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Pericolo Di Recidiva

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382 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Misure cautelari personali: l’alibi smentisce le accuse
Il Tribunale di Catanzaro aveva confermato l'applicazione di misure cautelari personali nei confronti di un indagato per spaccio di eroina. La Corte di Cassazione ha annullato la decisione poiché i giudici hanno ignorato prove decisive prodotte dalla difesa. Tra queste, un certificato del Servizio per le Dipendenze che forniva un alibi oggettivo e un verbale di perquisizione domiciliare negativo che smentiva il ritrovamento di strumenti di confezionamento. Inoltre, il pericolo di recidiva era stato motivato in modo generico basandosi solo su carichi pendenti. Il caso è stato rinviato per un nuovo esame.
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Spaccio e recidiva: confermata la custodia cautelare in carcere
L'Indagato, considerato il vertice di un'attività di spaccio di cocaina, ha impugnato l'ordinanza del Tribunale del Riesame che ha ripristinato la custodia cautelare in carcere su appello del Pubblico Ministero. In precedenza, il Giudice delle indagini preliminari aveva sostituito la misura carceraria con l'obbligo di firma senza un'adeguata motivazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Indagato. I giudici hanno confermato la legittimità della motivazione per rinvio all'atto originario e la sussistenza di un concreto e attuale pericolo di recidiva, desunto da un precedente penale specifico del 2018. Di conseguenza, è stata confermata la custodia cautelare in carcere e l'Indagato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: no alla libertà per il complice
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di far parte di un'associazione per delinquere armata. Il ricorrente sosteneva di non essere consapevole dell'esistenza del gruppo criminale e contestava il pericolo di recidiva. I giudici hanno respinto il ricorso, evidenziando che le intercettazioni e i pedinamenti dimostravano contatti stretti con i vertici della banda e una partecipazione attiva a tentativi di estorsione e rapina. Inoltre, la Cassazione ha ribadito che il pericolo di recidiva è concreto e attuale, giustificato dai numerosi precedenti penali del soggetto e dalla sua immediata ripresa delle attività illecite dopo la scarcerazione. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, confermando la misura restrittiva.
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Custodia cautelare in carcere: il sequestro dei beni non basta
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un intermediario accusato di associazione a delinquere finalizzata alla frode fiscale sui carburanti e all'autoriciclaggio. L'indagato gestiva una società cartiera per evadere l'IVA e vendere prodotti a prezzi stracciati. La difesa ha chiesto la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari, sostenendo l'assenza di pericoli attuali dopo il sequestro dei beni aziendali. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile. La Corte ha chiarito che il sequestro dei beni non elimina il pericolo di recidiva in contesti associativi complessi e che i domiciliari sono insufficienti a neutralizzare i contatti criminali dell'indagato.
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Pericolo di recidiva: arresti domiciliari anche se incensurato
Il Complice ha impugnato l'ordinanza che gli ha applicato gli arresti domiciliari per concorso in tentata rapina a mano armata presso un ufficio postale. La difesa sosteneva l'assenza del pericolo di recidiva, valorizzando l'incensuratezza dell'indagato e il tempo trascorso dal fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno confermato la sussistenza del concreto e attuale pericolo di recidiva, evidenziando la gravità della condotta pianificata, la collaborazione con un soggetto pluripregiudicato e le difficoltà economiche del Complice, ritenute una spinta a delinquere. L'incensuratezza rappresenta solo una presunzione relativa di bassa pericolosità, superabile dalla gravità del fatto. Di conseguenza, il Complice perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il pericolo
Il Tribunale di Palermo aveva annullato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di essere a capo di un'associazione finalizzata al traffico di droga, ritenendo che il tempo trascorso dalla fine delle indagini escludesse il pericolo di recidiva. La Procura ha fatto ricorso, evidenziando che l'indagato gestiva il traffico anche dai domiciliari e non aveva redditi leciti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della Procura, stabilendo che il semplice passaggio del tempo non cancella automaticamente le esigenze cautelari. La Suprema Corte ha annullato l'ordinanza favorevole all'indagato, rinviando il caso al Tribunale per una nuova valutazione che tenga conto della reale pericolosità del soggetto e del suo ruolo di vertice nel gruppo criminale.
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Misure cautelari personali: il tempo non cancella il pericolo
Il Tribunale del riesame ha ripristinato la custodia cautelare per un indagato accusato di concorso esterno in associazione mafiosa ed estorsione, annullando la precedente sostituzione con il semplice obbligo di firma. L'indagato ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che il tempo trascorso in detenzione e la buona condotta attenuassero le esigenze cautelari. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che il semplice decorso del tempo e il comportamento corretto sono elementi neutri. Per superare la presunzione di pericolosità legata a reati di mafia, occorrono elementi di novità concreti e significativi. Di conseguenza, le misure cautelari personali restrittive rimangono necessarie per prevenire il pericolo di recidiva.
