha accolto il ricorso del Fisco stabilendo che, nei giudizi di rimborso, il contribuente ha l'onere di provare l'esistenza del credito. Di conseguenza, la contestazione dell'ufficio costituisce una mera difesa, proponibile anche in appello. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Rimborso IVA: credito dichiarato ma negato senza prove in aula
Un'azienda in liquidazione ha richiesto un rimborso IVA di centomila euro indicandolo nella dichiarazione dei redditi, ma ha dimenticato di presentare il modello VR. Di fronte al silenzio-rifiuto dell'Amministrazione finanziaria, la società ha avviato un contenzioso. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'azienda, stabilendo che, in caso di richiesta di rimborso IVA, spetta sempre al contribuente l'onere di provare in giudizio i fatti costitutivi del credito. L'Amministrazione finanziaria può contestare l'esistenza del credito anche se sono scaduti i termini per l'accertamento fiscale. L'omessa presentazione dei documenti probatori da parte del contribuente comporta la perdita del diritto al rimborso.
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Rimborso IVA: ex soci salvi dal fisco ma il credito va provato
Due ex soci di una società di capitali cancellata chiedevano il Rimborso IVA per un credito esposto nella dichiarazione annuale presentata dal liquidatore dopo la cancellazione. L'Agenzia delle Entrate rifiutava il rimborso ritenendolo tardivo. La Corte di Cassazione ha chiarito che l'esposizione del credito nella dichiarazione del liquidatore costituisce una valida istanza che evita la decadenza biennale, applicando la prescrizione decennale. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso del Fisco limitatamente alla mancata valutazione, da parte dei giudici di appello, dell'effettiva esistenza e prova del credito nel merito. La causa è stata quindi rinviata per un nuovo esame.
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Rimborso IVA: il credito esiste ma il ritardo cancella il diritto
Una contribuente ha richiesto il Rimborso IVA per un credito maturato nel 2004, ma l'Amministrazione Finanziaria ha negato il pagamento. I giudici di merito hanno confermato il diniego, ritenendo la richiesta tardiva. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della contribuente, confermando che il diritto al rimborso è soggetto al termine di decadenza biennale previsto dalla legge, decorrente dal momento in cui si è verificato il presupposto del pagamento. Nel caso specifico, la prima vera istanza è stata presentata solo nel 2009, ben oltre i due anni previsti. La Suprema Corte ha chiarito che non si applica il termine di prescrizione decennale se la volontà di ottenere il rimborso non è espressa in modo chiaro e tempestivo, condannando la contribuente al pagamento delle spese di giudizio.
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Rimborso IVA: sì ai lavori sull’immobile in comproprietà
L'Imprenditrice, titolare di un'azienda agricola, ha richiesto il rimborso IVA per le spese di ristrutturazione e installazione di un impianto fotovoltaico su un immobile detenuto in comproprietà (comunione pro indiviso). L'Agenzia delle Entrate ha negato il rimborso, sostenendo che il bene non fosse ammortizzabile in quanto non di proprietà esclusiva. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'imprenditrice, stabilendo che il comproprietario pro indiviso ha il pieno godimento del bene. Di conseguenza, l'esecuzione di lavori su un immobile co-intestato, se strumentale all'attività d'impresa, dà diritto al rimborso IVA per l'intero importo, indipendentemente dalla quota di proprietà. La Suprema Corte ha quindi annullato la decisione sfavorevole della CTR, confermando il diritto al rimborso per la contribuente.
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Rimborso IVA e risarcimenti: quando il ritardo cancella il credito
Una società riceve un risarcimento da un ente pubblico per l'occupazione di un terreno e versa l'IVA sulle somme ricevute tra il 2004 e il 2009. Successivamente, l'amministrazione finanziaria chiarisce tramite un interpello che l'imposta non era dovuta. Nel 2014 la società presenta domanda di Rimborso IVA, ma il fisco la rifiuta per decorrenza dei termini. La Cassazione accoglie il ricorso dell'amministrazione finanziaria, stabilendo che il termine di decadenza di due anni per richiedere il rimborso decorre dal momento del pagamento dell'imposta e non dalla data di risposta all'interpello. La risposta del fisco non crea infatti un nuovo diritto al rimborso, ma ha solo valore chiarificatore. Di conseguenza, la richiesta della società è considerata tardiva e viene definitivamente respinta.
