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Regime Di 41-Bis

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36 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Proroga del regime di 41-bis: confermato il carcere duro per il boss
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da un detenuto contro il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza, che disponeva la proroga del regime di 41-bis. I giudici hanno confermato la legittimità della misura restrittiva, evidenziando il ruolo di vertice dell'uomo all'interno di un'associazione criminale ancora attiva. Le sue parziali ammissioni di colpa sono state ritenute puramente strategiche e non idonee a dimostrare una reale rottura con il clan. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato il carcere duro e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Permesso di necessità al boss: la Cassazione dice no
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un detenuto, condannato all'ergastolo e sottoposto al regime speciale del 41-bis, il permesso di necessità per far visita alla sorella gravemente malata. Il detenuto ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che le esigenze umanitarie dovessero prevalere sulla sua pericolosità sociale e che l'ordine pubblico potesse essere garantito da una scorta armata. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la concessione del permesso di necessità richiede un bilanciamento discrezionale tra motivi umanitari e sicurezza pubblica. Nel caso specifico, l'elevato rischio che il detenuto inviasse messaggi criptici al clan mafioso di appartenenza (rischio non evitabile con la sola scorta, utile solo a prevenire la fuga) rende legittimo il diniego del beneficio. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Regime di 41-bis: confermata la proroga per il boss in carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto contro la proroga del Regime di 41-bis. Il Tribunale di Sorveglianza aveva confermato la misura speciale evidenziando il ruolo di vertice del soggetto in un clan mafioso attivo sul territorio e la sua capacità di impartire ordini dall'interno del carcere ordinario. La Suprema Corte ha ritenuto logica e fondata la motivazione del provvedimento impugnato, respingendo le censure difensive incentrate su questioni di puro fatto. Di conseguenza, il detenuto perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Permanenza all’aria aperta: no ai tagli per la socialità
Il Ministero della Giustizia ha proposto ricorso contro la decisione del Tribunale di Sorveglianza, che aveva garantito a un detenuto in regime speciale di 41-bis il diritto a due ore di permanenza all'aria aperta, escludendo dal computo l'ora di socialità trascorsa in locali interni. Il Ministero sosteneva la sovrapponibilità delle due attività in base a una circolare amministrativa. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la permanenza all'aria aperta e le attività di socialità hanno finalità diverse e non possono essere confuse. La prima tutela la salute psicofisica, mentre la seconda persegue scopi risocializzanti. Di conseguenza, l'amministrazione non può ridurre arbitrariamente il tempo all'aperto a un'ora soltanto.
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Video colloquio 41-bis: il carcere duro si apre alla tecnologia
Un detenuto sottoposto al regime di carcere duro ha richiesto di poter svolgere i colloqui mensili con i propri familiari tramite sistemi di video collegamento, a causa delle restrizioni agli spostamenti imposte dall'emergenza sanitaria da COVID-19. L'Amministrazione Penitenziaria si è opposta, sostenendo che tale modalità fosse esclusa per chi si trova in regime speciale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'amministrazione, confermando la legittimità del provvedimento favorevole al detenuto. I giudici hanno stabilito che il video colloquio 41-bis è ammissibile in caso di assoluta impossibilità o grave difficoltà a svolgere incontri in presenza, poiché la sicurezza è garantita dall'uso di piattaforme certificate e dal collegamento da un'altra struttura carceraria vicina ai familiari.
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Regime di 41-bis: visite mediche tra sicurezza e dignità
Il Ministero della Giustizia ha impugnato la decisione che vietava il controllo uditivo generalizzato durante le visite mediche di un detenuto sottoposto al Regime di 41-bis. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la sorveglianza durante le visite mediche deve essere normalmente solo visiva (dall'esterno della stanza) per tutelare la dignità e la riservatezza della persona. L'estensione al controllo uditivo o la presenza visiva durante il denudamento non possono essere applicate in via automatica a tutti i detenuti in tale regime speciale, ma richiedono una motivazione specifica e individualizzata, legata a un concreto pericolo di violenza o fuga del singolo soggetto.
