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Proroga Del Regime Di 41-Bis

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28 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Proroga del regime di 41-bis: no al ricorso del mafioso non capo
Il Tribunale di Sorveglianza ha confermato la proroga del regime di 41-bis per Il Detenuto, condannato in via definitiva per associazione mafiosa ed estorsione. Il Detenuto ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che la decisione fosse priva di motivazione reale e non considerasse il suo ruolo non direttivo all'interno della cosca. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la proroga del regime di 41-bis ha una finalità preventiva e inibitoria, volta a impedire contatti con l'esterno. Per l'applicazione della misura non serve un ruolo di comando, ma basta un forte legame con il gruppo criminale (affectio societatis). Di conseguenza, Il Detenuto perde la causa e viene condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Proroga del regime di 41-bis: il tempo non cancella il pericolo
Il Tribunale di Sorveglianza ha confermato la proroga del regime di 41-bis per un detenuto condannato all'ergastolo per associazione mafiosa e omicidio. Il detenuto ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando una motivazione apparente e sostenendo il proprio ruolo marginale e il decorso del tempo dai fatti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la proroga del regime speciale non richiede la certezza assoluta di contatti attuali con la criminalità organizzata, ma un giudizio prognostico di probabilità basato sullo spessore criminale del soggetto, sulla persistente operatività del clan e sull'assenza di elementi di ravvedimento. Il semplice decorso del tempo non attenua la pericolosità sociale.
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Proroga del regime di 41-bis: la Cassazione nega la revoca
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto condannato all'ergastolo per associazione mafiosa e omicidi plurimi. Il ricorrente contestava il provvedimento con cui il Tribunale di Sorveglianza aveva confermato la proroga del regime di 41-bis (carcere duro). La difesa sosteneva l'assenza di elementi attuali di pericolosità e la lunga durata della misura. La Suprema Corte ha invece confermato la legittimità della proroga del regime di 41-bis, evidenziando la persistente capacità del detenuto di mantenere contatti con l'organizzazione criminale di provenienza, in cui rivestiva un ruolo di vertice. A sostegno di ciò, i giudici hanno valorizzato le plurime infrazioni disciplinari commesse in carcere, la vitalità del clan mafioso e la mancanza di qualsiasi segnale di dissociazione o allontanamento del condannato dal sodalizio criminale.
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Proroga del regime di 41-bis: il boss in cella perde il ricorso
Il Tribunale di Sorveglianza ha confermato la proroga del regime di 41-bis per un detenuto, ritenuto capo di un clan camorristico. La difesa ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che la pericolosità non fosse attuale a causa dei molti anni trascorsi in carcere e della mancanza di collegamenti recenti. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la Cassazione non può rivalutare i fatti, ma solo verificare la logicità della motivazione. Nel caso specifico, il Tribunale ha giustamente evidenziato la persistente operatività del clan, l'uso di linguaggi criptici nei colloqui e l'assenza di una reale dissociazione del detenuto, confermando la legittimità del carcere duro.
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Proroga del regime di 41-bis: buona condotta contro legami di clan
Il Tribunale di Sorveglianza ha confermato la proroga del regime di 41-bis per un detenuto ritenuto esponente di spicco di un noto clan mafioso. Il detenuto ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando la mancanza di elementi attuali sulla sua pericolosità e valorizzando la sua condotta in carcere e il tempo trascorso. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, per la proroga del regime di 41-bis, non serve la prova di contatti effettivi con l'esterno, ma basta la persistente capacità di mantenere collegamenti con l'organizzazione criminale. Il semplice decorso del tempo o la buona condotta carceraria non bastano a dimostrare la rottura dei legami con il clan. Di conseguenza, la misura restrittiva speciale resta attiva e il ricorrente è stato condannato a pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Proroga del regime di 41-bis: la dissociazione non basta
Il Tribunale di Sorveglianza ha confermato la proroga del regime di 41-bis per un esponente di spicco di un clan mafioso. Il detenuto ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo di essersi dissociato dal gruppo criminale e che il lungo tempo trascorso escludesse il pericolo di collegamenti esterni. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la proroga del regime di 41-bis richiede solo la verifica della capacità di mantenere contatti con l'organizzazione, non l'effettivo scambio di messaggi. Inoltre, la dissociazione non era ufficiale e la condotta carceraria del ricorrente era negativa, visti i numerosi provvedimenti disciplinari subiti. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la misura restrittiva, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Proroga del regime di 41-bis: tra isolamento e legami criminali
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da un detenuto contro la proroga del regime di 41-bis per la durata di due anni. Il ricorrente lamentava una motivazione apparente da parte del Tribunale di Sorveglianza, sostenendo che non si fosse tenuto conto del lungo periodo di detenzione speciale e contestando i rilievi sui colloqui con i familiari. La Suprema Corte ha invece confermato la validità del provvedimento, evidenziando che la decisione si fonda su informative aggiornate degli organi inquirenti, sul ruolo apicale del detenuto e sull'attuale operatività del clan criminale di appartenenza. Poiché il ricorso in Cassazione in questa materia è limitato alla sola violazione di legge, le contestazioni di merito sono state ritenute inammissibili, con conseguente condanna del ricorrente alle spese e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Proroga del regime di 41-bis: 32 anni di carcere non bastano
La Corte di Cassazione ha confermato la proroga del regime di 41-bis per un detenuto, ex capo di un clan mafioso, in carcere dal 1990. Il Tribunale di Sorveglianza aveva disposto il prolungamento della misura ritenendo ancora attuale il pericolo di collegamento con l'organizzazione criminale, ancora attiva sul territorio. Il detenuto ha contestato la decisione, evidenziando il lungo tempo trascorso in isolamento e la mancanza di prove certe sui suoi contatti esterni. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il semplice decorso del tempo non cancella la pericolosità sociale. Inoltre, la valutazione sulla proroga del regime di 41-bis non richiede la certezza assoluta dei contatti, ma una ragionevole probabilità basata sulla persistente operatività del clan e sulla condotta indisciplinata del detenuto in carcere.
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