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408 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Credito d’imposta: quando la prova spetta a te
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di una contribuente relativo a un credito d'imposta disconosciuto dall'Agenzia delle Entrate. La Corte ha confermato che, a seguito di un controllo automatizzato, il recupero dell'imposta era legittimo poiché la contribuente non ha fornito la prova dell'effettiva esistenza e disponibilità del credito, che risultava già utilizzato per compensare altri debiti.
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Credito IVA e dichiarazione omessa: la Cassazione
Un contribuente utilizzava un credito IVA derivante da una dichiarazione presentata con un lieve ritardo, considerata quindi omessa. L'Agenzia delle Entrate emetteva una cartella di pagamento tramite controllo automatizzato. La Corte di Cassazione, pur ritenendo legittima la procedura di recupero, ha stabilito che il giudice di merito ha il dovere di valutare l'esistenza sostanziale del credito IVA. Il diritto alla detrazione, infatti, prevale sul vizio formale della tardiva presentazione della dichiarazione, in virtù del principio di neutralità dell'IVA. La causa è stata rinviata per un esame nel merito.
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Onere probatorio credito Iva: Cassazione e ratio decidendi
Un contribuente si oppone a una cartella di pagamento per un credito IVA non riconosciuto. La Cassazione rigetta il ricorso, sottolineando che l'appello deve contestare validamente tutte le motivazioni autonome (rationes decidendi) della sentenza impugnata. In questo caso, la mancata corretta contestazione della carenza di prova sull'esistenza del credito (onere probatorio credito Iva) ha reso inammissibile l'intero ricorso, confermando la pretesa fiscale.
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Controllo automatizzato: credito da omessa dichiarazione
La Corte di Cassazione chiarisce che l'Agenzia delle Entrate può legittimamente utilizzare la procedura di controllo automatizzato per disconoscere un credito d'imposta riportato in una dichiarazione, se questo deriva da una dichiarazione precedente omessa. L'ordinanza stabilisce che non è necessario un avviso di accertamento, ma il contribuente conserva il diritto di dimostrare l'effettiva esistenza del credito con idonea documentazione.
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Credito d’imposta: la forma non batte la sostanza
Un contribuente si è visto negare la compensazione di un credito d'imposta per la mancata presentazione del modello F24. La Corte di Cassazione ha accolto il suo ricorso, stabilendo che un'omissione formale non può annullare un diritto sostanziale, se il credito è effettivamente esistente. La Corte ha rinviato il caso al giudice di secondo grado per una nuova valutazione basata su questo principio.
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Dichiarazione integrativa a favore: quando è ammessa?
La Corte di Cassazione ha stabilito che un contribuente può correggere la propria dichiarazione dei redditi, anche a distanza di anni, per usufruire di un'agevolazione fiscale a cui aveva diritto. Il caso riguardava una società che, a causa di incertezza normativa, aveva presentato una dichiarazione integrativa per un investimento ambientale del 2010 solo nel 2013. La Corte ha chiarito che il diritto all'agevolazione sorge al momento dell'investimento e non è pregiudicato dalla successiva abrogazione della norma. Inoltre, ha ribadito che la dichiarazione dei redditi è sempre emendabile per correggere errori, e tale diritto può essere fatto valere anche in sede di contenzioso contro la pretesa del Fisco.
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Cartella di pagamento: i motivi di ricorso in Cassazione
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di una società contro una cartella di pagamento emessa a seguito di controllo automatizzato. La sentenza chiarisce i rigidi limiti per l'impugnazione in Cassazione, specialmente per i vizi di motivazione, e ribadisce che l'omesso invio dell'avviso bonario non invalida la cartella quando non sussistono incertezze interpretative.
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Errore in dichiarazione: come correggerlo in giudizio
La Corte di Cassazione ha stabilito che un contribuente può correggere un errore materiale commesso nella propria dichiarazione IVA direttamente impugnando la cartella di pagamento, senza dover necessariamente presentare un'istanza di rimborso. Il caso riguardava una società che, per un errore di compilazione, aveva indicato di volersi adeguare agli studi di settore, ricevendo una cartella di pagamento basata su tale dato errato. La Suprema Corte ha affermato il principio generale secondo cui il contribuente ha sempre il diritto di emendare la propria dichiarazione per far valere la pretesa tributaria effettiva, annullando la decisione della Commissione Tributaria Regionale che negava tale possibilità.
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