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Custodia Cautelare

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2645 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Termine a difesa nel riesame violato: la Cassazione annulla
L'Indagato, accusato di furto in abitazione in concorso, ha impugnato l'ordinanza di custodia cautelare in carcere. Durante il periodo feriale, la difesa ha richiesto il riesame senza rinunciare alla sospensione dei termini. Il Tribunale ha fissato l'udienza al 3 settembre, non rispettando il termine a difesa nel riesame di tre giorni liberi, poiché, escludendo agosto, rimanevano solo due giorni utili. Né l'indagato né il difensore si sono presentati all'udienza. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che l'inosservanza del termine dilatorio comporta una nullità a regime intermedio. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza con rinvio al Tribunale per un nuovo giudizio, pur non dichiarando l'inefficacia della misura cautelare poiché la decisione originaria era stata emessa nei termini di legge.
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Custodia cautelare: scarcerazione immediata senza calcolo recidiva
L'Imputato, accusato di tentato omicidio, ha chiesto la scarcerazione per la scadenza dei termini della custodia cautelare. Il Tribunale ha respinto la richiesta calcolando nel termine massimo sia l'aumento per la recidiva sia la sospensione dei termini per l'emergenza Covid-19. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Imputato. I giudici hanno chiarito che la recidiva non deve essere conteggiata per stabilire la durata massima della misura cautelare. Inoltre, la sospensione straordinaria per la pandemia non si applica in automatico, ma solo se nel periodo di blocco vi erano effettivi atti da compiere. Di conseguenza, i termini erano gia scaduti. La Cassazione ha annullato l'ordinanza senza rinvio, ordinando l'immediata liberazione dell'Imputato.
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Rimedio risarcitorio per detenzione inumana: nessun limite di tempo
Il Detenuto ha richiesto il rimedio risarcitorio per detenzione inumana subito durante la custodia cautelare tra il 2010 e il 2013. Il Tribunale di Sorveglianza ha dichiarato inammissibile la richiesta per decorrenza del termine di sei mesi. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Detenuto, stabilendo che per la custodia cautelare sofferta nel medesimo procedimento della pena in esecuzione si applica la riduzione della pena (rimedio in forma specifica) senza alcun termine di decadenza. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza impugnata e ha rinviato il caso per un nuovo esame.
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Ingiusta detenzione: assolto ma senza indennizzo per colpa grave
Un cittadino, dopo essere stato assolto dai reati di truffa e ricettazione, ha richiesto l'indennizzo per ingiusta detenzione per aver subito quarantasei giorni di carcere e centotrentacinque giorni di arresti domiciliari. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda, ravvisando una colpa grave nel comportamento dell'uomo. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto: il richiedente, pur dichiarandosi esperto di finanza, aveva partecipato a riunioni sospette, utilizzato un linguaggio criptico e finanziato viaggi con soggetti poi condannati, senza fornire spiegazioni plausibili agli inquirenti. Tali condotte imprudenti hanno creato una falsa apparenza di colpevolezza, escludendo il diritto al risarcimento.
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Riparazione per ingiusta detenzione: il diritto resta attivo
Il Tribunale di Trento dichiarava inammissibile la richiesta di riesame di una misura cautelare in carcere avanzata da un indagato, poiché quest'ultimo era stato nel frattempo assolto in primo grado. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso dell'imputato. I giudici chiariscono che, poiché l'assoluzione non è ancora definitiva a causa dell'appello del Pubblico Ministero, permane l'interesse del cittadino a far accertare l'illegittimità della custodia subita. Tale accertamento è indispensabile per poter richiedere la successiva riparazione per ingiusta detenzione. Di conseguenza, la Cassazione annulla il provvedimento e rinvia al Tribunale per un nuovo esame.
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Carcere per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato, accusato di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti guidata dal fratello. La difesa sosteneva l'estraneità dell'uomo, lamentando l'assenza di sequestri diretti e una valutazione per osmosi rispetto alla posizione del parente. I giudici hanno invece ritenuto inammissibile il ricorso, evidenziando come le intercettazioni telefoniche e un episodio di recupero crediti per una fornitura di droga dimostrassero la sua partecipazione stabile e consapevole all'organizzazione. La Cassazione ha ribadito che l'associazione si distingue dal semplice concorso di persone per la presenza di una struttura organizzativa permanente finalizzata al profitto comune. L'indagato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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Custodia cautelare domiciliare: la casa dello spaccio familiare
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia cautelare domiciliare nei confronti di una donna accusata di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. La difesa contestava la mancanza di gravi indizi e l'attualità delle esigenze cautelari, sostenendo che il gruppo criminale avesse smesso di operare. I giudici hanno respinto il ricorso, evidenziando che l'indagata metteva stabilmente a disposizione la propria abitazione per nascondere la droga gestita dai figli. Inoltre, la Corte ha chiarito che la prova dell'accordo associativo può derivare da comportamenti concreti (facta concludentia) e che i carichi pendenti per reati successivi dimostrano la pericolosità sociale e l'attualità del pericolo di recidiva, giustificando pienamente la misura restrittiva. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Riparazione per ingiusta detenzione: no se il reato è prescritto
Una cittadina, dopo aver subito trentatré giorni di arresti domiciliari, viene assolta dall'accusa principale, mentre un secondo reato si estingue per prescrizione. La Corte d'appello le riconosce la riparazione per ingiusta detenzione. Il Ministero dell'Economia e delle Finanze ricorre in Cassazione, contestando la mancata valutazione dell'effetto della prescrizione e della condotta della donna. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del Ministero, stabilendo che la prescrizione del reato esclude, di regola, il diritto all'indennizzo, salvo eccezioni specifiche. Inoltre, il giudice di merito deve valutare se il comportamento della persona, anche per colpa lieve, abbia contribuito all'arresto o possa ridurre l'indennizzo. La sentenza viene annullata con rinvio.