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Rimborso IVA tardivo: la Cassazione blocca il credito dimenticato
Un'azienda energetica ha richiesto il rimborso IVA per un credito d'imposta del 2010, ereditato da una società incorporata. Tuttavia, questo credito non era mai stato indicato nelle dichiarazioni fiscali. L'Agenzia delle Entrate ha negato il rimborso ritenendolo tardivo. La Corte di Cassazione ha dato ragione al Fisco. I giudici hanno stabilito che le norme più favorevoli introdotte nel 2016 sulla dichiarazione integrativa non si applicano retroattivamente a termini già scaduti. Poiché il termine biennale per chiedere il rimborso IVA era scaduto il 31 dicembre 2013 e l'istanza è stata presentata solo nel 2015, la richiesta dell'azienda è inammissibile. L'azienda perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Rimborso IVA: gli interessi si fermano prima dell’accredito
L'Amministrazione Finanziaria ha proposto ricorso contro la decisione che ricalcolava gli interessi dovuti a una Società per un ritardato rimborso IVA. La sentenza di secondo grado aveva stabilito che gli interessi dovessero decorrere dal ventunesimo giorno successivo all'ordine di pagamento e terminare solo con l'effettivo accredito sul conto corrente del contribuente. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'ufficio tributario, chiarendo che, in tema di rimborso IVA tramite conto fiscale, gli interessi moratori cessano di maturare non appena l'ordine di pagamento viene comunicato all'agente della riscossione. Solo un eventuale ritardo colpevole dovuto a mancanza di fondi può far scattare la mora dell'ente pubblico. La sentenza impugnata è stata quindi cassata con rinvio per un nuovo giudizio.
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Rimborso IVA: il contribuente vince contro il fermo del fisco
Una societ" ha richiesto il rimborso di un credito d'imposta risalente al 1985. L'Agenzia delle Entrate ha eccepito la prescrizione del diritto solo in sede di appello e ha negato gli interessi sul rimborso a causa di un fermo amministrativo. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della societ", stabilendo che l'eccezione di prescrizione sollevata tardivamente dall'Ufficio " inammissibile. Inoltre, i giudici hanno chiarito che, se i motivi del fermo si rivelano infondati, gli interessi sul rimborso IVA decorrono comunque dal novantesimo giorno successivo alla presentazione della dichiarazione dei redditi originaria, e non dalla fine del fermo. La societ" ottiene cos" il pagamento integrale degli interessi maturati fin dall'origine.
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Rimborso IVA: il Fisco perde se scade il termine di accertamento
L'Amministrazione Finanziaria ha negato a una Società il rimborso IVA di oltre un milione di euro, maturato nel 2008 e richiesto nel 2011, eccependo la decadenza dei termini di accertamento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Fisco. I giudici hanno chiarito che, se il credito deriva da una sottostima del debito d'imposta originario e l'ufficio non ha rettificato la dichiarazione nei termini di legge, il Fisco decade dal potere di contestare il credito. Di conseguenza, la Società ha ottenuto definitivamente il diritto al rimborso IVA.
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Rimborso IVA: il Fisco vince contro i limiti del diniego
L'Agenzia delle Entrate ha negato a una Società il rimborso IVA per l'anno 2015, contestando l'effettivo svolgimento dell'attività di stampa per mancanza di macchinari. I giudici di merito hanno accolto il ricorso della Società, ritenendo inammissibili le ulteriori difese dell'ufficio fiscale perché non indicate nell'atto di diniego originario. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo che nel giudizio per il rimborso IVA il contribuente è l'attore sostanziale. Di conseguenza, le contestazioni dell'amministrazione finanziaria costituiscono mere difese e non domande nuove, potendo quindi essere presentate in giudizio senza preclusioni per supportare il diniego. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Rimborso IVA: perché il fisco vince anche dopo dieci anni
Una contribuente ha richiesto il rimborso IVA dopo aver cessato la propria attività commerciale nel 2003. L'Amministrazione Finanziaria ha rifiutato la richiesta. La contribuente ha fatto ricorso, sostenendo di non dover più conservare le scritture contabili poiché erano passati più di dieci anni. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del fisco. I giudici hanno stabilito che l'obbligo di conservare i documenti per dieci anni non cancella l'onere della prova in un processo. Chi chiede un rimborso deve sempre dimostrare l'esistenza del credito, anche dopo il decorso dei dieci anni.
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Rimborso IVA: l’errore sulla fattura blocca la nota di credito
L'Amministrazione Finanziaria ha contestato a un contribuente la detrazione dell'imposta effettuata tramite una nota di credito, emessa per annullare un acconto su forniture mai realizzate. Secondo il fisco, l'operazione originaria era un finanziamento escluso dall'imposta. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'ufficio tributario, stabilendo un principio fondamentale per il Rimborso IVA. I giudici hanno chiarito che è indispensabile qualificare la natura dell'operazione. Se l'operazione è imponibile, il rimborso richiede la verifica dei presupposti della variazione in diminuzione. Se invece l'operazione è fuori campo IVA, il rimborso è soggetto al termine di decadenza di due anni. La sentenza di appello è stata quindi cassata con rinvio.
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