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Gravità Indiziaria — Anno 2022

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338 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Gravità Indiziaria

Provvedimenti

Estorsione aggravata: il ricorso inutile non evita il carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro la custodia in carcere per il reato di estorsione aggravata. L'indagato, insieme a un complice, pretendeva il pagamento di una somma di denaro da un imprenditore per consentire il transito delle sue autocisterne di carburante sul territorio calabrese, minacciando altrimenti il blocco dei mezzi. La difesa contestava la ricostruzione dei fatti e l'aggravante del metodo mafioso. I giudici di legittimità hanno stabilito che l'interpretazione delle intercettazioni spetta al giudice di merito e che contestare la sola aggravante è inutile se non modifica la misura cautelare applicata. L'indagato perde il ricorso e resta in carcere.
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Estorsione con metodo mafioso: finto aiuto, veri domiciliari
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare degli arresti domiciliari con braccialetto elettronico nei confronti del Complice, accusato di concorso in estorsione con metodo mafioso. La vicenda nasce dalle richieste estorsive rivolte all'Imprenditore per garantire la protezione del suo cantiere dai furti. Il Complice aveva inizialmente proposto un contratto di rimozione rifiuti come paravento, supportando poi attivamente le minacce del Coimputato, il quale evocava l'intervento di referenti mafiosi di zona. La Cassazione ha rigettato il ricorso del Complice, ritenendo pienamente giustificata la gravità degli indizi e la sussistenza delle esigenze cautelari, confermando l'applicazione dell'aggravante del metodo mafioso per la spendita del controllo del territorio.
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Traffico internazionale di stupefacenti: arresti confermati
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare degli arresti domiciliari per un cittadino straniero accusato di traffico internazionale di stupefacenti. L'indagato contestava la giurisdizione italiana, sostenendo che le condotte di consegna del denaro per l'acquisto di cocaina fossero avvenute interamente in Olanda. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, stabilendo che la giurisdizione italiana sussiste poiché l'importazione della droga era destinata al mercato italiano, configurando una correità nel reato consumato in Italia. Inoltre, i giudici hanno ritenuto validi gli indizi basati sulle intercettazioni telefoniche e ambientali, confermando la sussistenza delle esigenze cautelari dovute alla gravità e alla non occasionalità delle condotte criminose. L'indagato perde il ricorso ed è condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Coltivazione di stupefacenti: da uso domestico a reato penale
La Corte di Cassazione ha confermato le misure cautelari dell'obbligo di dimora e di presentazione alla polizia giudiziaria per un uomo accusato di coltivazione di stupefacenti e resistenza a pubblico ufficiale. L'indagato era stato sorpreso a irrigare 44 piante di marijuana, alte tra i 50 e i 100 centimetri, all'interno di un casolare abbandonato. La difesa sosteneva la natura domestica e l'uso personale della piantagione, oltre all'assenza di violenza fisica contro gli agenti. I giudici hanno respinto il ricorso, stabilendo che il numero di piante, l'uso di fertilizzanti e l'irrigazione costante escludono l'uso personale. Inoltre, le gravi minacce rivolte alle forze dell'ordine integrano pienamente il reato di resistenza. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Coltivazione di stupefacenti: reato anche in casolare abbandonato
La Corte di Cassazione ha confermato le misure cautelari dell'obbligo di dimora e di presentazione alla polizia giudiziaria per un uomo sorpreso a irrigare 44 piante di marijuana in un casolare abbandonato. L'indagato contestava la proprietà del terreno e l'assenza di prove sulla destinazione della droga a terzi. I giudici hanno chiarito che la coltivazione di stupefacenti si configura quando l'attività non ha i requisiti della coltivazione domestica rudimentale per uso personale. Inoltre, le minacce rivolte agli agenti durante l'intervento integrano il reato di resistenza a pubblico ufficiale. Il ricorso è stato rigettato, confermando la legittimità delle misure cautelari applicate.
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Associazione per delinquere: carcere anche senza cariche formali
Un uomo è stato sottoposto alla custodia cautelare in carcere con l'accusa di essere promotore di un'associazione per delinquere finalizzata alla commissione di gravi reati tributari nel settore petrolifero. L'indagato gestiva società fittizie per emettere fatture false ed evadere l'IVA, agevolando anche un noto clan criminale. La difesa ha contestato la misura sostenendo l'assenza di ruoli formali nelle società. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando il carcere. I giudici hanno chiarito che anche chi non riveste cariche formali risponde dei reati fiscali se ha pianificato la frode, e che la consapevolezza del coinvolgimento della criminalità organizzata giustifica l'aggravante mafiosa.
