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Novella

78 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

La novella è una narrazione in prosa breve e semplice (di modesto respiro), più breve di un racconto, nella quale c'è un'unica vicenda semplice e in sé conclusa, colta nei suoi momenti essenziali, i cui personaggi si possono facilmente ritrovare nella vita quotidiana. Essa nasce, non si sa con precisione dove e quando, nel contesto della letteratura orale. Secondo la teoria orientalista sarebbe sorta in Oriente per poi diffondersi in Occidente verso il XII secolo. La novella non è un genere letterario indipendente, poiché è inglobata all'interno di altri generi. Tracce di novella sono presenti nelle letterature dell' antico Egitto e della Mesopotamia (Sumeri, Babilonesi). Il genere è presente nelle letterature orientali in particolare in quella indiana dove vi sono varie raccolte, tra cui la celebre Pañcatantra. In India nasce anche la struttura delle novelle precedute da una cornice, struttura che poi avrà diffusione anche in Occidente con il Decameron. La novella ebbe scarsa autonomia nelle letterature greca e latina. Si ricordano gli arguti e burleschi Racconti sibaritici e la Fabula Milesia. Nella letteratura orientale celeberrima è la raccolta Le mille e una notte. Alla base della struttura che la novella assumerà poi nel Medioevo troviamo l'exemplum, un genere che si potrebbe definire una forma semplice di novella ma che possiamo descrivere anche come a metà strada tra la fiaba e la parabola. Anche l'exemplum è inglobato in altri generi, come la vita dei Santi perché era usato molto spesso dai predicatori con finalità educative e morali. I predicatori se ne servivano allora per ricondurre sulla giusta strada coloro che avevano commesso qualche peccato. Nel Medioevo il fabliau è un altro antecedente della novella. La novella sorge più tardi, nell'ambito di culture molto diverse tra loro. Un esempio di novella è quella di Nastagio degli Onesti, scritta da Boccaccio.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Compensazione Spese Legali: La Cassazione Chiarisce i Limiti
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di una Lavoratrice che chiedeva la reiscrizione negli elenchi dei lavoratori agricoli. La Corte d'Appello aveva confermato la decisione di primo grado, ma aveva disposto la compensazione spese legali tra le parti. La Lavoratrice ha impugnato questa decisione. La Cassazione ha accolto il ricorso, ribadendo che la compensazione spese legali può avvenire solo per 'gravi ed eccezionali ragioni', non più per 'giusti motivi', come stabilito dalla Legge 69/2009. La motivazione della Corte d'Appello per la compensazione è stata ritenuta insufficiente, e il caso è stato rinviato per una nuova valutazione sulle spese.
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Ricorso personale in Cassazione: quando la forma è sostanza
Un Condannato ha presentato un ricorso personale in Cassazione contro un'ordinanza del Tribunale di Sorveglianza. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Questo perché, dopo una modifica legislativa del 2017, un condannato non può più presentare personalmente un ricorso per Cassazione. Tale atto deve essere obbligatoriamente firmato da un avvocato iscritto all'albo speciale della Cassazione. La decisione della Corte ha ribadito questo principio, condannando il Condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle ammende.
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Ricorso personale in Cassazione: difendersi da soli costa caro
L'Imputato, condannato in appello per il reato di riciclaggio, ha proposto personalmente ricorso per Cassazione deducendo la nullità della sentenza. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. Con l'entrata in vigore della riforma del 2017, infatti, il ricorso personale in Cassazione da parte dell'imputato non è più consentito. L'atto deve essere obbligatoriamente firmato da un difensore abilitato al patrocinio davanti alle giurisdizioni superiori. Di conseguenza, l'imputato ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Ricorso per cassazione personale: la condanna diventa definitiva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto personalmente da un cittadino condannato per rapina. La decisione si fonda sull'applicazione della riforma che vieta il ricorso per cassazione personale, imponendo la firma di un difensore abilitato. Di conseguenza, oltre al rigetto del ricorso, la Corte ha condannato l'uomo al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro a favore della cassa delle ammende.
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Ricorso per Cassazione personale: il fai da te costa caro
Un cittadino, condannato per il reato di rapina, ha proposto un ricorso per Cassazione firmandolo personalmente anziché tramite un avvocato abilitato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile l'impugnazione. I giudici hanno chiarito che, a seguito della riforma del 2017, il ricorso per Cassazione personale non è più consentito dalla legge. Di conseguenza, l'imputato ha perso la possibilità di far riesaminare la sua condanna ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali, oltre a una sanzione pecuniaria di tremila euro a favore della cassa delle ammende.
