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Misure Alternative Alla Detenzione — Anno 2026

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67 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Misure Alternative Alla Detenzione

Provvedimenti

Misure alternative alla detenzione negate per condotta incompleta
Il Tribunale di sorveglianza ha respinto la richiesta presentata da Il Condannato per ottenere l'accesso all'affidamento in prova o alla detenzione domiciliare. Nonostante la disponibilità di una casa, un lavoro e la regolare condotta carceraria, i giudici hanno evidenziato la gravità dei reati recenti e la mancata adesione ai percorsi trattamentali specifici. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto del ricorso. I giudici di legittimità hanno stabilito che l'accesso alle misure alternative alla detenzione richiede l'avvio concreto di una revisione critica del proprio passato criminale. La buona condotta e l'alloggio non bastano a superare il rischio di recidiva (il pericolo di compiere nuovi reati) se l'osservazione carceraria risulta ancora incompleta.
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Misure alternative alla detenzione: stop alla seconda richiesta
Una persona condannata ottiene la sospensione della pena e l'ammissione all'affidamento in prova. Il beneficio decade perché la condannata non firma il verbale contenente le prescrizioni. La Procura emette quindi un nuovo ordine di carcerazione. La condannata richiede nuovamente le misure alternative alla detenzione restando a piede libero. Il Tribunale di Sorveglianza dichiara la richiesta inammissibile. La Corte di Cassazione conferma la decisione e rigetta il ricorso. La legge vieta una seconda sospensione dell'esecuzione per la medesima condanna. Chi perde il beneficio per mancata adesione alle prescrizioni non può ripresentare l'istanza da libero, ma deve prima entrare in carcere per iniziare l'esecuzione della pena.
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Misure alternative alla detenzione: presente ma irreperibile
Un condannato ha presentato istanza per ottenere le misure alternative alla detenzione. Il Tribunale di sorveglianza ha dichiarato inammissibile e respinto la richiesta, ritenendo il soggetto irreperibile dopo i tentativi infruttuosi di contatto da parte dei servizi sociali. Il condannato ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione, evidenziando un errore evidente: la sua presenza fisica in aula durante l'udienza smentiva chiaramente qualsiasi irreperibilità. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, evidenziando la palese contraddizione del provvedimento impugnato, il quale non ha tenuto conto della partecipazione attiva dell'interessato al procedimento. I giudici di legittimità hanno pertanto annullato l'ordinanza con rinvio ad altra sezione del medesimo Tribunale per un nuovo esame della richiesta.
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Misure alternative alla detenzione: stop se c’è evasione
Un condannato richiedeva l'accesso alle misure alternative alla detenzione, nello specifico l'affidamento in prova ai servizi sociali o la detenzione domiciliare, per scontare una pena di quattordici mesi. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto entrambe le istanze evidenziando la pericolosità sociale del soggetto, confermata da precedenti penali e da due recenti denunce per evasione. Il condannato ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo che i procedimenti pendenti senza condanna definitiva non potessero precludere i benefici e lamentando la mancata relazione dei servizi sociali. La Corte di Cassazione ha rigettato integralmente il ricorso: i giudici possono legittimamente considerare le indagini in corso come elementi di fatto per valutare l'affidabilità del reo, rendendo superfluo acquisire ulteriori relazioni quando il quadro probatorio dimostra già l'assenza di ravvedimento.
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Misure alternative alla detenzione: diniego e dipendenze
Un detenuto condannato per lesioni aggravate ha richiesto le misure alternative alla detenzione, nello specifico affidamento in prova e detenzione domiciliare, valorizzando la buona condotta carceraria e un'offerta lavorativa. Il Tribunale di sorveglianza ha respinto la richiesta a causa della mancata ammissione e consapevolezza delle dipendenze da alcol e stupefacenti, ritenendo necessario un percorso graduale tramite permessi premio. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto dichiarando inammissibile il ricorso del condannato. I giudici di legittimità hanno ribadito che la concessione dei benefici richiede una valutazione discrezionale e progressiva della pericolosità sociale, condannando l'uomo alle spese e a una sanzione di tremila euro.