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Interesse a impugnare: libero ma condannato alle spese
L'Indagato, un professionista accusato di reati tributari e associazione a delinquere, subisce la custodia cautelare in carcere. Il Tribunale del Riesame annulla la misura e lo libera per mancanza di indizi gravi. Nonostante la liberazione, l'Indagato ricorre in Cassazione lamentando l'incompetenza territoriale del giudice che aveva ordinato l'arresto. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che manca l'interesse a impugnare: l'Indagato ha già ottenuto la massima tutela possibile con la liberazione immediata. Di conseguenza, non può contestare la competenza territoriale in sede di legittimità se la misura cautelare è già stata annullata. L'Indagato viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Dichiarazione fraudolenta: salvo l’ex amministratore che si dimette
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un ex amministratore di società contro la misura cautelare dell'interdizione dall'attività imprenditoriale. L'indagato era accusato del reato di dichiarazione fraudolenta per aver registrato in contabilità fatture per operazioni inesistenti. Tuttavia, l'amministratore aveva ceduto le quote e si era dimesso prima della presentazione della dichiarazione IVA, effettuata dal suo successore. La Suprema Corte ha chiarito che il reato si consuma solo con la presentazione della dichiarazione fiscale, rendendo penalmente irrilevanti le condotte preparatorie come la mera registrazione contabile. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato l'ordinanza cautelare con rinvio per un nuovo esame.
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Custodia cautelare in carcere: la madre complice resta in cella
Una donna, accusata di gestire la contabilità e il confezionamento di droga per un'associazione criminale guidata dal figlio, ha impugnato la misura della custodia cautelare in carcere. La difesa sosteneva l'assenza di gravi indizi e del pericolo di reiterazione del reato, evidenziando il legame familiare e il tempo trascorso. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno confermato la custodia cautelare in carcere, evidenziando il ruolo attivo della donna e l'attualità del pericolo di reato, visti i suoi gravi precedenti penali e la natura continuativa dell'attività illecita.
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Custodia cautelare in carcere: associazione provata senza spacci
Il Tribunale di Salerno ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, pur avendo annullato le accuse per i singoli episodi di spaccio (reati-fine). L'indagato ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che l'assenza di prove sui singoli spacci escludesse la sua partecipazione all'associazione e che il tempo trascorso dai fatti escludesse il pericolo. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il reato associativo è autonomo rispetto ai singoli reati-fine. Inoltre, l'uso della propria attività commerciale come base logistica e il ruolo attivo nel sodalizio giustificano la custodia cautelare in carcere, superando anche la distanza temporale dai fatti, poiché la difesa non ha fornito prove contrarie per superare la presunzione di pericolosità prevista dalla legge.
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Pericolo di recidiva: arresti annullati dopo due anni dai fatti
Il Tribunale di Salerno aveva disposto gli arresti domiciliari per L'Indagata, accusata di associazione finalizzata allo spaccio di stupefacenti. L'Indagata ha proposto ricorso in Cassazione contestando la sussistenza del vincolo associativo e, soprattutto, l'attualità del pericolo di recidiva. La Suprema Corte ha accolto quest'ultimo motivo. I giudici hanno rilevato che gli ultimi fatti contestati risalivano a due anni prima e che L'Indagata svolgeva un lavoro stabile come bracciante agricola. Di conseguenza, la motivazione del Tribunale sul pericolo di recidiva è risultata illogica e carente di elementi concreti. La Cassazione ha quindi annullato l'ordinanza limitatamente alle esigenze cautelari, rinviando il caso al Tribunale per un nuovo esame. L'Indagata ottiene così una parziale vittoria che costringerà i giudici a rivalutare la necessità della misura cautelare.
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Chiamata in correità: tra libertà e sospetti di riciclaggio
La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio l'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa nei confronti di un uomo accusato di riciclaggio aggravato. Il Tribunale aveva basato la misura cautelare sulle dichiarazioni di un coindagato. La Cassazione ha stabilito che la chiamata in correità non è sufficiente a dimostrare la gravità indiziaria se mancano una valutazione rigorosa della credibilità del dichiarante e riscontri esterni individualizzanti. Di conseguenza, i giudici hanno ordinato l'immediata scarcerazione dell'indagato, poiché le accuse non erano supportate da prove concrete e specifiche sul suo effettivo coinvolgimento nelle operazioni illecite.
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Offerta di sostanze stupefacenti: arresti anche senza droga
Il Tribunale del Riesame confermava la misura cautelare degli arresti domiciliari nei confronti de L'Indagato, accusato di aver proposto in vendita circa cento grammi di cocaina. La difesa ricorreva in Cassazione sostenendo l'assenza di gravità indiziaria, poiché L'Indagato non aveva l'effettiva disponibilità immediata della droga al momento della trattativa. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il reato di offerta di sostanze stupefacenti si perfeziona nel momento in cui il soggetto manifesta la disponibilità a procurare la droga a terzi. Non rileva la mancata consegna immediata o l'accettazione dell'acquirente, purché sussista la possibilità concreta di reperire la sostanza in tempi ragionevoli. Di conseguenza, L'Indagato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e della sanzione pecuniaria.