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Ricorso personale in Cassazione: il grave errore che costa caro
Il Condannato ha presentato personalmente un ricorso per cassazione contro un provvedimento del Tribunale di Sorveglianza. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso poiché la legge vieta la presentazione autonoma dell'atto senza l'assistenza di un avvocato abilitato. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato a pagare le spese del procedimento e una sanzione pecuniaria di tremila euro. Il principio ribadito evidenzia che il ricorso personale in Cassazione non è più consentito nell'ordinamento penale italiano.
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Ricorso personale in Cassazione: il cittadino fa da sé e paga
Il Condannato ha presentato personalmente un ricorso contro un provvedimento del Tribunale di Sorveglianza. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso perché la legge vieta il ricorso personale in Cassazione da parte dell'imputato o del condannato. L'atto deve essere firmato da un avvocato abilitato al patrocinio davanti alle giurisdizioni superiori. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese del procedimento e di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Ricorso personale in Cassazione: il cittadino perde e paga la multa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto personalmente da un cittadino condannato per truffa e uso di carte di credito contraffatte. La Suprema Corte ha applicato le regole introdotte dalla riforma del 2017, che vietano il ricorso personale in Cassazione nei procedimenti penali. Il cittadino, avendo firmato l'atto senza l'assistenza di un avvocato abilitato al patrocinio davanti alle giurisdizioni superiori, ha perso il diritto all'esame del proprio caso. Oltre al rigetto dell'impugnazione, la Corte ha condannato l'uomo al pagamento delle spese di giudizio e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso personale in Cassazione: il prezzo di un errore da tremila euro
Il Condannato ha presentato personalmente un ricorso in Cassazione contro un provvedimento del Tribunale di Sorveglianza. La Corte Suprema ha dichiarato inammissibile il ricorso poiché la riforma del 2017 ha eliminato la possibilità per i privati di presentare autonomamente l'impugnazione. L'atto deve essere firmato da un avvocato cassazionista. Di conseguenza, la Corte ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende. Questa pronuncia ribadisce l'obbligo di assistenza tecnica per il ricorso personale in Cassazione.
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Ricorso personale in Cassazione: l’autodifesa costa cara
Il Condannato ha presentato personalmente un ricorso in Cassazione per impugnare un provvedimento del Tribunale di Sorveglianza. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, poiché la legge vieta il ricorso personale in Cassazione da parte del cittadino. L'atto deve essere obbligatoriamente firmato da un avvocato abilitato al patrocinio davanti alle giurisdizioni superiori. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di una sanzione pecuniaria alla Cassa delle ammende.
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Produzione documentale in appello: no a cambi di regole in corsa
Un contribuente impugna un'intimazione di pagamento ottenendo ragione in primo grado per prescrizione dei debiti. L'Agente della Riscossione propone appello depositando le prove delle notifiche delle cartelle. La Corte di secondo grado dichiara inammissibile tale deposito, applicando una nuova norma restrittiva. La Cassazione accoglie il ricorso dell'ente impositore. Richiamando la Corte Costituzionale, stabilisce che per i giudizi iniziati in primo grado prima del 4 gennaio 2024 si applica la vecchia disciplina. Pertanto, la produzione documentale in appello è pienamente ammissibile senza dover dimostrare l'impossibilità di produrla prima. La sentenza viene cassata con rinvio.
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Produzione documentale in appello: il Fisco batte la riforma
Una società di impianti ha impugnato un'intimazione di pagamento contestando la mancata notifica delle cartelle esattoriali. In primo grado il ricorso è stato accolto. In appello, l'Agente della Riscossione ha depositato le prove delle notifiche, ma i giudici di secondo grado le hanno dichiarate inammissibili applicando una nuova norma restrittiva entrata in vigore nel 2024. L'Agente ha fatto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che per i giudizi iniziati prima del 4 gennaio 2024 si applica la vecchia disciplina. Di conseguenza, la produzione documentale in appello è pienamente legittima e senza limitazioni. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio.
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Ricorso per cassazione personale: l’errore che costa caro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato personalmente da un imputato contro una sentenza della Corte d'Appello. La decisione si fonda sulla riforma del 2017 che ha eliminato la possibilità del ricorso per cassazione personale, riservando tale facoltà esclusivamente ai difensori abilitati. I giudici hanno inoltre respinto la questione di legittimità costituzionale sollevata dall'imputato, confermando che l'obbligo di assistenza tecnica non viola il diritto di difesa, ma garantisce un elevato livello di qualificazione professionale. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di quattromila euro alla Cassa delle ammende.