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Misure alternative alla detenzione: rigetto per recidiva
Il Tribunale di sorveglianza ha negato a un condannato l'accesso alle misure alternative alla detenzione per l'elevato pericolo di recidiva. Il soggetto aveva commesso nuovi illeciti dopo una precedente misura premiale, non dichiarava i redditi dell'attività commerciale e non collaborava con i servizi sociali. La difesa ha impugnato la decisione deducendo una recente sentenza di assoluzione in un procedimento pendente per stupefacenti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dichiarandolo inammissibile. I giudici supremi hanno chiarito che la singola pronuncia assolutoria non cancella il quadro globale di inaffidabilità del condannato né la necessità di un percorso rieducativo interno al carcere. Il condannato deve quindi scontare la pena in detenzione e pagare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Misure alternative alla detenzione tra buona condotta e lavoro
Un detenuto ha richiesto l'accesso all'affidamento in prova al servizio sociale o, in subordine, alla detenzione domiciliare. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto entrambe le istanze, ritenendo necessaria una previa sperimentazione tramite permessi premio a causa dell'assenza di un solido progetto lavorativo. Il condannato ha presentato ricorso per cassazione, contestando la sottovalutazione della propria regolare condotta carceraria e dell'offerta di volontariato. La Corte di Cassazione ha confermato il provvedimento di rigetto, ribadendo che la concessione delle misure alternative alla detenzione richiede una valutazione discrezionale e graduale del percorso rieducativo.
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Particolare tenuità del fatto: condotta e personalità contano
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato contro la condanna d'appello, confermando la piena validità della pena inflitta. I giudici hanno stabilito che l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto non può essere concessa quando il comportamento complessivo e la personalità del reo dimostrano una reale pericolosità o disvalore sociale. I magistrati di merito possono valutare liberamente la condotta emersa durante la richiesta di misure alternative alla detenzione per ricostruire il profilo personale del soggetto. La Suprema Corte ha inoltre convalidato la mancata assunzione di prove orali ritenute irrilevanti e ha condannato il ricorrente alle spese processuali e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Misure alternative alla detenzione: quando il no è definitivo
Il condannato ha richiesto la concessione delle misure alternative alla detenzione, quali affidamento in prova e semilibertà, forte di una proposta lavorativa e del supporto familiare. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso confermando la decisione del Tribunale di Sorveglianza. Nonostante la relazione favorevole dell'équipe penitenziaria, il soggetto ha mostrato una persistente pericolosità sociale. Durante la detenzione domiciliare aveva installato microcamere illegali ed era stato sanzionato in carcere per il possesso di dispositivi elettronici non consentiti. La Suprema Corte ha precisato che le opportunità esterne non bastano se manca una sincera revisione critica del proprio passato criminale e se la condotta del detenuto continua a violare le regole prescritte.
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Misure alternative alla detenzione negate per evasione dai domiciliari
Il Tribunale di sorveglianza ha negato la concessione di misure alternative alla detenzione a un soggetto che, pur avendo ottenuto la liberazione anticipata, aveva precedentemente violato gli arresti domiciliari commettendo il reato di evasione. Il detenuto ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che la sua condotta successiva fosse stata positiva e che il diniego avrebbe interrotto il suo percorso di reinserimento. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che la commissione di un reato come l'evasione durante l'espiazione della pena dimostra l'incapacità di rispettare le prescrizioni e giustifica un giudizio prognostico negativo. La concessione della liberazione anticipata non vincola il giudice alla concessione di altre misure alternative alla detenzione, poiché i due istituti rispondono a criteri di valutazione differenti. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Benefici penitenziari negati: la condotta non cancella il rischio
Il Tribunale di Sorveglianza di Roma ha negato a un uomo, condannato per violenza sessuale e maltrattamenti, l'affidamento in prova e la detenzione domiciliare. Il condannato ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che il rifiuto si basasse solo sulla sua mancata ammissione di colpa. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che la concessione dei benefici penitenziari segue il principio di gradualità. I giudici hanno valutato l'intero percorso del detenuto, ritenendo la sua revisione critica ancora troppo recente ed embrionale. Di conseguenza, è necessario testare prima il soggetto con brevi permessi orari. Il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Notifica al difensore di fiducia: nullo il no alle misure
Il Tribunale di Sorveglianza di Milano aveva respinto la richiesta di affidamento in prova o detenzione domiciliare avanzata da un condannato. Quest'ultimo ha proposto ricorso in Cassazione denunciando la mancata notifica al difensore di fiducia dell'avviso di udienza, in quanto l'atto era stato inviato al precedente avvocato nonostante la regolare nomina del nuovo legale. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, evidenziando che l'omessa notifica al difensore di fiducia viola gravemente il diritto di difesa. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato l'ordinanza di rigetto e ha disposto il rinvio al Tribunale di Sorveglianza per un nuovo esame del caso.