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Proroga del regime di 41-bis: la difesa cede alla realtà del clan
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto contro la proroga del regime di 41-bis (il carcere duro). Il ricorrente, ritenuto promotore di un clan mafioso, sosteneva l'assenza di prove attuali sul suo ruolo di comando e sulla persistenza dell'associazione. La Suprema Corte ha chiarito che il controllo di legittimità si limita alla presenza di una motivazione logica e coerente. Nel caso specifico, i giudici di merito hanno ampiamente giustificato il provvedimento evidenziando i collegamenti ancora attivi con la famiglia criminale, i colloqui ambigui con i parenti e le recenti condanne di stretti congiunti. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Regime di 41-bis: confermato il carcere duro senza colloqui
Il Tribunale di Sorveglianza ha confermato la proroga del Regime di 41-bis per un detenuto condannato per omicidio e associazione mafiosa. Il ricorrente ha impugnato la decisione, lamentando la mancata notifica al difensore e l'assenza di elementi attuali sulla sua pericolosità sociale, evidenziando anche l'interruzione dei colloqui familiari da due anni. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la mancata notifica perde rilevanza se il difensore presenta comunque il ricorso nei termini. Inoltre, la proroga del carcere duro non richiede la prova di un'affiliazione attiva attuale, ma una valutazione preventiva sul rischio di riattivazione dei contatti con il clan d'origine, ancora operativo sul territorio. Di conseguenza, il detenuto resta sottoposto al regime speciale e deve pagare le spese processuali.
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Trattenimento corrispondenza: lettera recapitata, ricorso inutile
Un detenuto ha impugnato il provvedimento di trattenimento della corrispondenza relativo a una lettera da lui inviata. Il Tribunale di Sorveglianza ha dichiarato il non luogo a provvedere sul suo reclamo, poiché aveva già accolto il ricorso del destinatario, ordinando la consegna della lettera. Il detenuto ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo di avere comunque interesse a una decisione formale per evitare conseguenze sulla proroga del regime di carcere duro. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile: una volta che la lettera è stata consegnata, viene meno l'interesse concreto del mittente a ottenere una pronuncia. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Colloquio telefonico con il difensore: no al 41-bis senza prove
Il Tribunale di sorveglianza ha respinto il reclamo di un detenuto in regime di 41-bis che chiedeva di effettuare un colloquio telefonico con il difensore su utenza fissa. La richiesta era stata respinta in quanto non erano state fornite prove che il numero appartenesse effettivamente al legale, né era stata documentata una precedente autorizzazione del giudice. Il detenuto ha proposto ricorso per Cassazione, ma la Suprema Corte lo ha dichiarato inammissibile per difetto di specificità dei motivi. Il ricorrente non ha infatti fornito gli elementi documentali necessari a contestare la decisione precedente. Di conseguenza, la Corte ha confermato il rigetto e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Trattenimento della corrispondenza: no a foto anonime al 41-bis
La Corte di Cassazione ha confermato il provvedimento con cui è stato disposto il trattenimento della corrispondenza, nello specifico alcune fotografie inviate a un detenuto sottoposto al regime di massima sicurezza del 41-bis. Il blocco delle immagini è stato motivato dalla mancata identificazione delle persone ritratte nelle foto. Il Tribunale di Sorveglianza ha ritenuto legittima la regola interna del carcere che impone tale identificazione per ragioni di sicurezza e prevenzione di reati. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso del detenuto, evidenziando che quest'ultimo non ha fornito l'identità dei soggetti effigiati né nel reclamo né nel ricorso, non dimostrando così alcuna lesione concreta al proprio diritto all'affettività. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto con condanna alle spese.
