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Misure Cautelari — Anno 2023

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183 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Misure Cautelari

Provvedimenti

Concorso esterno in associazione mafiosa: addio alla politica
Il Tribunale di Napoli aveva respinto la richiesta di revoca o sostituzione degli arresti domiciliari per un ex esponente politico indagato per concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione elettorale. La difesa sosteneva che il lungo tempo trascorso dai fatti, risalenti al 2017, e il definitivo abbandono della vita politica escludessero il pericolo di reiterazione del reato. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'indagato, annullando l'ordinanza con rinvio. I giudici di legittimità hanno stabilito che il giudice deve valutare concretamente i fatti sopravvenuti, come l'allontanamento dalla politica, senza liquidarli con motivazioni apparenti o apodittiche, e deve motivare l'eventuale inadeguatezza di misure meno afflittive rispetto alla custodia domiciliare.
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Utilizzabilità chat criptate: la Cassazione blinda le prove
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia in carcere per L'Indagato, accusato di associazione finalizzata al narcotraffico. La difesa contestava l'utilizzabilità chat criptate provenienti dalla piattaforma Sky ECC, acquisite tramite Ordine Europeo di Indagine dall'autorità francese, sostenendo che richiedessero le garanzie delle intercettazioni telefoniche. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che i messaggi decifrati ex post costituiscono documenti informatici conservati all'estero e sono pienamente utilizzabili ai sensi dell'articolo 234-bis del codice di procedura penale. L'identificazione dell'indagato tramite nickname e dati incrociati è stata ritenuta logica e corretta.
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Custodia cautelare in carcere: incensurato resta dietro le sbarre
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un giovane indagato per traffico di droga e porto abusivo di armi clandestine. La difesa contestava la mancanza di un'autonoma valutazione da parte del giudice e l'assenza di prove fisiche oltre alle intercettazioni telefoniche. I giudici hanno stabilito che il richiamo agli atti d'indagine è legittimo se accompagnato da un giudizio critico. Inoltre, la gravità dei fatti e i legami con la criminalità organizzata giustificano la misura carceraria, escludendo l'adeguatezza degli arresti domiciliari anche per un soggetto incensurato.
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Faida familiare e pericolo di recidiva: carcere per il genero
La Corte di Cassazione ha esaminato i ricorsi relativi alle misure cautelari applicate a seguito di una violenta faida familiare. Il Marito, accusato di tentato omicidio per aver sparato contro i parenti della moglie, ha invocato la legittima difesa, ma i giudici l'hanno esclusa per la sproporzione della reazione e l'assenza di un pericolo imminente. La Corte ha confermato la custodia cautelare per quasi tutti gli indagati, ritenendo concreto e attuale il pericolo di recidiva a causa dell'accesa animosità tra le famiglie, non scalfita dal tempo trascorso. Ha invece accolto parzialmente il ricorso di un giovane parente, accusato solo di violenza privata: per lui il Tribunale dovrà valutare se l'incensuratezza consenta la sospensione condizionale della pena, che vieterebbe gli arresti domiciliari.
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Arresti domiciliari ed evasione: la fuga conferma la custodia
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro la conferma della misura cautelare degli arresti domiciliari. L'indagato, accusato di associazione finalizzata allo spaccio di stupefacenti, sosteneva che il tempo trascorso dai fatti avesse affievolito le esigenze cautelari. Tuttavia, i giudici hanno evidenziato la sistematica attività di spaccio su strada e, soprattutto, un recente episodio di fuga. Questo comportamento configura pienamente il binomio tra arresti domiciliari ed evasione, dimostrando l'inidoneità di misure meno afflittive e la sussistenza di un concreto pericolo di reiterazione del reato. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la custodia cautelare e condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Misure cautelari personali: sacerdote libero, ko il ricorso del PM
Un sacerdote era indagato per aver falsamente attestato la disponibilità ad accogliere un soggetto per l'affidamento in prova, in cambio di denaro. Il Tribunale del Riesame ha annullato le misure cautelari personali (arresti domiciliari) per mancanza di gravi indizi di colpevolezza, non essendo stati identificati né il documento falso né il beneficiario. Il Pubblico Ministero ha proposto ricorso in Cassazione contestando solo l'assenza di indizi. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per difetto di interesse: il PM che impugna la revoca di una misura cautelare deve dimostrare non solo la sussistenza degli indizi, ma anche l'attualità delle esigenze cautelari. Vince il sacerdote, che rimane libero.
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Carcere per il corriere: c’è pericolo di reiterazione del reato
Un uomo, accusato di aver trasportato e consegnato cocaina per conto di un gruppo criminale organizzato, ha impugnato la decisione del Tribunale che confermava la sua custodia in carcere. La difesa sosteneva che il suo ruolo di semplice corriere escludesse il pericolo di reiterazione del reato, rendendo sufficienti gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando il carcere. I giudici hanno stabilito che il pericolo di reiterazione del reato è concreto e attuale, data la rete di contatti stabili dell'indagato con la criminalità organizzata e la gravità dei fatti, rendendo inadeguata qualsiasi misura meno afflittiva.
