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Misure Alternative Alla Detenzione — Anno 2022

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140 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Misure Alternative Alla Detenzione

Provvedimenti

Misure alternative alla detenzione: negati i benefici a chi fugge
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un condannato per bancarotta fraudolenta l'accesso alle misure alternative alla detenzione. La detenzione domiciliare è stata esclusa perché la pena residua superava i due anni. L'affidamento in prova è stato respinto poiché l'Ufficio di esecuzione penale esterna non ha potuto effettuare le verifiche necessarie: il condannato si era trasferito in Germania dopo la notifica dell'udienza, rimanendo bloccato per le restrizioni Covid-19. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che il viaggio all'estero è stato una scelta volontaria e che le restrizioni erano ampiamente prevedibili. Il comportamento del condannato dimostra disinteresse e mancanza di collaborazione, impedendo la concessione dei benefici.
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Misure alternative alla detenzione: stop benefici ai recidivi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un condannato contro il diniego del Tribunale di Sorveglianza sull'applicazione di misure alternative alla detenzione, come l'affidamento in prova e la detenzione domiciliare. Il richiedente lamentava una mancata valutazione della sua attività lavorativa e della condotta recente. La Suprema Corte ha chiarito che, per concedere i benefici esterni, non basta l'assenza di elementi negativi recenti. È invece necessario un giudizio prognostico positivo basato sulla personalità, sui precedenti penali e sulla stabilità del domicilio. Avendo il condannato numerosi precedenti e una personalità non affidabile, la Cassazione ha confermato il rigetto, condannandolo anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Sopravvenuta carenza di interesse: ricorso inutile ma senza spese
Il Condannato ha proposto ricorso per cassazione contro il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza che rifiutava le misure alternative per una pena di due mesi di arresto. Durante il giudizio di legittimità, la pena detentiva è stata interamente espiata. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse, poiché la liberazione del soggetto rende inutile qualsiasi decisione sulle modalità di espiazione della pena. La Corte ha stabilito che tale inammissibilità non comporta la condanna alle spese processuali o alla cassa delle ammende, in quanto la perdita di interesse non equivale a una soccombenza formale del ricorrente.
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Misure alternative alla detenzione: no al rigetto senza udienza
Il Tribunale di Sorveglianza aveva dichiarato inammissibile, senza udienza, la richiesta di concessione di misure alternative alla detenzione presentata da un condannato, ritenendolo irreperibile e privo di domicilio. Il condannato ha fatto ricorso, dimostrando di aver regolarmente indicato il proprio domicilio nell'istanza. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la presunta irreperibilità non consente al Presidente del Tribunale di rigettare la domanda de plano (senza udienza). Tale valutazione richiede infatti un esame approfondito nel merito da svolgersi in camera di consiglio con la partecipazione delle parti. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato il provvedimento e ha ordinato la trasmissione degli atti al Tribunale di Sorveglianza per una corretta decisione.
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Misure alternative alla detenzione: no al rigetto automatico
Il Tribunale di Sorveglianza aveva negato a un condannato l'accesso alle misure alternative alla detenzione, basandosi esclusivamente sulla gravità dei suoi precedenti penali e su informazioni di polizia. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, stabilendo che la gravità del reato e i precedenti non possono, da soli, giustificare il rigetto delle misure alternative alla detenzione. I giudici devono valutare anche la condotta attuale, il percorso rieducativo avviato e i risultati dell'osservazione scientifica della personalità. Poiché il tribunale di merito ha omesso di esaminare questi elementi positivi e le richieste subordinate di semilibertà e detenzione domiciliare, la Cassazione ha annullato l'ordinanza, disponendo un nuovo esame del caso.
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Misure alternative alla detenzione: no se il condannato sparisce
Il Tribunale di sorveglianza ha negato a un condannato l'affidamento in prova e la detenzione domiciliare perché l'uomo era irreperibile al suo domicilio e non si era presentato all'udienza. Il condannato ha proposto ricorso, sostenendo che i giudici avessero dichiarato la sua irreperibilità senza svolgere indagini approfondite, specialmente sul luogo di lavoro. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici di legittimità hanno chiarito che la concessione di misure alternative alla detenzione richiede necessariamente la reperibilità del soggetto. Chi richiede questi benefici ha l'obbligo di collaborare attivamente con i servizi sociali. Rendendosi irreperibile, il condannato dimostra una totale mancanza di volontà collaborativa, rendendo impossibile qualsiasi percorso di rieducazione. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato il rigetto delle misure e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Misure alternative alla detenzione: negate a chi fugge all’estero
Il Tribunale di sorveglianza ha respinto la richiesta di concessione di misure alternative alla detenzione avanzata da un condannato, poiché quest'ultimo si trovava all'estero da oltre un anno. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la nullità della notifica dell'udienza, eseguita presso il difensore, e un legittimo impedimento a rientrare in Italia a causa della pandemia. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che chi richiede misure alternative alla detenzione ha l'onere di rimanere a disposizione dell'autorità giudiziaria nazionale. Inoltre, la prolungata assenza dall'abitazione rende legittima la notifica presso il difensore, e l'impedimento legato alla pandemia non era assoluto, essendovi collegamenti aerei attivi.