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Termini per impugnare: la traduzione tardiva salva il ricorso
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso straordinario di un cittadino straniero, precedentemente dichiarato inammissibile per tardività. L'imputato, assistito da un interprete, aveva ricevuto la notifica della sentenza d'appello tradotta in lingua araba solo in un momento successivo rispetto alla pronuncia verbale. La Suprema Corte ha stabilito che i termini per impugnare decorrono esclusivamente dal giorno in cui la decisione viene notificata nella lingua comprensibile all'imputato, qualora sia stata disposta la traduzione dell'atto. Di conseguenza, la precedente dichiarazione di inammissibilità è stata revocata e il ricorso originario verrà nuovamente esaminato nel merito.
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Ricorso per cassazione personale: la difesa fai-da-te costa cara
Il Condannato ha proposto personalmente un ricorso contro la decisione del Tribunale di Sorveglianza. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'atto inammissibile. La legge di riforma del 2017 ha infatti eliminato la possibilità per i cittadini di presentare un ricorso per cassazione personale. Oggi questo atto deve essere obbligatoriamente redatto e firmato da un avvocato abilitato al patrocinio davanti alle giurisdizioni superiori (cassazionista). Di conseguenza, il ricorso è stato respinto immediatamente e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di cinquecento euro in favore della Cassa delle ammende.
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Decadenza Rateizzazione Fisco: Sanzione sull’intero debito
La Corte di Cassazione chiarisce le gravi conseguenze della decadenza dalla rateizzazione di un debito fiscale. Se un contribuente non paga una rata, la vecchia normativa (applicabile ai fatti antecedenti la riforma del 2015) impone il ricalcolo della sanzione sull'intero importo del debito originario, e non solo sulla parte residua. Anche le rate già pagate vengono incluse nel calcolo della sanzione piena. La Corte ha stabilito che la successiva legge più favorevole, che limita le sanzioni al solo debito residuo, non è retroattiva. Pertanto, l'Agenzia delle Entrate ha agito correttamente, vincendo la causa.
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Procedibilità a querela furto: la Cassazione blocca la Riforma
Una persona, condannata per furto aggravato, ricorre in Cassazione. Nel frattempo, la Riforma Cartabia introduce la procedibilità a querela per il furto, ma la vittima (un'azienda) non l'ha mai presentata. La difesa spera quindi nell'annullamento della condanna. Tuttavia, la Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile per vizi formali. Con una decisione importante, stabilisce che la nuova e più favorevole norma sulla procedibilità a querela furto non si applica se il ricorso è inammissibile. L'inammissibilità, infatti, rende la condanna sostanzialmente definitiva, 'congelando' la situazione giuridica e impedendo l'applicazione della nuova legge. La condanna viene quindi confermata.
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Vittima assente, processo nullo: la nuova procedibilità a querela
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un uomo accusato di molestie. Il Tribunale aveva chiuso il processo a causa della ripetuta assenza della persona offesa, interpretandola come una rinuncia alla denuncia (remissione tacita). Il Procuratore si era opposto, sostenendo che il reato fosse procedibile d'ufficio. Tuttavia, la Cassazione ha applicato una nuova legge, la Riforma Cartabia, entrata in vigore durante il processo. Questa riforma ha trasformato il reato di molestie, introducendo la procedibilità a querela. Applicando la legge più favorevole all'imputato, la Corte ha confermato che l'assenza della vittima rendeva impossibile proseguire, rigettando il ricorso del Procuratore.
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Truffa Aggravata: Recidiva non basta per la Procedibilità d’Ufficio
Un imputato per truffa, già condannato in passato, vede il suo reato estinguersi perché la vittima ritira la querela. La Procura si oppone, sostenendo che la recidiva rendesse il reato procedibile d'ufficio. La Cassazione, però, dà torto alla Procura. Una nuova legge (la Riforma Cartabia) ha stabilito che la recidiva non è più un'aggravante sufficiente a rendere automatica la procedibilità per truffa aggravata. Questa norma, più favorevole all'imputato, si applica anche ai processi in corso. Di conseguenza, la remissione di querela è valida e il processo si chiude.
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Remissione di querela: condannato, ma salvato da una nuova legge
Un uomo, già condannato per lesioni e minaccia grave, ha visto la sua sentenza annullata dalla Corte di Cassazione. Durante il processo, una nuova legge ha reso questi reati perseguibili solo su querela della vittima. La Persona Offesa ha quindi deciso di ritirare la propria denuncia, presentando una remissione di querela che l'imputato ha accettato. La Corte ha applicato la nuova normativa, più favorevole, dichiarando il reato estinto. Di conseguenza, la condanna è stata cancellata definitivamente, anche se l'imputato è stato condannato a pagare le spese processuali.
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