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Estorsione — Anno 2023

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429 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Estorsione

Provvedimenti

Reato di usura: la promessa di interessi basta per la condanna
Il caso riguarda un creditore condannato per il reato di usura e per estorsione aggravata. Il colpevole prestava denaro a tassi illegali e minacciava la vittima per ottenere i pagamenti. La difesa sosteneva che la vittima non fosse credibile e che non ci fosse usura poiché il capitale non era stato interamente restituito. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso. I giudici hanno chiarito che le dichiarazioni della vittima sono attendibili se coerenti, anche senza riscontri esterni. Inoltre, per la consumazione del reato di usura basta la semplice promessa di interessi usurari, indipendentemente dall'effettivo rimborso del capitale. La condanna a sei anni di reclusione e alla confisca dei profitti illeciti è stata confermata in via definitiva.
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Custodia cautelare in carcere: confermata per pericolo recidiva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame, confermando la custodia cautelare in carcere. L'indagato, accusato di estorsione e spaccio di cocaina, contestava l'adeguatezza della misura estrema, ritenendo i fatti datati e invocando misure meno afflittive. La Suprema Corte ha invece confermato la correttezza della decisione dei giudici di merito. È stato evidenziato l'elevato rischio di recidiva, l'indole violenta del soggetto e l'inefficacia di precedenti misure di prevenzione, come la sorveglianza speciale. Di conseguenza, la custodia cautelare in carcere è stata ritenuta l'unica misura idonea a garantire la sicurezza sociale, escludendo l'adeguatezza degli arresti domiciliari a causa dell'assenza di autocontrollo dell'indagato.
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Estorsione aggravata: cantiere minacciato e ricorso respinto
Un imprenditore edile viene costretto a pagare una somma di denaro per la cosiddetta "messa a posto" del proprio cantiere. L'Imputato, insieme ad altri complici, avanza le richieste estorsive utilizzando minacce gravi, tra cui l'uso di armi da guerra. Condannato in appello, L'Imputato ricorre in Cassazione contestando l'applicazione delle aggravanti e il diniego delle attenuanti. La Suprema Corte dichiara inammissibile il ricorso. I giudici confermano la sussistenza del reato di estorsione aggravata dal metodo mafioso e dalla presenza di più persone riunite. La richiesta di "messa a posto" implica di per sé l'uso del metodo mafioso, poiché presuppone il controllo criminale del territorio. Inoltre, il risarcimento offerto è stato ritenuto insufficiente a coprire il grave danno morale subito dalla vittima, escludendo così ogni sconto di pena.
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Concorso nel reato di estorsione: condannato anche chi tace
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per estorsione e rapina. L'Imputata aveva minacciato la vittima con una pistola per sottrarle un Rolex, mentre il Coimputato aveva partecipato attivamente alle pressioni psicologiche. La Suprema Corte ha confermato la responsabilità di quest'ultimo per il concorso nel reato di estorsione, stabilendo che la semplice presenza non casuale sul luogo del delitto è sufficiente a configurare la complicità se rafforza l'intento criminoso del complice o intimidisce la vittima. Di conseguenza, i giudici hanno confermato le condanne precedenti e inflitto una sanzione pecuniaria ai ricorrenti.
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Reato di usura: redditi minimi e auto di lusso costano la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per due soggetti, padre e figlio, accusati di gestire un'attività sistematica di prestiti illeciti a Roma. I giudici hanno ritenuto pienamente attendibili le testimonianze delle vittime, le quali si trovavano in un grave stato di bisogno economico, costrette ad accettare tassi di interesse fino al 90% annuo. Oltre alle condanne detentive, la Suprema Corte ha confermato la confisca allargata dei beni di lusso degli imputati, tra cui auto di grande valore, poiché sproporzionati rispetto ai redditi quasi inesistenti dichiarati al fisco. La Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi dei condannati, confermando che il reato di usura si consuma con il pagamento delle singole rate e che la sproporzione patrimoniale giustifica il sequestro dei beni accumulati illecitamente.
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Ribaltamento della sentenza assolutoria: serve riascoltare i testi
I Datori di Lavoro erano stati assolti in primo grado dall'accusa di estorsione ai danni delle dipendenti, costrette ad accettare stipendi ridotti sotto minaccia di licenziamento. La Corte di Appello aveva ribaltato l'assoluzione condannandoli, senza però riascoltare le dichiarazioni degli imputati e delle persone offese. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dei datori di lavoro, stabilendo che il ribaltamento della sentenza assolutoria richiede obbligatoriamente una motivazione rafforzata e la rinnovazione dell'istruzione dibattimentale attraverso la nuova audizione diretta dei testimoni e degli imputati. La sentenza di condanna è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo giudizio.