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Misure alternative alla detenzione: stop al blocco automatico
Il Tribunale di Sorveglianza aveva dichiarato inammissibile la richiesta di misure alternative alla detenzione presentata da un uomo condannato per evasione, ritenendo che il mancato decorso di tre anni dal reato costituisse un blocco automatico. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione senza rinvio. I giudici hanno chiarito che il reato di evasione commesso nel triennio precedente non rappresenta un ostacolo insuperabile. La legge impone invece al giudice di svolgere un esame approfondito sulla personalità del condannato e sulla sua effettiva pericolosità sociale, vietando un rigetto automatico senza udienza.
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Misure alternative alla detenzione negate per gravità del reato
La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto della richiesta di concessione di misure alternative alla detenzione avanzata da una condannata. Il Tribunale di Sorveglianza aveva ritenuto la donna non meritevole dei benefici a causa della gravità della condotta originaria, consistente nel tentativo di introdurre droga e un telefono cellulare in un carcere, e della presenza di altri procedimenti penali pendenti. Nonostante la difesa evidenziasse la buona condotta successiva e un'offerta di lavoro, i giudici hanno ritenuto prioritario un periodo di osservazione intramuraria per verificare l'effettivo percorso di rieducazione. La Cassazione ha ritenuto la motivazione logica e priva di vizi, respingendo il ricorso e condannando la ricorrente al pagamento delle spese.
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Misure alternative alla detenzione: la revoca blocca i benefici
Il Tribunale di Sorveglianza dichiarava inammissibile la richiesta di misure alternative alla detenzione avanzata da un condannato, a causa della precedente revoca dell'esecuzione della pena al domicilio avvenuta nei tre anni anteriori. Il condannato proponeva ricorso in Cassazione, sostenendo che la revoca dell'affidamento terapeutico e della detenzione domiciliare emergenziale non facessero scattare il blocco triennale previsto dalla legge. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che, sebbene la revoca dell'affidamento terapeutico non generi preclusioni, la revoca dell'esecuzione della pena presso il domicilio (anche se disposta in base alla normativa speciale) equivale alla revoca di una misura alternativa ordinaria. Di conseguenza, si applica il divieto triennale di concessione di nuovi benefici. Il condannato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Misure alternative alla detenzione: no al diniego su dati vecchi
Il Tribunale di Sorveglianza di Roma aveva respinto la richiesta di ammissione alle misure alternative alla detenzione avanzata da un condannato a un anno e sei mesi di reclusione. Il diniego si basava su precedenti penali datati e su informazioni incomplete circa il domicilio e l'attività di volontariato. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, annullando il provvedimento. I giudici di legittimità hanno rilevato che il Tribunale ha omesso di acquisire la relazione dell'Ufficio Esecuzione Penale Esterna (UEPE) e non ha esercitato i propri poteri istruttori per verificare le informazioni sul domicilio e sul volontariato, limitandosi a vecchi dati di polizia. Il caso torna al Tribunale di Sorveglianza per una nuova valutazione.
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Sospensione dell’ordine di carcerazione: no ai reati gravi
Il Condannato, condannato per reati di droga aggravati, ha impugnato il provvedimento che negava la sospensione dell'ordine di carcerazione. La difesa sosteneva che il Pubblico Ministero dovesse valutare l'assenza di collegamenti con la criminalità organizzata per concedere la sospensione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che il Pubblico Ministero non ha alcun potere discrezionale. In presenza di reati ostativi indicati dall'articolo 4-bis dell'ordinamento penitenziario, scatta il divieto assoluto di sospensione dell'ordine di carcerazione. Spetta esclusivamente al Tribunale di Sorveglianza valutare la concessione di misure alternative alla detenzione, mentre il Pubblico Ministero deve limitarsi ad applicare la legge ordinando l'immediata carcerazione. Il ricorso è stato quindi rigettato con condanna alle spese.
