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Forza Intimidatrice

5 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Il potere di incutere timore e costringere qualcuno a fare o non fare qualcosa, derivante non dalla violenza fisica diretta ma dalla percezione del pericolo e dalla reputazione criminale di un individuo o di un gruppo.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Intestazione fittizia di beni e mafia: confermato il carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia in carcere nei confronti di un soggetto accusato di far parte di un'organizzazione mafiosa. L'indagato operava come prestanome per conto del figlio di un noto capo criminale. Insieme avevano strutturato aziende nel settore della distribuzione di prodotti alimentari. L'operazione mirava ad attuare l'intestazione fittizia di beni ed eludere i sequestri patrimoniali. L'organizzazione imponeva la vendita di prodotti a prezzi di favore e clausole di esclusiva agli imprenditori locali. L'intimidazione derivava direttamente dalla fama del gruppo criminale, senza la necessità di minacce esplicite. I giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso dell'indagato. La presunzione di pericolosità sociale rimane valida anche in caso di apparente allontanamento dal gruppo criminale.
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Non serve un clan: l’aggravante del metodo mafioso è confermata
La Corte di Cassazione ha confermato una condanna per una violenta aggressione, riconoscendo l'aggravante del metodo mafioso. Il caso riguardava un uomo che, con dei complici, aveva aggredito un'altra persona per impedirgli di svolgere l'attività di parcheggiatore abusivo in una zona da loro controllata. La Corte ha stabilito un principio fondamentale: per applicare l'aggravante del metodo mafioso non è necessario dimostrare l'esistenza di un clan. È sufficiente che le modalità del crimine, come la violenza plateale, l'uso di armi e la creazione di un clima di paura e omertà, evochino la forza intimidatrice tipica delle associazioni criminali. L'imputato ha perso il ricorso.
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Aggravante metodo mafioso: basta il nome ‘noto’ per la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere per un uomo accusato di tentata estorsione con l'aggravante del metodo mafioso. L'imputato, insieme a un complice, aveva minacciato un giovane per impedirgli di organizzare una festa di paese. La minaccia era risultata particolarmente efficace perché il complice aveva 'speso il nome' dell'imputato, noto per i suoi legami con un clan locale. La Corte ha stabilito che l'aggravante del metodo mafioso si applica quando si evoca la forza intimidatrice di un'associazione criminale per creare sottomissione, anche senza essere formalmente affiliati. L'appello dell'imputato è stato quindi respinto.
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Associazione di stampo mafioso: la Cassazione conferma
La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi di due imputati, confermando la loro condanna per partecipazione a un'associazione di stampo mafioso, una 'locale' di 'ndrangheta operante in Trentino. La sentenza chiarisce che, per le associazioni mafiose delocalizzate, la forza intimidatrice può essere desunta dal legame con la 'casa madre' e dalla percezione esterna di tale appartenenza, non essendo necessari continui atti di violenza. La Corte ha ritenuto provata l'esistenza del sodalizio, il suo collegamento con le cosche calabresi, la sua capacità intimidatoria nel settore economico locale (estrazione del porfido) e la piena consapevolezza degli imputati, uno con ruolo di promotore e l'altro di partecipe.
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Associazione mafiosa: la Cassazione e la custodia cautelare
La Suprema Corte ha respinto il ricorso di un individuo ultraottantenne, confermando la sua custodia cautelare in carcere per partecipazione ad associazione mafiosa ('ndrangheta) con ruolo di vertice ed estorsione. La Corte ha stabilito che per una 'filiale' delocalizzata di una mafia storica, la forza intimidatrice può essere intrinseca, ereditata dall'organizzazione madre, senza necessità di atti di violenza palesi. Ha inoltre ritenuto sussistenti le 'esigenze cautelari di eccezionale rilevanza' che giustificano la detenzione per un anziano, dato il ruolo apicale e l'elevato rischio di recidiva.
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