L'Indagato ha proposto ricorso contro la custodia in carcere, sostenendo di aver solo accompagnato in auto il cognato, esponente di spicco di un clan, perché privo di patente. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la misura cautelare. I giudici hanno chiarito che i legami familiari, uniti alla costante disponibilità a fare da autista e uomo di fiducia, costituiscono gravi indizi di colpevolezza. Tali elementi dimostrano una stabile partecipazione ad associazione mafiosa, anche se con un ruolo esecutivo. La Suprema Corte ha ribadito che non può rivalutare i fatti già esaminati nei gradi precedenti, ma deve solo verificare la logicità della motivazione fornita dal Tribunale del Riesame, che in questo caso è risultata solida e priva di contraddizioni.
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