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Proroga del regime 41-bis: il tempo non cancella il carcere duro
Il Detenuto, condannato all'ergastolo per gravi reati associativi e omicidi, ha impugnato la proroga del regime 41-bis applicatogli da circa venti anni. La difesa sosteneva che, dopo un così lungo periodo e in assenza di nuovi elementi di accusa, la misura speciale non fosse più giustificata. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che per la proroga del regime 41-bis non occorrono prove o fatti nuovi. È sufficiente la persistenza del pericolo che il detenuto riprenda i contatti con la cosca mafiosa di appartenenza, ancora operativa sul territorio e guidata anche dai suoi familiari. La mancata dissociazione del condannato conferma la legittimità del provvedimento.
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Proroga del regime di 41-bis: la Cassazione nega la revoca
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto condannato all'ergastolo per associazione mafiosa e omicidi plurimi. Il ricorrente contestava il provvedimento con cui il Tribunale di Sorveglianza aveva confermato la proroga del regime di 41-bis (carcere duro). La difesa sosteneva l'assenza di elementi attuali di pericolosità e la lunga durata della misura. La Suprema Corte ha invece confermato la legittimità della proroga del regime di 41-bis, evidenziando la persistente capacità del detenuto di mantenere contatti con l'organizzazione criminale di provenienza, in cui rivestiva un ruolo di vertice. A sostegno di ciò, i giudici hanno valorizzato le plurime infrazioni disciplinari commesse in carcere, la vitalità del clan mafioso e la mancanza di qualsiasi segnale di dissociazione o allontanamento del condannato dal sodalizio criminale.
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Diritti dei detenuti: negato il frigorifero in cella al 41-bis
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto in regime di 41-bis che chiedeva di acquistare un frigorifero elettrico per conservare gli alimenti. Il Tribunale di Sorveglianza aveva già negato la richiesta, evidenziando che la precedente sentenza della Corte Costituzionale n. 186/2018 tutela solo il diritto di cuocere i cibi, ma non l'acquisto di elettrodomestici per la conservazione. La Suprema Corte ha confermato questa linea, ribadendo che la conservazione del cibo rappresenta una comodità e non un diritto soggettivo assoluto. Di conseguenza, la decisione spetta esclusivamente alla discrezionalità dell'Amministrazione penitenziaria. Il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende. Questa pronuncia definisce i confini dei diritti dei detenuti in regime di carcere duro.
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Proroga del 41-bis: basta la probabilità dei contatti con il clan
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto contro il provvedimento di proroga del 41-bis. Il ricorrente, ritenuto al vertice di un clan camorristico attivo in Irpinia, contestava la sussistenza di prove certe sui suoi attuali collegamenti con l'esterno. I giudici hanno chiarito che, per disporre la proroga del 41-bis, non occorre una certezza assoluta dei contatti con il clan, ma basta una ragionevole probabilità basata su elementi concreti. Nel caso specifico, l'elevato spessore criminale, la recente condanna per associazione mafiosa ed estorsione, il sequestro di corrispondenza con altri affiliati e la mancata dissociazione giustificano ampiamente il mantenimento del regime speciale. Il ricorrente perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Regime di 41-bis: la Cassazione nega i contatti con il clan
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da un detenuto contro la decisione del Tribunale di Sorveglianza, che confermava l'applicazione del regime di 41-bis per la durata di quattro anni. Il ricorrente lamentava l'assenza di prove concrete circa i suoi collegamenti con la criminalità organizzata. La Suprema Corte ha chiarito che il ricorso per cassazione in questa materia è limitato alla sola violazione di legge. Nel caso specifico, i giudici di merito hanno motivato adeguatamente il provvedimento, evidenziando una precedente condanna per associazione mafiosa e il ruolo di vertice ricoperto dal fratello del detenuto nel clan, ancora attivo. Di conseguenza, sussiste un concreto e attuale pericolo di ripristino dei contatti con l'esterno. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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