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Misure Alternative Alla Detenzione

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412 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Misure alternative alla detenzione: no al diniego su dati vecchi
Il Tribunale di Sorveglianza di Roma aveva respinto la richiesta di ammissione alle misure alternative alla detenzione avanzata da un condannato a un anno e sei mesi di reclusione. Il diniego si basava su precedenti penali datati e su informazioni incomplete circa il domicilio e l'attività di volontariato. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, annullando il provvedimento. I giudici di legittimità hanno rilevato che il Tribunale ha omesso di acquisire la relazione dell'Ufficio Esecuzione Penale Esterna (UEPE) e non ha esercitato i propri poteri istruttori per verificare le informazioni sul domicilio e sul volontariato, limitandosi a vecchi dati di polizia. Il caso torna al Tribunale di Sorveglianza per una nuova valutazione.
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Sospensione dell’ordine di carcerazione: no ai reati gravi
Il Condannato, condannato per reati di droga aggravati, ha impugnato il provvedimento che negava la sospensione dell'ordine di carcerazione. La difesa sosteneva che il Pubblico Ministero dovesse valutare l'assenza di collegamenti con la criminalità organizzata per concedere la sospensione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che il Pubblico Ministero non ha alcun potere discrezionale. In presenza di reati ostativi indicati dall'articolo 4-bis dell'ordinamento penitenziario, scatta il divieto assoluto di sospensione dell'ordine di carcerazione. Spetta esclusivamente al Tribunale di Sorveglianza valutare la concessione di misure alternative alla detenzione, mentre il Pubblico Ministero deve limitarsi ad applicare la legge ordinando l'immediata carcerazione. Il ricorso è stato quindi rigettato con condanna alle spese.
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Misure alternative alla detenzione: rigetto per chi non cambia
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un condannato l'accesso alle misure alternative alla detenzione, come l'affidamento in prova e la detenzione domiciliare. La decisione si fonda sulla sua elevata pericolosità sociale, desunta da numerosi precedenti penali accumulati in venticinque anni e da recenti frequentazioni con pregiudicati. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando una scarsa valutazione della sua situazione lavorativa e familiare e l'assoluzione in alcuni procedimenti recenti. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici di legittimità hanno chiarito che la Cassazione non può rivalutare il merito dei fatti se la decisione precedente è logicamente motivata. Di conseguenza, il ricorrente perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Competenza territoriale magistratura di sorveglianza: le regole
Un soggetto internato in una casa circondariale ha ricevuto la notifica di un ordine di carcerazione e ha richiesto l'accesso alle misure alternative alla detenzione. È nata una controversia sulla competenza territoriale magistratura di sorveglianza tra il Tribunale di Palermo (sede del pubblico ministero procedente) e il Tribunale di Messina (luogo di detenzione). La Corte di Cassazione ha stabilito che per i soggetti già internati o detenuti la competenza spetta al Tribunale del luogo in cui si trova l'istituto al momento della domanda. Il successivo trasferimento dell'internato in un'altra struttura non sposta la competenza già radicata. Il ricorso del condannato è stato rigettato.
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Sospensione dell’ordine di esecuzione: no al bis dopo la rinuncia
Il Condannato ha impugnato il rigetto della sua richiesta di sospensione dell'ordine di esecuzione di pene concorrenti. Inizialmente condannato a una pena inferiore a tre anni, aveva chiesto le misure alternative, rinunciandovi poi dopo un secondo cumulo superiore a tre anni. Successivamente, la Corte Costituzionale ha innalzato a quattro anni il limite per la sospensione. Il Condannato ha quindi richiesto nuovamente la misura, invocando la retroattività della pronuncia costituzionale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la sospensione dell'ordine di esecuzione non può essere concessa più volte se il condannato ha già esercitato (e in questo caso rinunciato a) il diritto di richiedere le misure alternative per una delle condanne incluse nel cumulo. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese.
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Misure alternative alla detenzione: no ai benefici prematuri
Il Condannato, con una pena residua di oltre sei anni per reati di droga, ha richiesto l'accesso alle misure alternative alla detenzione, nello specifico l'affidamento in prova e la semilibertà. Il Tribunale di sorveglianza ha rigettato la richiesta ritenendo prematuro il beneficio. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che la concessione di tali misure richiede una prognosi favorevole di reinserimento sociale. Questa valutazione si basa sulla gravità del reato, sulla condotta carceraria e sulla reale evoluzione della personalità. Nel caso specifico, il percorso di responsabilizzazione non era ancora sufficientemente consolidato per giustificare la concessione delle misure alternative alla detenzione. Il ricorso è stato quindi rigettato con condanna alle spese.