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Ingiusta detenzione: l’assoluzione non basta se c’è imprudenza
Il caso riguarda la richiesta di riparazione per ingiusta detenzione presentata da un cittadino sottoposto a custodia cautelare per reati di droga. Successivamente, il reato di detenzione di stupefacenti si è estinto per prescrizione, mentre per l'accusa di associazione a delinquere l'indagato è stato assolto per non aver commesso il fatto. La Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta di indennizzo. I giudici hanno chiarito che la prescrizione non dà diritto alla riparazione. Inoltre, l'assoluzione dall'accusa associativa non cancella la rilevanza di condotte imprudenti accertate tramite intercettazioni. Tali comportamenti, seppur penalmente irrilevanti, costituiscono una colpa grave che esclude il diritto al risarcimento.
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Sospensione termini custodia cautelare: arresti ancora validi
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un indagato per tentato omicidio, confermando la validita della sua custodia cautelare agli arresti domiciliari. Il giudice di primo grado aveva dichiarato la fine della misura per scadenza dei termini, ma il Tribunale del Riesame ha ribaltato la decisione. La Cassazione ha chiarito che, durante l'emergenza sanitaria, la sospensione termini custodia cautelare prevista dal Decreto Cura Italia (D.L. 18/2020) si applica automaticamente anche nella fase delle indagini preliminari. Per evitare tale sospensione e far correre i termini, la difesa avrebbe dovuto presentare una formale e specifica richiesta di procedere al Pubblico Ministero, titolare delle indagini. Non avendolo fatto, i termini di custodia sono rimasti congelati e non sono scaduti.
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Contestazioni a catena: la Cassazione nega la retrodatazione
L'Imputato, già detenuto dal 2017 per associazione mafiosa legata a un primo gruppo criminale, riceveva nel 2020 una seconda misura cautelare per la partecipazione a un secondo clan. L'Imputato chiedeva la retrodatazione dei termini di custodia, lamentando un'ipotesi di contestazioni a catena. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che non vi era una connessione qualificata tra le due condotte associative, trattandosi di sodalizi diversi e contrapposti. Inoltre, gli elementi di prova relativi alla seconda associazione erano stati acquisiti e compresi dagli inquirenti solo dopo il rinvio a giudizio per il primo reato, escludendo così qualsiasi intento dilatorio o abusivo da parte dell'accusa. Di conseguenza, l'Imputato resta in custodia e deve pagare le spese processuali.
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Misure di prevenzione: pericolosità sociale e limiti di ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da un cittadino contro l'applicazione della sorveglianza speciale per tre anni con divieto di soggiorno. Il ricorrente lamentava la mancanza di motivazione sull'attualità della sua pericolosità sociale. I giudici hanno chiarito che, in tema di misure di prevenzione, il ricorso in Cassazione è limitato alla sola violazione di legge, categoria che esclude i semplici vizi di illogicità della motivazione. Nel caso di specie, la decisione precedente era ampiamente motivata sulla base di gravi precedenti penali, tra cui un tentato omicidio e legami con la criminalità organizzata. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la validità del provvedimento, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reimpiego di denaro illecito: no al carcere se incensurati
Il Tribunale di Torino applicava la custodia in carcere a un'indagata per aver messo la propria attività commerciale a disposizione di un terzo, il quale vi aveva investito proventi illeciti da narcotraffico. La difesa ricorreva contestando l'imputazione. La Corte di Cassazione chiarisce che il terzo estraneo al reato presupposto non risponde di concorso in autoriciclaggio, bensì del reato di reimpiego di denaro illecito. Tuttavia, i giudici accolgono il ricorso sulla misura cautelare: esclusa l'aggravante mafiosa ed essendo l'indagata incensurata e coinvolta in un singolo episodio, la custodia in carcere risulta sproporzionata. La Cassazione annulla l'ordinanza con rinvio per una nuova valutazione della misura.