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Revoca delle misure cautelari: il buon comportamento non basta
Il Tribunale di Caltanissetta ha respinto la richiesta di revoca delle misure cautelari presentata dall'Imputato, sottoposto a obbligo di firma e di dimora. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che il corretto comportamento tenuto per mesi e il decorso del tempo dimostrassero l'assenza di pericolo di reiterazione del reato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la revoca delle misure cautelari non può fondarsi sul solo decorso del tempo o sulla regolare osservanza delle prescrizioni. Il rispetto delle regole costituisce infatti un dovere essenziale della misura stessa e non un elemento di novità idoneo a cancellare le esigenze di sicurezza. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Reato di evasione: pochi passi fuori casa costano la condanna
Il caso riguarda un soggetto sottoposto alla misura della detenzione domiciliare che si è allontanato dal proprio domicilio senza alcuna autorizzazione. La Corte d'Appello lo aveva condannato per il reato di evasione. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione, contestando l'elemento soggettivo e chiedendo l'applicazione della particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che il reato di evasione si configura con qualsiasi allontanamento non autorizzato, indipendentemente dalla durata, dalla distanza o dai motivi dello spostamento. Inoltre, la reiterazione di precedenti violazioni esclude la particolare tenuità del fatto. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il pericolo
Il caso riguarda un uomo condannato a quattordici anni di reclusione per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa ha richiesto la sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari e il braccialetto elettronico, evidenziando il tempo trascorso dai fatti e l'assoluzione da altre accuse. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che per reati associativi gravi opera una presunzione di adeguatezza della misura carceraria. Il semplice decorso del tempo o la parziale assoluzione non bastano a superare tale presunzione, soprattutto a fronte di una condanna così severa e del rischio di riallacciare contatti criminali anche internazionali. Di conseguenza, l'imputato rimane in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Giurisdizione penale nazionale: arresti per droga oltre confine
Il Tribunale di Catanzaro ha applicato la misura degli arresti domiciliari a un soggetto accusato di traffico di cocaina acquistata in Italia e rivenduta in Svizzera. La difesa ha impugnato il provvedimento contestando la sussistenza della giurisdizione penale nazionale, sostenendo che la condotta si fosse interamente consumata all'estero. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la misura cautelare. I giudici hanno chiarito che la giurisdizione penale nazionale sussiste sia perché l'accordo per l'acquisto della droga si è perfezionato in Italia, sia perché, trattandosi di un cittadino italiano rintracciato nel territorio dello Stato per un reato punito con reclusione superiore a tre anni, si applica l'articolo 9 del codice penale. Confermata anche l'attualità delle esigenze cautelari per il concreto pericolo di recidiva.
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Misure cautelari personali: arresti validi anche senza droga
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione delle misure cautelari personali, nello specifico gli arresti domiciliari, nei confronti di un soggetto accusato di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. L'indagato aveva contestato la gravità degli indizi e l'attualità del pericolo di reiterazione del reato. I giudici di legittimità hanno chiarito che l'interpretazione dei messaggi criptici spetta al giudice di merito e che il pericolo di recidiva è concreto e attuale quando esiste una reale e vicina opportunità di commettere nuovi reati, desumibile dal ruolo attivo dell'indagato nel gruppo criminale. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato.
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Manifestazione e violenza privata: il blocco stradale è reato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di tre manifestanti contro le misure cautelari dell'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. I soggetti erano indagati per i reati di violenza privata e resistenza a pubblico ufficiale. Durante una protesta, i manifestanti avevano bloccato la marcia di alcuni camion diretti a un cantiere pubblico, costringendo i conducenti a mostrare i documenti di trasporto. Inoltre, uno di loro aveva coperto con la mano l'obiettivo della fotocamera di un poliziotto per impedirgli di filmare i disordini. La Suprema Corte ha confermato che il blocco stradale finalizzato a costringere i conducenti a subire controlli abusivi integra pienamente il reato di violenza privata. Ha inoltre ribadito la legittimità delle misure cautelari applicate per il concreto pericolo di recidiva.