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Misure alternative alla detenzione: no al rigetto automatico
Il Condannato ha richiesto l'applicazione di misure alternative alla detenzione. Il Presidente del Tribunale di Sorveglianza ha dichiarato inammissibile la domanda perché mancava l'indicazione del domicilio in cui scontare la misura. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione, stabilendo che la mancata indicazione iniziale del luogo di esecuzione non rende la richiesta inammissibile. L'inammissibilità immediata scatta solo se manca l'elezione di domicilio per ricevere le notifiche, non se il luogo di esecuzione viene documentato in un secondo momento. Il caso torna ora al Tribunale per una decisione ordinaria.
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Misure alternative alla detenzione: no al domicilio fantasma
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un cittadino, condannato per resistenza a pubblico ufficiale, l'accesso alle misure alternative alla detenzione come l'affidamento in prova o la detenzione domiciliare. Il richiedente sosteneva di convivere con la compagna e svolgere piccoli lavori, ma i controlli delle forze dell'ordine hanno rivelato la sua totale irreperibilità presso l'indirizzo dichiarato. Inoltre, i genitori del condannato hanno rifiutato di ospitarlo e i suoi precedenti penali hanno confermato la sua pericolosità sociale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del condannato poiché generico e non in grado di smentire l'assenza di un domicilio idoneo e sicuro. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Misure alternative alla detenzione: la forma batte la sostanza
Il Tribunale di Sorveglianza ha dichiarato inammissibile la richiesta di misure alternative alla detenzione presentata da un condannato non detenuto, poiché mancava la dichiarazione o elezione di domicilio contestuale alla domanda. Il condannato ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che l'elezione di domicilio fosse desumibile da atti precedenti o dallo stato di famiglia. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che l'indicazione del domicilio deve essere allegata espressamente alla domanda per garantire la reperibilità e la rapidità dei controlli. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Elezione di domicilio: l’errore formale che costa la libertà
Il Tribunale di Sorveglianza dichiara inammissibili le richieste di affidamento in prova e detenzione domiciliare avanzate da un condannato, poiché prive della formale elezione di domicilio prevista a pena di inammissibilità. Il condannato ricorre in Cassazione, sostenendo che il difensore avesse indicato l'indirizzo nell'istanza e che l'atto di elezione originale fosse andato smarrito in cancelleria. La Suprema Corte rigetta il ricorso, confermando che l'elezione di domicilio è un atto personale del condannato non surrogabile da indicazioni generiche del difensore, salvo procura speciale. Di conseguenza, la mancata elezione di domicilio rende l'istanza irrimediabilmente inammissibile.
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Diritto all’audizione del detenuto: negato, Cassazione annulla
Il Condannato ha impugnato l'ordinanza del Tribunale che rigettava la richiesta di sospensione dell'ordine di esecuzione per accedere alle misure alternative. Il ricorrente lamentava la violazione del proprio diritto all'audizione del detenuto, non essendo stato sentito dal Magistrato di sorveglianza prima dell'udienza decisiva, nonostante avesse presentato una specifica richiesta in tal senso. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che l'omessa audizione del detenuto fuori dalla circoscrizione del giudice, qualora tempestivamente richiesta, determina una nullità di ordine generale a regime intermedio del procedimento. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza impugnata e ha disposto il rinvio al Tribunale per un nuovo giudizio, garantendo il rispetto delle garanzie difensive del soggetto interessato.