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Misure alternative alla detenzione negate a chi rifiuta i test
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un condannato che chiedeva l'accesso alle misure alternative alla detenzione, come l'affidamento in prova o la detenzione domiciliare. Il Tribunale di Sorveglianza aveva già negato i benefici a causa di gravi elementi negativi: la revoca di una precedente pena sostitutiva nel 2024 per mancata frequentazione del Ser.d., nuove denunce, una grave dipendenza da alcol non diagnosticata per il rifiuto di sottoporsi agli esami del sangue e la mancata presa in carico terapeutica. La Suprema Corte ha confermato che il ricorso si limitava a richiedere una inammissibile rivalutazione dei fatti, condannando il ricorrente al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Misure alternative alla detenzione negate a chi scompare
Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione contro il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza che aveva respinto la sua richiesta di concessione di misure alternative alla detenzione. Il rifiuto si basava sull'accertata irreperibilità del soggetto, il quale aveva fatto perdere le proprie tracce senza comunicare il nuovo domicilio, rendendosi sconosciuto persino al proprio difensore. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che le contestazioni del ricorrente erano generiche e miravano a una inammissibile rivalutazione dei fatti già accertati. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Misure alternative alla detenzione: no se il domicilio è falso
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un condannato l'accesso alle misure alternative alla detenzione (affidamento in prova e detenzione domiciliare) a causa dei suoi precedenti penali e dell'inidoneità del domicilio indicato. Gli accertamenti dell'ufficio di esecuzione penale esterna hanno infatti rivelato che all'indirizzo fornito risiedeva l'ex coniuge, la quale ha smentito qualsiasi convivenza. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando la mancata valorizzazione della buona condotta e della brevità della pena residua. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, poiché volto a ottenere una inammissibile rivalutazione dei fatti già correttamente esaminati dai giudici di merito. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Misure alternative alla detenzione: no al diniego per il quartiere
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di una donna a cui il Tribunale di sorveglianza aveva negato le misure alternative alla detenzione (affidamento in prova e detenzione domiciliare). Il diniego si basava sulla mancata ammissione di colpevolezza per un reato di droga di cinque anni prima e sull'asserita inidoneità del domicilio, situato in un quartiere degradato e occupato come ospite. La Suprema Corte ha chiarito che la concessione delle misure alternative alla detenzione non può essere esclusa solo perché il condannato non si dichiara colpevole o vive in un quartiere difficile. Il giudice deve invece valutare la condotta successiva al reato, l'assenza di nuove denunce e il percorso di reinserimento sociale. L'ordinanza è stata annullata con rinvio per una nuova valutazione.
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Omesso avviso al difensore di fiducia: nullo il no alle misure
Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta di misure alternative avanzata da un condannato. Quest'ultimo ha fatto ricorso lamentando l'omesso avviso al difensore di fiducia per l'udienza camerale. La notifica era stata infatti inviata al precedente avvocato, ormai revocato, e all'udienza era stato nominato un sostituto d'ufficio. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che l'omesso avviso al difensore di fiducia tempestivamente nominato determina una nullità assoluta e insanabile. Tale omissione lede il diritto fondamentale alla scelta del proprio difensore, garantito anche dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato il provvedimento e ha rinviato il caso al Tribunale di Sorveglianza per un nuovo giudizio.
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Misure alternative alla detenzione: no al trasferimento all’estero
Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione contro il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza che ha concesso solo parzialmente le misure alternative alla detenzione. Il soggetto chiedeva di poter scontare la detenzione domiciliare in Slovenia presso il figlio. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno ritenuto logica la decisione del Tribunale di mantenere la misura in Italia, dove il Condannato viveva gi in affitto e lavorava regolarmente. Il trasferimento all'estero avrebbe infatti interrotto un percorso positivo di reinserimento sociale gi avviato sul territorio italiano. Il ricorrente stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Misure alternative alla detenzione: no al rientro dalla vittima
Il Tribunale di sorveglianza ha negato la concessione di misure alternative alla detenzione a un condannato per maltrattamenti in famiglia, ritenendo inidoneo il domicilio proposto in quanto vi risiedeva ancora la vittima del reato. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando l'omessa valutazione di una memoria difensiva che attestava la riconciliazione e la ripresa della coabitazione con la persona offesa. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la ripresa della convivenza con la vittima di abusi non dimostra un percorso di recupero del condannato, né rende sicuro il domicilio, potendo anzi aumentare il rischio di reiterazione del reato. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Misure alternative alla detenzione: negata per mancata revisione critica
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un condannato le misure alternative alla detenzione, come l'affidamento in prova o la detenzione domiciliare. L'uomo stava scontando una pena per stalking e lesioni, con precedenti penali e procedimenti pendenti. La decisione è stata motivata dalla sua mancata revisione critica dei comportamenti passati e dalla persistente pericolosità sociale. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, ribadendo che la gravità dei reati e l'assenza di un effettivo percorso di cambiamento giustificano il diniego delle misure alternative alla detenzione.
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