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Custodia cautelare in carcere: dal bunker sotterraneo alla cella
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo sorpreso con un sofisticato laboratorio sotterraneo di marijuana nella sua proprietà. Le forze dell'ordine hanno scoperto, tramite una botola, quattro stanze videosorvegliate contenenti quasi trenta chili di droga, attrezzature per il confezionamento, appunti contabili e diverse armi clandestine. L'indagato ha richiesto la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che la custodia cautelare in carcere è l'unica misura idonea. Il domicilio dell'indagato, infatti, coincideva con il luogo in cui veniva gestita l'attività illecita, rendendo gli arresti domiciliari del tutto inadeguati a prevenire il pericolo che il soggetto tornasse a delinquere.
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Misure cautelari personali: dai domiciliari all’obbligo di dimora
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione delle misure cautelari personali nei confronti di un uomo accusato di coltivazione e detenzione di oltre mille piante di cannabis. Il Tribunale del Riesame aveva precedentemente attenuato la custodia cautelare, sostituendo gli arresti domiciliari con l'obbligo di dimora. L'indagato ha proposto ricorso contestando l'utilizzabilità delle intercettazioni e l'attualità del pericolo di recidiva. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, ritenendo i gravi indizi di colpevolezza solidamente provati dalle indagini e dalle conversazioni registrate. Inoltre, i giudici hanno confermato la sussistenza delle esigenze cautelari, evidenziando la personalità del soggetto e i suoi collegamenti con il traffico di stupefacenti. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Faida familiare e pericolo di recidiva: carcere per il genero
La Corte di Cassazione ha esaminato i ricorsi relativi alle misure cautelari applicate a seguito di una violenta faida familiare. Il Marito, accusato di tentato omicidio per aver sparato contro i parenti della moglie, ha invocato la legittima difesa, ma i giudici l'hanno esclusa per la sproporzione della reazione e l'assenza di un pericolo imminente. La Corte ha confermato la custodia cautelare per quasi tutti gli indagati, ritenendo concreto e attuale il pericolo di recidiva a causa dell'accesa animosità tra le famiglie, non scalfita dal tempo trascorso. Ha invece accolto parzialmente il ricorso di un giovane parente, accusato solo di violenza privata: per lui il Tribunale dovrà valutare se l'incensuratezza consenta la sospensione condizionale della pena, che vieterebbe gli arresti domiciliari.
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Custodia cautelare in carcere: il lavoro non cancella lo spaccio
Il Tribunale di Torino ha confermato la custodia cautelare in carcere per un soggetto accusato di spaccio sistematico di cocaina e ricettazione. L'indagato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo l'assenza del pericolo di recidiva poiché aveva cessato l'attività illecita per avviare un'attività artigianale regolare. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, ritenendo logica la valutazione dei giudici di merito. Il Tribunale aveva infatti ipotizzato che la nuova attività lavorativa servisse unicamente come copertura per i proventi illeciti, considerando anche il rinvenimento di materiale da confezionamento e la mancanza di altri redditi familiari. La Cassazione ha ribadito che la valutazione sulla custodia cautelare in carcere e sulla prognosi di recidiva spetta ai giudici di merito, purché motivata in modo non contraddittorio.
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Custodia cautelare in carcere: l’estradizione non evita la cella
Un cittadino straniero, accusato di gestire un ingente traffico internazionale di cocaina dalla Colombia all'Italia, ha impugnato l'ordinanza che disponeva la sua custodia cautelare in carcere. La difesa sosteneva che il consenso prestato all'estradizione rappresentasse un fatto nuovo idoneo ad attenuare la misura. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che il consenso all'estradizione non attenua la gravità del quadro cautelare. L'elevato spessore criminale dell'indagato e il suo inserimento in un cartello del narcotraffico rendono la custodia cautelare in carcere l'unica misura idonea a prevenire il concreto pericolo di recidiva, superando implicitamente ogni contraria argomentazione difensiva.