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Misure alternative alla detenzione: il pusher deve collaborare
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato l'accesso alle misure alternative alla detenzione a un soggetto condannato per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che la sua collaborazione con la giustizia fosse impossibile in quanto semplice spacciatore al dettaglio (pusher). La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato che il ricorrente non ha contestato in modo specifico le argomentazioni del Tribunale, il quale aveva individuato elementi concreti su cui egli avrebbe potuto riferire, come i canali di approvvigionamento e i clienti. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato il diniego dei benefici penitenziari e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Misure alternative alla detenzione negate a chi scompare
Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione contro il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza che aveva respinto la sua richiesta di concessione di misure alternative alla detenzione. Il rifiuto si basava sull'accertata irreperibilità del soggetto, il quale aveva fatto perdere le proprie tracce senza comunicare il nuovo domicilio, rendendosi sconosciuto persino al proprio difensore. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che le contestazioni del ricorrente erano generiche e miravano a una inammissibile rivalutazione dei fatti già accertati. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Misure alternative alla detenzione: no se il domicilio è falso
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un condannato l'accesso alle misure alternative alla detenzione (affidamento in prova e detenzione domiciliare) a causa dei suoi precedenti penali e dell'inidoneità del domicilio indicato. Gli accertamenti dell'ufficio di esecuzione penale esterna hanno infatti rivelato che all'indirizzo fornito risiedeva l'ex coniuge, la quale ha smentito qualsiasi convivenza. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando la mancata valorizzazione della buona condotta e della brevità della pena residua. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, poiché volto a ottenere una inammissibile rivalutazione dei fatti già correttamente esaminati dai giudici di merito. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Misure alternative alla detenzione: stop al blocco assoluto
Il Tribunale di Sorveglianza dichiarava inammissibile la richiesta di misure alternative alla detenzione presentata da un condannato per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso, ritenendo il reato ostativo. Il condannato ricorreva in Cassazione. Durante il giudizio, è entrata in vigore una nuova legge (D.L. 162/2022) che ha eliminato il divieto assoluto di concessione dei benefici per chi non collabora con la giustizia, introducendo la possibilità di valutare la richiesta nel merito a determinate condizioni. La Corte di Cassazione ha stabilito che questa nuova norma, più favorevole, si applica immediatamente. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato il provvedimento e ha rinviato il caso al Tribunale di Sorveglianza per una nuova valutazione della domanda.
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Misure alternative alla detenzione: il ricorso generico fallisce
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato al Condannato l'accesso a misure alternative alla detenzione più ampie, ritenendo necessaria una più lunga osservazione a causa del suo inserimento in contesti criminali e del possesso di armi e cocaina. Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso poiché i motivi presentati erano del tutto generici e non contestavano in modo specifico le ragioni espresse dal Tribunale di Sorveglianza. Di conseguenza, il Condannato ha perso il ricorso ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Misure alternative alla detenzione: sì anche senza domicilio
Il Tribunale di Sorveglianza aveva dichiarato inammissibile la richiesta di misure alternative alla detenzione presentata da un detenuto, poiché questi non aveva dichiarato o eletto il proprio domicilio. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione, stabilendo che l'obbligo di elezione di domicilio non si applica a chi si trova già in carcere, anche se per un altro reato. La reperibilità del soggetto è infatti già garantita dallo stato di detenzione. Di conseguenza, la Cassazione ha accolto il ricorso del detenuto e ha rinviato il caso al Tribunale per un nuovo esame della domanda.
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Misure alternative alla detenzione: no al diniego per il quartiere
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di una donna a cui il Tribunale di sorveglianza aveva negato le misure alternative alla detenzione (affidamento in prova e detenzione domiciliare). Il diniego si basava sulla mancata ammissione di colpevolezza per un reato di droga di cinque anni prima e sull'asserita inidoneità del domicilio, situato in un quartiere degradato e occupato come ospite. La Suprema Corte ha chiarito che la concessione delle misure alternative alla detenzione non può essere esclusa solo perché il condannato non si dichiara colpevole o vive in un quartiere difficile. Il giudice deve invece valutare la condotta successiva al reato, l'assenza di nuove denunce e il percorso di reinserimento sociale. L'ordinanza è stata annullata con rinvio per una nuova valutazione.
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Misure alternative alla detenzione: no ai benefici se menti sul domicilio
Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione contro il diniego del Tribunale di Sorveglianza alle sue richieste di affidamento in prova e detenzione domiciliare. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la legittimità del diniego delle misure alternative alla detenzione. Il giudice di merito ha basato la decisione su elementi concreti, quali la scarsa lealtà processuale del richiedente, le frequentazioni con soggetti pregiudicati e l'indicazione di un domicilio falso. La Cassazione ha ribadito che la concessione di tali benefici rientra nella valutazione discrezionale del magistrato di sorveglianza, il quale deve compiere un giudizio prognostico sulla pericolosità sociale del condannato. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Misure alternative alla detenzione: negate se manca il riscatto
Il Condannato, in espiazione di pena detentiva, ha proposto ricorso in Cassazione contro il diniego del Tribunale di Sorveglianza alla concessione di misure alternative alla detenzione, in particolare la detenzione domiciliare e l'affidamento in prova. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la decisione del tribunale di merito. I giudici hanno evidenziato che l'accesso alle misure alternative alla detenzione richiede non solo la valutazione della gravità dei reati, ma anche elementi positivi che dimostrino una reale revisione critica del proprio passato e l'assenza di pericolosità sociale. Nel caso specifico, la mancanza di un'attività lavorativa o risocializzante e l'assenza di una reale rielaborazione dei reati commessi giustificano la prosecuzione del percorso di osservazione in carcere, escludendo automatismi benefici.
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