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Estorsione e violenza privata: la condanna dell’agente
Un agente di polizia penitenziaria, insieme a un complice, ha minacciato diverse persone per farsi consegnare somme di denaro superiori al valore di una collana rubata, usando anche la divisa e la pistola d'ordinanza. La difesa ha chiesto di riqualificare il fatto in violenza privata, sostenendo che l'agente volesse solo aiutare il complice a recuperare il dovuto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna per estorsione. I giudici hanno chiarito la differenza tra estorsione e violenza privata: il discrimine risiede nell'ingiustizia del profitto economico perseguito. Nel caso specifico, la richiesta di ben diecimila euro, a fronte di un danno stimato in cinquemila, dimostra la piena consapevolezza di ottenere un guadagno illecito e sproporzionato.
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Estorsione o truffa: la Cassazione condanna per la cambiale
Una donna è stata condannata per il reato di estorsione in concorso con un complice. I due avevano costretto la vittima, sotto minaccia di morte, a firmare una cambiale da 25.000 euro, a consegnare oggetti d'oro e a pagare servizi di trasporto e noleggio auto. La difesa ha sostenuto che si trattasse di semplice truffa o di un tentativo di recuperare un credito. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che si configura il delitto di estorsione, e non di truffa, quando la vittima subisce una reale minaccia di un male ingiusto proveniente direttamente dall'autore, che non le lascia altra scelta se non quella di cedere per evitare il danno. Di conseguenza, la condanna è stata confermata in via definitiva.
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Tentata estorsione per cancellare un debito: condanna confermata
Un datore di lavoro e un complice sono stati condannati per tentata estorsione, lesioni e rapina aggravata ai danni di un lavoratore. Il mandante voleva costringere la vittima a firmare una rinuncia a un credito di lavoro tramite un'aggressione violenta compiuta dal complice armato e travisato. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di entrambi. I giudici hanno chiarito che l'uso di una violenza sproporzionata per costringere a firmare una quietanza configura il reato di tentata estorsione e non quello di esercizio arbitrario delle proprie ragioni, poiché l'azione mirava a un profitto ingiusto e non alla legittima tutela di un diritto azionabile davanti al giudice. Inoltre, l'inutilizzabilità di un verbale non sottoscritto non invalida la condanna se gli altri indizi, come tatuaggi e tabulati telefonici, superano la prova di resistenza.
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Estorsione aggravata: condannato l’intermediario che voleva aiutare
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per estorsione aggravata a carico di un soggetto che ha agito come intermediario in un'estorsione. L'estorsore principale, legato a un noto clan mafioso, pretendeva denaro dal gestore di un locale per l'installazione di slot machine. L'intermediario ha fatto da tramite, confermando la gravità delle minacce e riscuotendo il denaro. La difesa sosteneva che l'intermediario volesse solo aiutare la vittima e che non si potesse applicare l'aggravante del metodo mafioso. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile: chi fa da tramite senza tutelare l'esclusivo interesse della vittima risponde di estorsione aggravata. Inoltre, l'aggravante del metodo mafioso ha natura oggettiva e si applica a tutti i complici consapevoli del contesto criminale.
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Reato di estorsione: la Cassazione nega lo sconto di pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per il reato di estorsione in concorso. I ricorrenti contestavano la valutazione delle prove, tra cui un riconoscimento fotografico, e la mancata prevalenza delle attenuanti generiche sulla recidiva. La Suprema Corte ha rilevato che i motivi di ricorso erano generici e miravano a una inammissibile rivalutazione dei fatti già accertati nei gradi precedenti. Inoltre, i giudici hanno confermato la correttezza del calcolo della pena, ricordando il divieto di prevalenza delle attenuanti in presenza di recidiva reiterata. Di conseguenza, i ricorsi sono stati rigettati con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Estorsione del datore di lavoro: firme false e condanna reale
Due datori di lavoro sono stati condannati per il reato di estorsione del datore di lavoro ai danni dei propri dipendenti. Gli imputati costringevano i lavoratori, sotto minaccia di licenziamento, a firmare buste paga con importi superiori rispetto a quanto realmente versato in contanti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi dei datori di lavoro, confermando la loro responsabilità penale. I giudici hanno chiarito che il reato non è prescritto, poiché il termine di prescrizione inizia a decorrere solo al momento della cessazione del rapporto di lavoro, momento in cui cessa la condotta estorsiva continuativa. Di conseguenza, i datori di lavoro perdono la causa e devono pagare le spese processuali e i risarcimenti.
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Concorso esterno in associazione mafiosa: confermato il carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere per un soggetto accusato di concorso esterno in associazione mafiosa ed estorsione. L'indagato, agendo come intermediario, convinceva la vittima (gestore di attività portuali) a pagare il pizzo alla cosca locale per evitare ritorsioni. La difesa sosteneva che l'uomo avesse agito solo nell'interesse del proprio datore di lavoro e contestava l'attualità del pericolo cautelare. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che il concorso esterno in associazione mafiosa si configura quando un soggetto esterno fornisce un contributo concreto, consapevole e causale volto a rafforzare il sodalizio criminoso. Il decorso del tempo, inoltre, non basta a superare la presunzione di pericolosità sociale.