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Misure alternative alla detenzione: rigetto per chi non cambia
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un condannato l'accesso alle misure alternative alla detenzione, come l'affidamento in prova e la detenzione domiciliare. La decisione si fonda sulla sua elevata pericolosità sociale, desunta da numerosi precedenti penali accumulati in venticinque anni e da recenti frequentazioni con pregiudicati. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando una scarsa valutazione della sua situazione lavorativa e familiare e l'assoluzione in alcuni procedimenti recenti. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici di legittimità hanno chiarito che la Cassazione non può rivalutare il merito dei fatti se la decisione precedente è logicamente motivata. Di conseguenza, il ricorrente perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Competenza territoriale magistratura di sorveglianza: le regole
Un soggetto internato in una casa circondariale ha ricevuto la notifica di un ordine di carcerazione e ha richiesto l'accesso alle misure alternative alla detenzione. È nata una controversia sulla competenza territoriale magistratura di sorveglianza tra il Tribunale di Palermo (sede del pubblico ministero procedente) e il Tribunale di Messina (luogo di detenzione). La Corte di Cassazione ha stabilito che per i soggetti già internati o detenuti la competenza spetta al Tribunale del luogo in cui si trova l'istituto al momento della domanda. Il successivo trasferimento dell'internato in un'altra struttura non sposta la competenza già radicata. Il ricorso del condannato è stato rigettato.
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Sospensione dell’ordine di esecuzione: no al bis dopo la rinuncia
Il Condannato ha impugnato il rigetto della sua richiesta di sospensione dell'ordine di esecuzione di pene concorrenti. Inizialmente condannato a una pena inferiore a tre anni, aveva chiesto le misure alternative, rinunciandovi poi dopo un secondo cumulo superiore a tre anni. Successivamente, la Corte Costituzionale ha innalzato a quattro anni il limite per la sospensione. Il Condannato ha quindi richiesto nuovamente la misura, invocando la retroattività della pronuncia costituzionale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la sospensione dell'ordine di esecuzione non può essere concessa più volte se il condannato ha già esercitato (e in questo caso rinunciato a) il diritto di richiedere le misure alternative per una delle condanne incluse nel cumulo. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese.
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Misure alternative alla detenzione: no ai benefici prematuri
Il Condannato, con una pena residua di oltre sei anni per reati di droga, ha richiesto l'accesso alle misure alternative alla detenzione, nello specifico l'affidamento in prova e la semilibertà. Il Tribunale di sorveglianza ha rigettato la richiesta ritenendo prematuro il beneficio. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che la concessione di tali misure richiede una prognosi favorevole di reinserimento sociale. Questa valutazione si basa sulla gravità del reato, sulla condotta carceraria e sulla reale evoluzione della personalità. Nel caso specifico, il percorso di responsabilizzazione non era ancora sufficientemente consolidato per giustificare la concessione delle misure alternative alla detenzione. Il ricorso è stato quindi rigettato con condanna alle spese.
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Misure alternative alla detenzione: no al rigetto automatico
Il Condannato ha richiesto l'applicazione di misure alternative alla detenzione. Il Presidente del Tribunale di Sorveglianza ha dichiarato inammissibile la domanda perché mancava l'indicazione del domicilio in cui scontare la misura. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione, stabilendo che la mancata indicazione iniziale del luogo di esecuzione non rende la richiesta inammissibile. L'inammissibilità immediata scatta solo se manca l'elezione di domicilio per ricevere le notifiche, non se il luogo di esecuzione viene documentato in un secondo momento. Il caso torna ora al Tribunale per una decisione ordinaria.
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Misure alternative alla detenzione: no al domicilio fantasma
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un cittadino, condannato per resistenza a pubblico ufficiale, l'accesso alle misure alternative alla detenzione come l'affidamento in prova o la detenzione domiciliare. Il richiedente sosteneva di convivere con la compagna e svolgere piccoli lavori, ma i controlli delle forze dell'ordine hanno rivelato la sua totale irreperibilità presso l'indirizzo dichiarato. Inoltre, i genitori del condannato hanno rifiutato di ospitarlo e i suoi precedenti penali hanno confermato la sua pericolosità sociale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del condannato poiché generico e non in grado di smentire l'assenza di un domicilio idoneo e sicuro. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Misure alternative alla detenzione: la forma batte la sostanza
Il Tribunale di Sorveglianza ha dichiarato inammissibile la richiesta di misure alternative alla detenzione presentata da un condannato non detenuto, poiché mancava la dichiarazione o elezione di domicilio contestuale alla domanda. Il condannato ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che l'elezione di domicilio fosse desumibile da atti precedenti o dallo stato di famiglia. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che l'indicazione del domicilio deve essere allegata espressamente alla domanda per garantire la reperibilità e la rapidità dei controlli. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Elezione di domicilio: l’errore formale che costa la libertà
Il Tribunale di Sorveglianza dichiara inammissibili le richieste di affidamento in prova e detenzione domiciliare avanzate da un condannato, poiché prive della formale elezione di domicilio prevista a pena di inammissibilità. Il condannato ricorre in Cassazione, sostenendo che il difensore avesse indicato l'indirizzo nell'istanza e che l'atto di elezione originale fosse andato smarrito in cancelleria. La Suprema Corte rigetta il ricorso, confermando che l'elezione di domicilio è un atto personale del condannato non surrogabile da indicazioni generiche del difensore, salvo procura speciale. Di conseguenza, la mancata elezione di domicilio rende l'istanza irrimediabilmente inammissibile.
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