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Presunzione Semplice — Anno 2026

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121 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Presunzione Semplice

Provvedimenti

Misure di sicurezza personali: conferma senza riesame in appello
Un uomo condannato per associazione mafiosa ha stipulato un concordato in appello per ridurre la pena detentiva, rinunciando agli altri motivi di gravame. La Corte territoriale ha confermato la misura della libertà vigilata inflitta in primo grado. Il condannato ha presentato ricorso in Cassazione lamentando la mancata rivalutazione autonoma della sua pericolosità attuale. I Supremi Giudici hanno respinto il ricorso dichiarandolo inammissibile: per i reati di mafia vige una presunzione di persistenza del vincolo criminale e l'applicazione delle misure di sicurezza personali non necessita di nuova motivazione se non contestata nell'accordo.
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Contabilità in nero: dichiarazioni dei terzi insufficienti
L'Amministrazione Finanziaria ha notificato un avviso di accertamento a una società dopo il rinvenimento di fogli informali relativi a turni e retribuzioni dei dipendenti. L'Ufficio ha considerato tali appunti come contabilità in nero, recuperando a tassazione maggiori ricavi e imposte non versate. La società si è difesa presentando dichiarazioni scritte dei lavoratori che negavano di aver ricevuto somme extra. La Corte di Cassazione ha stabilito che la contabilità in nero reperita presso l'azienda costituisce un valido indizio presuntivo. Le sole dichiarazioni dei dipendenti, essendo soggetti controinteressati, non sono sufficienti a superare le prove raccolte dal Fisco. I giudici hanno quindi annullato la sentenza favorevole al contribuente, disponendo un nuovo esame del caso.
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Azione revocatoria ordinaria: salva la vendita dell’immobile
Una società immobiliare in crisi finanziaria vende l'intero patrimonio composto da diversi appartamenti a vari acquirenti nell'arco di un mese. I creditori promuovono l'azione revocatoria ordinaria per annullare gli atti di vendita. La Corte d'Appello accoglie la domanda per quasi tutte le vendite, ma salva l'acquisto effettuato da un giovane privato. I giudici escludono infatti la sua consapevolezza del danno ai creditori, valorizzando l'acquisto dell'immobile come abitazione personale con il sostegno economico della madre e l'esecuzione diretta dei lavori. I creditori propongono ricorso in Cassazione contestando la valutazione delle prove e il calcolo delle spese legali. La Corte di Cassazione rigetta integralmente il ricorso, confermando la validità della compravendita e condannando i creditori al pagamento delle spese di giudizio.
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Accertamento fiscale Lista Falciani: calcolo da rifare
L'Agenzia delle Entrate ha notificato un avviso di accertamento a una cittadina per capitali detenuti all'estero, basandosi sui dati di un noto archivio informatico elvetico. La Contribuente ha impugnato l'atto contestando la legittimità delle prove e la retroattività delle norme. La Corte di Cassazione ha stabilito che i dati esteri sono utilizzabili per un accertamento fiscale Lista Falciani come presunzioni semplici gravi, precise e concordanti. Tuttavia, i giudici hanno accolto il ricorso della Contribuente su un punto fondamentale: la sentenza d'appello è nulla per omessa pronuncia, non avendo esaminato i dettagli specifici sui criteri di calcolo dei redditi, sugli interessi e sulle sanzioni. La causa tornerà dunque davanti ai giudici tributari di secondo grado per un nuovo esame.
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Consenso informato: modulo generico nullo e risarcimento
Una paziente ha subito un intervento di asportazione dell'utero con conseguenti lesioni alla vescica e una fistola post-operatoria. La donna ha citato l'ospedale per malpractice medica e per violazione del consenso informato, sostenendo la genericità del modulo sottoscritto e la mancata prospettazione di opzioni terapeutiche alternative. La Corte d'Appello ha ridotto drasticamente il risarcimento escludendo il deficit informativo tramite indizi indiretti e imputando alla paziente il ritardo nelle cure riparatorie. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della paziente. I giudici supremi hanno chiarito che un modulo generico non garantisce un valido consenso informato e che i disagi fisici protratti nel tempo derivano direttamente dall'errore chirurgico, imponendo un nuovo esame della vicenda.