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Concorso truccato: confermata la sospensione dai pubblici uffici
Un Comandante della Polizia Locale, membro di commissioni di concorso, ha rivelato in anticipo le tracce delle prove d'esame a una candidata con cui aveva una relazione sentimentale, dichiarando falsamente l'assenza di incompatibilità. Il Tribunale del riesame ha applicato la misura della sospensione dai pubblici uffici per otto mesi, ravvisando il pericolo di recidiva. La Corte di Cassazione ha confermato il provvedimento, respingendo il ricorso del pubblico ufficiale. I giudici hanno ritenuto concreto e attuale il rischio di reiterazione dei reati, data la gravità e la pianificazione delle condotte illecite, rendendo irrilevante il successivo trasferimento dell'indagato presso un altro comando. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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Sostituzione misura cautelare: il carcere vince sui domiciliari
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato contro il diniego della sostituzione misura cautelare dalla custodia in carcere agli arresti domiciliari con braccialetto elettronico. L'Imputato, condannato per rapina aggravata dall'uso di armi, chiedeva una misura meno afflittiva presso la casa dei genitori. I giudici hanno confermato la gravità del fatto e l'attualità del pericolo di recidiva, evidenziando la personalità violenta del soggetto e la sua mancanza di indipendenza economica. La Cassazione ha ribadito che il giudizio di inadeguatezza dei domiciliari assorbe e nega implicitamente l'idoneità del braccialetto elettronico. L'Imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Pericolo di recidiva: lavoro onesto non cancella lo spaccio
La Corte di Cassazione ha confermato la misura degli arresti domiciliari per un uomo accusato di concorso nello spaccio di quasi un chilo di hashish. L'indagato sosteneva che, a distanza di anni dal fatto, non vi fosse un reale pericolo di recidiva, evidenziando la sua regolare attività lavorativa e una telefonata che dimostrava la volontà di allontanarsi dal giro. I giudici hanno però respinto il ricorso. La Cassazione ha chiarito che il lavoro regolare non esclude la dedizione allo spaccio e che i contatti documentati con la criminalità organizzata locale, proseguiti nel tempo, dimostrano la persistenza della sua pericolosità sociale. Di conseguenza, la misura cautelare è stata ritenuta legittima e necessaria.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il pericolo
Il Tribunale del Riesame applicava la custodia cautelare in carcere a un indagato per furto e uso indebito di carte di pagamento. L'indagato proponeva ricorso in Cassazione, lamentando l'assenza di un pericolo attuale di recidiva, dato il tempo trascorso dai fatti (quindici mesi) e la sua sottoposizione ad arresti domiciliari per altra causa. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la custodia cautelare in carcere. I giudici hanno chiarito che l'attualità del pericolo non richiede l'imminenza di specifiche occasioni di reato, ma una prognosi basata sulla personalità del soggetto, sulla sua condotta successiva e sulla sua storia criminale. Nel caso specifico, la gravità dei precedenti e l'inefficacia delle misure meno severe giustificano la massima restrizione della libertà.
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Custodia cautelare in carcere: l’azienda sequestrata non salva
Il Tribunale di Catanzaro ha confermato la misura della custodia cautelare in carcere nei confronti de L'Indagato, accusato di associazione per delinquere, contrabbando e riciclaggio. L'indagine riguardava un traffico illecito di carburante miscelato e venduto tramite società fittizie. L'Indagato aveva messo a disposizione la propria azienda per la commercializzazione finale del prodotto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Indagato. I giudici di legittimità hanno chiarito che la valutazione sulla gravità degli indizi e sul pericolo di recidiva era stata ampiamente motivata dai giudici di merito. Il ricorso si limitava a proporre una ricostruzione alternativa dei fatti, non consentita in sede di legittimità. Di conseguenza, viene confermata la custodia cautelare in carcere e il ricorrente viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Pericolo di recidiva e datteri di mare: stop alla pesca di frodo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un sommozzatore accusato di disastro ambientale per la pesca illegale e sistematica di datteri di mare nel Golfo di Napoli. La difesa contestava l'attualità delle esigenze cautelari, sostenendo l'assenza di elementi concreti. I giudici hanno invece confermato la misura dell'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, evidenziando la gravità e la pervicacia della condotta distruttiva dell'ecosistema marino. La Corte ha ribadito che il pericolo di recidiva è concreto e attuale, poiché l'attività illecita, protratta per anni con modalità organizzate, costituiva l'unica fonte di sostentamento del ricorrente, privo di qualsiasi segno di resipiscenza. Di conseguenza, il ricorrente perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Tentata estorsione per lo sfratto: arresti confermati al locatore
Il caso riguarda una tentata estorsione commessa da un locatore ai danni del proprio inquilino. Il locatore, per costringere l'inquilino a liberare in anticipo un capannone industriale, ha inviato alcuni emissari per minacciarlo e aggredirlo fisicamente. Il Tribunale ha confermato la misura cautelare degli arresti domiciliari per il locatore, ravvisando un concreto pericolo di recidiva dovuto al contenzioso ancora in corso e ai legami con soggetti pregiudicati. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del locatore, confermando la legittimità della misura restrittiva. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria. La decisione ribadisce che la tentata estorsione per risolvere controversie contrattuali giustifica la custodia cautelare in presenza di gravi indizi e pericolo di reiterazione.
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Misura cautelare: addio all’obbligo di firma se cambia il lavoro
Un imprenditore, indagato per aver truccato alcune gare d'appalto pubbliche, era stato sottoposto alla misura cautelare dell'obbligo di firma. La difesa ha impugnato il provvedimento, evidenziando che l'indagato non lavorava più per l'impresa edile coinvolta e non si occupava più di appalti pubblici, facendo così venir meno il pericolo di commettere altri reati. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che i giudici del riesame non avevano motivato in modo adeguato la reale sussistenza e l'attualità del pericolo di recidiva. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio l'ordinanza, dichiarando la cessazione immediata della misura cautelare per mancanza di proporzionalità e adeguatezza.
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