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Revoca degli arresti domiciliari: no al confronto con i complici
Un uomo, condannato in primo grado per associazione a delinquere e reati tributari legati al contrabbando di alcolici, ha richiesto la revoca degli arresti domiciliari. La difesa sosteneva che la condanna parziale e la scarcerazione di alcuni coimputati costituissero elementi nuovi idonei a far venir meno le esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, dichiarandolo inammissibile. I giudici hanno chiarito che la valutazione sulla revoca degli arresti domiciliari deve basarsi esclusivamente sulla posizione del singolo imputato, senza alcun automatismo legato al trattamento dei coimputati. Inoltre, la gravità delle condotte e il rischio di reiterazione escludono l'attenuazione della misura, nonostante lo stato di incensuratezza formale del soggetto.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: scatta l’arresto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame, confermando la misura degli arresti domiciliari. L'indagato era stato accusato del reato di detenzione di sostanze stupefacenti a fini di spaccio, avendo in casa e in cantina 107 grammi di marijuana (circa 460 dosi), oltre a un bilancino con tracce di cocaina e 3.450 euro in contanti. La difesa sosteneva l'uso personale, esibendo un vecchio certificato medico e contestando la riconducibilità della cantina. La Suprema Corte ha chiarito che il ricorso per cassazione non può richiedere una nuova valutazione delle prove se la motivazione dei giudici di merito è logica e coerente. Nel caso specifico, il collegamento tra l'indagato e la droga in cantina era provato da una foto sul suo cellulare.
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Misure cautelari e sentenza di merito: stop al ricorso del PM
Il Procuratore della Repubblica ha impugnato l'ordinanza del Tribunale del Riesame che escludeva l'aggravante dell'agevolazione mafiosa per un reato di droga contestato a un indagato. Nel frattempo, il Giudice dell'udienza preliminare ha condannato l'imputato nel giudizio abbreviato, escludendo espressamente la stessa aggravante. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero. I giudici hanno stabilito che l'emissione di una sentenza di merito, anche se non ancora definitiva, prevale sulle decisioni provvisorie in materia di libertà. Si applica il principio per cui le misure cautelari e sentenza di merito non possono essere in contrasto: la decisione sul merito assorbe e supera la valutazione prognostica della fase cautelare, rendendo inutile e inammissibile qualsiasi discussione successiva sulla misura cautelare.
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Estorsione contrattuale: il finto diritto che porta in carcere
Due soggetti hanno esercitato forti pressioni e minacce, evocando la loro vicinanza a clan locali, per costringere il direttore di una struttura turistica ad assumerli come guardiani e ad affidare loro i servizi di trasporto. I ricorrenti sostenevano che l'assunzione fosse un loro diritto derivante da un precedente contratto di affitto d'azienda. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la custodia in carcere. I giudici hanno chiarito che si configura il reato di estorsione contrattuale quando la vittima è costretta a stipulare un contratto di lavoro perdendo la propria libertà di scelta. L'uso di espressioni intimidatorie integra inoltre l'aggravante del metodo mafioso, poiché idoneo a creare uno stato di assoggettamento nella vittima, rendendo irrilevante la legittimità di una generica pretesa lavorativa.
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Bomba alla pizzeria: i gravi indizi di colpevolezza reggono
Il Tribunale del Riesame ha confermato gli arresti domiciliari per un uomo accusato di aver collaborato all'esplosione di un ordigno davanti a una pizzeria. L'indagato ha fatto ricorso in Cassazione contestando la sua identificazione tramite telecamere e la mancanza di prove sul suo reale contributo. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, nella fase delle misure cautelari, non serve la certezza assoluta della colpevolezza, ma bastano i gravi indizi di colpevolezza. La Cassazione non può riesaminare i fatti o le prove, ma deve solo controllare la logicità della motivazione del giudice precedente. Di conseguenza, l'indagato perde il ricorso, resta ai domiciliari e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Gravi indizi di colpevolezza: il carcere senza prove di spaccio
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere per l'Indagato, accusato di far parte di un'associazione dedita al narcotraffico legata a una cosca mafiosa. La difesa sosteneva la mancanza di gravi indizi di colpevolezza, evidenziando che l'Indagato non era stato intercettato direttamente e non aveva commesso singoli reati di spaccio. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che per l'applicazione delle misure cautelari non servono prove certe come nel giudizio finale, ma bastano elementi che dimostrino un'alta probabilita di colpevolezza. Inoltre, la partecipazione al sodalizio criminale prescinde dalla commissione dei singoli reati-fine e puo essere desunta da contatti stabili e dal ruolo di intermediazione svolto a favore del gruppo.
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Esigenze cautelari: no al carcere se la motivazione è errata
La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava la custodia in carcere per un indagato accusato di associazione mafiosa ed estorsione. Sebbene i gravi indizi di colpevolezza siano stati confermati, i giudici di legittimità hanno accolto il ricorso sulle esigenze cautelari. Il Tribunale aveva infatti motivato il pericolo di recidiva basandosi su presupposti errati e non personalizzati, come presunti precedenti penali inesistenti, un ruolo di vertice mai contestato e una precedente detenzione mai avvenuta. Ora il Tribunale dovrà rivalutare la reale necessità della misura restrittiva.
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