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Concorso nel reato di estorsione: il silenzio che condanna
Un uomo ha impugnato l'ordinanza di custodia in carcere per tentata estorsione aggravata, sostenendo che la sua presenza silenziosa sul luogo del delitto non bastasse a incriminarlo. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la misura cautelare. I giudici hanno stabilito che si configura il concorso nel reato di estorsione anche con la sola presenza fisica non casuale, se questa serve a rafforzare l'azione del complice, intimorire la vittima e dimostrare adesione al piano criminoso. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere per il cuoco estorsore
Un lavoratore dipendente, assunto come cuoco, ha preteso con gravi minacce e violenze la somma di cinquemila euro dal datore di lavoro e dai suoi familiari, simulando un'attività di mediazione mai avvenuta. Il Tribunale del Riesame ha disposto la custodia cautelare in carcere per estorsione, ritenendo inadeguati gli arresti domiciliari a causa della pericolosità del soggetto e dei suoi contatti criminali. La Corte di Cassazione ha confermato la misura, rigettando il ricorso del lavoratore. I giudici hanno chiarito che il divieto di concessione degli arresti domiciliari per chi ha una precedente condanna per evasione nei cinque anni precedenti si calcola a partire dalla data della condanna definitiva e non dal momento in cui è stato commesso il fatto.
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Estorsione e giustizia privata: la Cassazione punisce il fai-da-te
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Indagato contro la misura cautelare degli arresti domiciliari. L'Indagato era accusato del reato di estorsione per aver utilizzato minacce e violenze, avvalendosi anche di soggetti legati alla criminalità locale, per risolvere una controversia immobiliare con La Persona Offesa. La difesa chiedeva di riqualificare il fatto come esercizio arbitrario delle proprie ragioni e contestava l'attualità delle esigenze cautelari. La Suprema Corte ha confermato la decisione del Tribunale del Riesame, ribadendo che la gravità delle minacce e il coinvolgimento di terzi escludono la giustizia fai-da-te e configurano il più grave reato di estorsione. Di conseguenza, L'Indagato resta agli arresti domiciliari e deve pagare le spese processuali.
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Reato di estorsione: finta solidarietà e condanna definitiva
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di estorsione a carico di due soggetti che avevano finto di agire come amichevoli intermediari per recuperare la refurtiva di un furto in gioielleria. In realtà, i giudici hanno accertato che gli imputati hanno sfruttato la forza intimidatrice derivante dall'appartenenza di uno di essi a un'associazione mafiosa locale per costringere alla restituzione dei beni, configurando una vera e propria condotta estorsiva. La Suprema Corte ha rigettato i ricorsi della difesa, che lamentavano vizi procedurali legati alla mancata celebrazione dell'udienza preliminare e contestavano la ricostruzione dei fatti. La Cassazione ha chiarito che il rito speciale del giudizio immediato esclude l'udienza preliminare e che la doppia decisione conforme di condanna preclude una nuova valutazione dei fatti in sede di legittimità.
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Estorsione: no alla particolare tenuità del fatto se c’è gravità
Il Soggetto Condannato è stato ritenuto responsabile del reato di estorsione in concorso. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione contestando la valutazione delle prove e il mancato riconoscimento della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la Cassazione non può rivalutare le prove già esaminate nei gradi precedenti. Inoltre, l'esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto è stata legittimamente negata a causa della gravità della condotta estorsiva e della presenza di più reati della stessa indole commessi dal ricorrente. Di conseguenza, il Soggetto Condannato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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Estorsione: negata l’attenuante del danno di speciale tenuità
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un soggetto condannato per il reato di estorsione in concorso. Il ricorrente contestava la mancata concessione dell'attenuante del danno di speciale tenuità, lamentando una violazione di legge. I giudici di legittimità hanno rilevato che i motivi di ricorso erano del tutto generici e si limitavano a riprodurre le medesime censure già esaminate e respinte dalla Corte d'appello, senza muovere una critica puntuale alla sentenza impugnata. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna e ha inflitto al ricorrente il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Custodia cautelare in carcere: no ai domiciliari per mafia
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso contro l'ordinanza che confermava la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. L'indagato aveva avanzato una rinuncia al ricorso, risultata priva di idonea procura speciale. I giudici hanno confermato la sussistenza delle esigenze cautelari, evidenziando che la presunzione di adeguatezza della custodia cautelare in carcere per reati di stampo mafioso può essere superata solo provando la rescissione dei legami con l'associazione criminale. Nel caso di specie, i risalenti e consolidati legami con la criminalità organizzata e i gravi precedenti penali escludono l'applicazione di misure meno afflittive, rendendo irrilevanti anche le esigenze familiari prospettate dalla difesa.
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