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Condotta antieconomica: vendere sottocosto in liquidazione è lecito
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un accertamento fiscale contro una società a responsabilità limitata, contestando una presunta condotta antieconomica dovuta a vendite sottocosto nell'anno d'imposta 2011. La società si è difesa evidenziando che si trovava in stato di liquidazione dal 2010, fase in cui l'obiettivo principale è smaltire le giacenze e pagare i creditori, non produrre utili. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del fisco, confermando che la fase di liquidazione giustifica pienamente i prezzi inferiori al costo di acquisto. Di conseguenza, la presunzione di evasione decade e la società vince definitivamente la causa, vedendo annullato l'atto impositivo.
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Presunzione di distribuzione degli utili: il socio inattivo paga
L'amministrazione finanziaria ha accertato utili in nero in capo a una società con soli due soci. Il fisco ha applicato la presunzione di distribuzione degli utili extracontabili ai soci in proporzione alle loro quote. Uno dei soci ha impugnato l'atto, sostenendo di essere estraneo alla gestione aziendale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del fisco, stabilendo che il semplice disinteresse o la mancata partecipazione alla gestione non bastano a superare la presunzione. Il socio deve fornire una prova rigorosa di un'assoluta esclusione da ogni informazione e controllo sulla vita societaria. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio.
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Abuso di informazioni privilegiate: indizi contro certezza
La Corte di Cassazione ha confermato la sanzione inflitta dall'Autorità di Vigilanza a un investitore per abuso di informazioni privilegiate. L'investitore aveva acquistato un massiccio pacchetto azionario di una società quotata poco prima del lancio di un'offerta pubblica d'acquisto (OPA), sfruttando informazioni riservate trasmesse dal suo consulente finanziario. La difesa sosteneva l'insufficienza delle prove, basate principalmente su indizi e presunzioni, e invocava il principio del dubbio ragionevole tipico del processo penale. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che l'illecito può essere legittimamente provato tramite presunzioni semplici, purché gravi, precise e concordanti. I giudici hanno chiarito che non esiste un divieto assoluto di doppia presunzione se la catena logica dei fatti è solida e coerente, confermando così la condanna al pagamento della multa e alla confisca dei profitti.
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Efficacia probatoria delle fotografie: l’officina vince la causa
Una cliente si opponeva al pagamento delle riparazioni della propria auto, contestando l'efficacia probatoria delle fotografie prodotte dall'officina e sostenendo che il veicolo ritratto fosse diverso. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della proprietaria. I giudici hanno chiarito che il semplice disconoscimento delle foto non ne cancella il valore se vi sono altri indizi concordanti, come documenti di proprietà e comunicazioni inviate dalla figlia della donna, che agiva con procura tacita. Inoltre, eventuali irregolarità fiscali o amministrative dell'officina non fanno venir meno il diritto al compenso per il lavoro svolto. L'officina vince la causa e ha diritto al pagamento.
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Operazioni oggettivamente inesistenti: la forma non batte il Fisco
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società di consulenza la deduzione di costi per operazioni oggettivamente inesistenti relative a servizi amministrativi fatturati da un'altra impresa. I giudici di merito avevano annullato l'accertamento ritenendo che il Fisco non avesse provato la natura di cartiera della società emittente. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'Amministrazione Finanziaria, stabilendo che, di fronte a indizi precisi forniti dal Fisco, spetta al contribuente dimostrare l'effettiva esistenza delle operazioni. La Suprema Corte ha chiarito che il giudice deve valutare tutti gli indizi in modo globale e non isolato, cassando la sentenza con rinvio.