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Autoriciclaggio: orologi di lusso tra commercio e soldi mafiosi
Il caso riguarda un indagato accusato di autoriciclaggio per aver reinvestito denaro, proveniente dall'associazione mafiosa di appartenenza, nell'acquisto e nella vendita di orologi di lusso. La difesa sosteneva che non vi fosse prova del reato presupposto e che l'autoriciclaggio non potesse concorrere con il reato associativo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che per l'autoriciclaggio non serve una condanna definitiva per il reato presupposto, essendo sufficiente un accertamento incidentale. Inoltre, ha confermato che il reato di autoriciclaggio concorre con quello di associazione mafiosa, poiché la legge non prevede una clausola di riserva. Infine, l'attività di ostacolo non deve rendere impossibile rintracciare i fondi, ma è sufficiente che renda più difficili le indagini, come avvenuto tramite l'uso di contanti e prestanome.
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Riparazione per ingiusta detenzione: il patteggiamento la esclude
L'Indagato, sottoposto agli arresti domiciliari per tentata rapina, ha presentato ricorso in Cassazione contro la misura cautelare. Nel frattempo, il Giudice per le indagini preliminari ha revocato la misura poiché l'indagato ha richiesto il patteggiamento con il consenso del Pubblico Ministero. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile per carenza di interesse. I giudici hanno chiarito che la scelta del patteggiamento è incompatibile con la volontà di contestare la gravità degli indizi. Di conseguenza, viene meno anche il presupposto per richiedere la successiva riparazione per ingiusta detenzione, rendendo inutile l'esame del ricorso sulla misura cautelare ormai revocata.
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Gravi indizi di colpevolezza: nullo il carcere senza prove certe
Il Tribunale del Riesame di Catania aveva confermato la custodia cautelare in carcere nei confronti di un indagato per associazione mafiosa. L'indagato ha proposto ricorso per Cassazione lamentando la carenza di motivazione sulla sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, evidenziando che i giudici del riesame si erano basati in modo acritico sulle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia e su intercettazioni prive di un reale riscontro individualizzante e di un'autonoma valutazione logica. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato l'ordinanza impugnata, rinviando gli atti al Tribunale di Catania per un nuovo esame che valuti correttamente i presupposti cautelari.
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Tentato autoriciclaggio: la rinuncia cancella le accuse
Due indagati ricorrono in Cassazione contro la custodia cautelare. Le accuse riguardano l'associazione mafiosa e il tentato autoriciclaggio per l'acquisto di un deposito carburanti con fondi illeciti. La Cassazione accoglie i ricorsi sul tentato autoriciclaggio. I giudici chiariscono che non esiste autoriciclaggio se il reato presupposto non si è ancora consumato e non ha prodotto profitti. Inoltre, l'abbandono di una trattativa per mancanza di convenienza economica può configurare una desistenza volontaria non punibile. La Corte annulla l'ordinanza con rinvio per una nuova valutazione su questi punti.
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Riparazione per ingiusta detenzione: assoluzione contro colpa grave
Il Ricorrente, assolto con formula piena dall'accusa di associazione per delinquere finalizzata all'accattonaggio forzato, ha richiesto la riparazione per ingiusta detenzione per il periodo trascorso in carcere. La Corte d'Appello ha respinto la richiesta, ravvisando una colpa grave del soggetto dovuta a frequentazioni ambigue emerse dalle intercettazioni. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione, stabilendo che i giudici di merito non possono limitarsi a richiami generici agli atti d'indagine. È necessaria una valutazione autonoma e dettagliata per dimostrare che la condotta del richiedente abbia effettivamente tratto in inganno gli inquirenti, giustificando la perdita dell'indennizzo.
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Custodia cautelare in carcere: dai domiciliari alla cella
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un uomo accusato di associazione finalizzata al narcotraffico, confermando la misura della custodia cautelare in carcere in sostituzione degli arresti domiciliari. La difesa sosteneva che i termini massimi della misura fossero scaduti e che non vi fossero esigenze cautelari attuali. I giudici hanno chiarito che la sospensione dei termini di custodia ha natura oggettiva e si applica anche a chi si trova temporaneamente in stato di libertà. Inoltre, la gravità del reato associativo e il ruolo di vertice dell'indagato fanno scattare la presunzione di adeguatezza della custodia in carcere, non superata dagli elementi difensivi, specialmente a fronte di indagini che dimostravano la continuazione dell'attività illecita dalla propria abitazione con la collaborazione della moglie.
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Aggravamento misura cautelare: tra carcere automatico e cumulo
Il Procuratore Generale ha impugnato l'ordinanza che annullava il divieto di espatrio applicato a un indagato per traffico di droga. L'indagato, scarcerato per decorrenza dei termini, era sottoposto all'obbligo di firma, prescrizione che aveva violato. Il Tribunale del Riesame riteneva che, in caso di violazione delle misure post-scarcerazione, l'unica opzione fosse il ripristino della custodia in carcere, escludendo l'applicazione cumulativa di altre misure meno gravi. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Procuratore, stabilendo che l'aggravamento misura cautelare tramite cumulo di misure non custodiali (obbligo di firma e divieto di espatrio) è legittimo e rispetta i principi di adeguatezza e proporzionalità, evitando l'automatica e sproporzionata applicazione del carcere. La decisione è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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