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Estorsione aggravata dal metodo mafioso: il tramite va in carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di estorsione aggravata dal metodo mafioso. L'indagato fungeva da intermediario per conto di un clan criminale locale, trasmettendo le richieste di pizzo a un imprenditore edile e gestendo i contatti per garantire il pagamento. La difesa contestava la gravità degli indizi e chiedeva la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari. I giudici hanno respinto il ricorso, ritenendo pienamente provato il ruolo attivo dell'intermediario grazie alle intercettazioni telefoniche e ambientali. Inoltre, la Corte ha confermato l'inadeguatezza di misure meno afflittive, data la pericolosità sociale del soggetto e il rischio concreto di reiterazione del reato. L'appello è stato rigettato con condanna alle spese.
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Aggravante dell’agevolazione mafiosa: carcere per l’imprenditore
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un imprenditore accusato di far parte di un'associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e alla turbativa d'asta nel settore degli appalti sanitari. I giudici hanno ritenuto pienamente utilizzabili le intercettazioni tramite captatore informatico e hanno confermato la sussistenza della gravità indiziaria. In particolare, la Suprema Corte ha convalidato l'applicazione della aggravante dell'agevolazione mafiosa, evidenziando come il versamento periodico di una quota dei profitti alle cosche locali per ottenere protezione e commesse pubbliche integri pienamente la finalità di favorire il sodalizio mafioso. Il ricorso dell'indagato è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese processuali.
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Appalti e clan: confermata l’aggravante dell’agevolazione mafiosa
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia cautelare in carcere per un imprenditore accusato di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e alla turbativa d'asta. L'accusa è appesantita dall'aggravante dell'agevolazione mafiosa, poiché l'indagato e i suoi soci versavano periodicamente parte dei profitti delle commesse pubbliche a cosche locali in cambio di protezione e monopolio nel settore delle pulizie ospedaliere. La difesa contestava l'uso del captatore informatico per le intercettazioni e l'applicazione della misura carceraria. I giudici hanno rigettato il ricorso, stabilendo che le intercettazioni erano legittime secondo le norme vigenti al momento dell'iscrizione del reato e che il pagamento costante ai clan mafiosi configura pienamente l'agevolazione, rafforzando il potere economico e territoriale della criminalità organizzata.
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Spaccio di stupefacenti in famiglia: arrestati tre fratelli
Tre fratelli, indagati per una serie incessante di episodi di spaccio di stupefacenti (cocaina ed eroina) all'interno dell'abitazione materna, hanno impugnato le misure cautelari applicate nei loro confronti (custodia in carcere e arresti domiciliari). Uno dei fratelli sosteneva di essere un mero connivente in quanto già ristretto ai domiciliari presso la stessa abitazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno confermato la gravità degli indizi, rilevando che anche il fratello ai domiciliari partecipava attivamente ai prelievi di droga nascosta nell'ascensore condominiale. Inoltre, la Suprema Corte ha escluso la qualificazione del fatto come di lieve entità, data la natura sistematica, organizzata e continuativa dell'attività di spaccio di stupefacenti, incompatibile con un consumo o commercio occasionale e di minima lesività.
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Custodia cautelare in carcere: il tempo non cancella il reato
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un imprenditore accusato di associazione di stampo mafioso. L'indagato operava come mediatore economico per conto di una cosca, agevolando infiltrazioni in appalti pubblici e operazioni di riciclaggio. La difesa contestava la gravità degli indizi, basati su dichiarazioni indirette, e sosteneva l'insussistenza delle esigenze cautelari a causa del tempo trascorso dai fatti. I giudici hanno respinto il ricorso, stabilendo che le dichiarazioni indirette sono utilizzabili se riscontrate e che il semplice decorso del tempo non supera la presunzione di pericolosità per i reati di mafia. Di conseguenza, la misura della custodia cautelare in carcere resta confermata.
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Traffico di stupefacenti: arresti anche senza spaccio diretto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato sottoposto agli arresti domiciliari per il reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. L'indagato contestava la gravità indiziaria, sostenendo l'assenza di prove dirette sulla sua attività di spaccio e la sua posizione di debitore verso il gruppo. I giudici hanno chiarito che, nel reato associativo, le singole condotte si fondono in un obiettivo comune. Il pagamento periodico di una somma fissa ai vertici dell'organizzazione dimostra la consapevolezza e la partecipazione al sodalizio criminoso, a prescindere dal ruolo specifico o da eventuali conflitti economici interni. Di conseguenza, la misura cautelare è stata confermata e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Traffico di stupefacenti: l’utile personale non evita il carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un indagato contro la custodia cautelare in carcere. L'uomo era accusato di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti operante in Calabria e di detenzione illegale di armi. La difesa contestava la gravità degli indizi e il pericolo di recidiva, sostenendo l'assenza di prove sulla sua partecipazione attiva e la mancanza di sequestri di droga a suo carico. La Suprema Corte ha invece confermato la validità del quadro indiziario, evidenziando come i messaggi telefonici e i rapporti con gli altri sodali dimostrassero il suo ruolo operativo. I giudici hanno ribadito che nel reato associativo i singoli scopi personali si fondono nell'obiettivo comune del profitto illecito, confermando la misura carceraria e condannando il ricorrente al pagamento delle spese.
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