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Spedizioniere vettore: risponde del furto anche se subappalta
Una nota casa di moda affida a un'impresa di spedizioni il trasporto di capi d'abbigliamento negli Stati Uniti. Durante il tragitto, le merci vengono rubate in due distinte occasioni. La compagnia assicurativa risarcisce la casa di moda e agisce contro l'impresa per recuperare le somme. L'impresa si difende sostenendo di aver solo organizzato il trasporto e non di averlo eseguito. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso dell'impresa, confermando la sua qualifica di spedizioniere vettore. La Corte stabilisce che, se l'impresa offre tariffe forfettarie e si occupa del ritiro e della consegna con mezzi propri o di terzi, assume gli obblighi tipici del vettore, rispondendo della perdita delle merci anche in caso di furto, a meno che non provi il caso fortuito.
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Nave demolita ma merce intatta: stop all’indennizzo assicurativo
Una società acquista del fertilizzante in Egitto per trasportarlo in Italia, assicurando il carico contro i danni. Durante il viaggio, la nave subisce un'avaria e viene rimorchiata in Siria, per poi essere demolita in Turchia. La società chiede l'indennizzo assicurativo per la perdita totale della merce. La Corte d'appello accoglie la domanda basandosi sulla presunzione che la demolizione della nave comporti la perdita del carico. La Cassazione, tuttavia, accoglie il ricorso della compagnia assicuratrice. I giudici chiariscono che spetta sempre all'assicurato dimostrare che il danno sia derivato direttamente da un rischio coperto dalla polizza. Non basta presumere la perdita del carico dalla demolizione della nave, soprattutto se la merce era intatta e l'assicurato ha scelto volontariamente di non recuperarla. La sentenza viene cassata con rinvio.
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Presunzione di distribuzione utili occulti: soci tassati
L'Agenzia delle Entrate ha notificato avvisi di accertamento per imposte non pagate a una società già cancellata dal registro delle imprese e alle sue ex socie. Una delle socie ha impugnato gli atti, sostenendo che l'estinzione della società annullasse ogni pretesa e che non vi fosse prova della distribuzione di somme. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della contribuente. I giudici hanno stabilito che, nelle società a ristretta base, opera la presunzione di distribuzione utili occulti. Di conseguenza, l'annullamento dell'accertamento societario per soli motivi di rito, come l'estinzione della società prima della notifica, non cancella il debito d'imposta personale dei soci per i dividendi non dichiarati, i quali restano tassabili se il fisco dimostra l'esistenza dei ricavi occulti.
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Incarichi extra-impiego non autorizzati: lavori ma perdi i soldi
Un dirigente pubblico ha svolto quattro incarichi esterni. Per il primo aveva un'autorizzazione limitata a 150 ore, ma l'attività è durata otto anni con un compenso di oltre 80.000 euro. Gli altri tre incarichi sono stati eseguiti senza alcuna autorizzazione. L'amministrazione pubblica ha chiesto la restituzione delle somme ricevute. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del lavoratore, confermando l'obbligo di restituire i compensi per gli incarichi extra-impiego non autorizzati. I giudici hanno chiarito che il dipendente pubblico ha il dovere di verificare preventivamente il rilascio dell'autorizzazione. La sproporzione tra le ore autorizzate e la durata effettiva del lavoro dimostra la colpa del dirigente, rendendo legittimo il recupero delle somme da parte dell'ente pubblico.
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Esenzione IVA: vince la società contro i sospetti del Fisco
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società l'agevolazione per l'esenzione IVA sulle vendite di farmaci all'estero, ritenendo non provata l'effettiva spedizione a causa di irregolarità formali nei documenti di trasporto (CMR), come timbri mancanti o incongruenze nelle date. La Corte di giustizia tributaria di secondo grado ha invece dato ragione alla società, valorizzando la ricca documentazione prodotta (fatture, modelli Intrastat, bonifici bancari, tracciabilità ministeriale). La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Fisco, confermando che le semplici irregolarità formali non cancellano il diritto all'agevolazione se l'effettivo trasferimento delle merci all'estero è dimostrato da prove concrete e concordanti. Vince la società contribuente, con condanna del Fisco alle spese.
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Accertamento analitico-induttivo: scontrini battono il fisco
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un accertamento analitico-induttivo contro la titolare di un bar, stimando un maggior reddito basato sul consumo di caffè. La contribuente ha impugnato l'atto, dimostrando con scontrini e tabelle dettagliate che i ricavi effettivi derivanti da tutte le tipologie di caffè vendute erano superiori a quelli calcolati induttivamente dall'ufficio. La Corte di Giustizia Tributaria ha accolto il ricorso della contribuente, ritenendo le prove contrarie idonee a superare le presunzioni del fisco. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso dell'amministrazione finanziaria. I giudici hanno stabilito che, a fronte di una ricostruzione induttiva dell'ufficio, il contribuente può sempre fornire la prova contraria per dimostrare la correttezza della propria contabilità, e che tale valutazione spetta esclusivamente al giudice di merito. Vince definitivamente la titolare del bar.
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Accertamento analitico-induttivo: ditta in perdita ma conti ok
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società di persone e ai suoi soci maggiori ricavi non dichiarati. I contribuenti hanno impugnato l'atto, lamentando che l'ufficio avesse eseguito un accertamento analitico-induttivo senza rispettare il termine di attesa di sessanta giorni e basandosi su un presunto andamento antieconomico dell'attività. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso. I giudici hanno chiarito che il termine di sessanta giorni non si applica agli accertamenti a tavolino eseguiti negli uffici del fisco. Inoltre, la Corte ha stabilito che l'andamento costantemente in perdita di una società, senza altre fonti di reddito per i soci, rende la contabilità intrinsecamente inattendibile. Questo comportamento antieconomico legittima l'accertamento analitico-induttivo del fisco, gravando il contribuente dell'onere di fornire la prova contraria.
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Sale and lease back: tra finanziamento lecito e abuso fiscale
L'Amministrazione Finanziaria ha contestato a una società un'operazione di sale and lease back immobiliare. Secondo il Fisco, la società ha venduto alcuni immobili a un prezzo artificialmente gonfiato rispetto al valore di mercato per ottenere un finanziamento extra e dedurre canoni di leasing più alti. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità dell'accertamento basato su presunzioni per questa operazione. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso della società su un altro punto fondamentale: i giudici d'appello, dopo aver rilevato la mancanza di motivazione della sentenza di primo grado su altre contestazioni relative a interessi passivi e indennizzi, si erano rifiutati di decidere nel merito. La sentenza è stata quindi cassata con rinvio alla Corte di Giustizia Tributaria per un nuovo esame di queste ultime voci.
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Accertamento bancario: i regali dei parenti non sono tasse
L'Amministrazione Finanziaria ha notificato un avviso di accertamento a un cittadino disoccupato, contestando la presenza di frequenti bonifici sul suo conto corrente. L'ufficio riteneva tali somme imponibili come redditi diversi. Il contribuente si è difeso dimostrando che i versamenti provenivano dalla cognata residente all'estero ed erano destinati al pagamento di imposte e a donazioni di modico valore da parte del fratello. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del fisco, confermando che in sede di accertamento bancario il contribuente può superare la presunzione di imponibilità delle somme anche attraverso presunzioni semplici, come il forte legame di parentela e la modesta entità dei bonifici, senza necessità di una prova scritta formale per ogni singola operazione.
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Presunzione distribuzione utili extracontabili: ko per il socio
L'Agenzia delle Entrate ha notificato a un socio, detentore del 50% delle quote di una società a responsabilità limitata, due avvisi di accertamento per la presunta percezione di utili non dichiarati. L'ufficio ha applicato la presunzione distribuzione utili extracontabili, ritenendo che i maggiori ricavi accertati in capo alla società a ristretta base partecipativa fossero stati distribuiti ai soci. Il contribuente ha impugnato gli atti, sostenendo la propria estraneità alla gestione e l'assenza di prove finanziarie o penali a suo carico. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del contribuente. I giudici hanno stabilito che, nelle società a ristretta base, l'esistenza di utili in nero fa presumere la loro distribuzione tra i soci. Per superare tale presunzione, il socio deve dimostrare positivamente che i fondi sono stati accantonati o reinvestiti, non bastando la semplice prova di non averli ricevuti.
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