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Circostanze Attenuanti Generiche — Anno 2023

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1587 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Circostanze Attenuanti Generiche

Provvedimenti

Concordato in appello: inutile ricorrere contro la propria pena
L'Imputato, condannato per rapina, propone ricorso per Cassazione contestando l'eccessività della pena e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. Tuttavia, la sanzione era stata stabilita tramite un concordato in appello, ossia un accordo sulla pena tra difesa e accusa. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che, in caso di concordato in appello, il ricorso è ammesso solo per vizi della volontà, mancanza di consenso del pubblico ministero o difformità della sentenza rispetto all'accordo. Non è possibile contestare l'entità di una pena liberamente concordata, a meno che non sia illegale. L'Imputato perde il ricorso ed è condannato a pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Tentata estorsione: condanna confermata anche dopo le scuse
Due soggetti sono stati condannati per il reato di tentata estorsione aggravata in concorso ai danni del titolare di una discoteca. I due avevano intimato alla vittima di assumere quattro addetti alla sicurezza, affermando che si trattava di un ordine proveniente dal carcere. Nonostante il rifiuto della vittima e le successive scuse di uno dei colpevoli, la Corte di Cassazione ha confermato la condanna. I giudici hanno chiarito che la tentata estorsione si configura anche se la vittima non si lascia intimorire, purché la minaccia sia oggettivamente idonea a condizionarla. Inoltre, le scuse successive non integrano la desistenza volontaria né il recesso attivo, poiché la richiesta estorsiva era già stata formulata e il reato non si è consumato solo per il fermo rifiuto del titolare del locale. I ricorsi sono stati dichiarati inammissibili.
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Concorso nel reato di estorsione: condannato anche chi tace
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per estorsione e rapina. L'Imputata aveva minacciato la vittima con una pistola per sottrarle un Rolex, mentre il Coimputato aveva partecipato attivamente alle pressioni psicologiche. La Suprema Corte ha confermato la responsabilità di quest'ultimo per il concorso nel reato di estorsione, stabilendo che la semplice presenza non casuale sul luogo del delitto è sufficiente a configurare la complicità se rafforza l'intento criminoso del complice o intimidisce la vittima. Di conseguenza, i giudici hanno confermato le condanne precedenti e inflitto una sanzione pecuniaria ai ricorrenti.
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Determinazione della pena: sfasciacarrozze abusivo condannato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per ricettazione in concorso. Il primo, gestore di fatto di uno sfasciacarrozze abusivo dedito alla cannibalizzazione di auto rubate, contestava l'eccessivit della sanzione. Il secondo chiedeva una riduzione maggiore della pena. La Suprema Corte ha confermato la correttezza delle decisioni precedenti, ribadendo che la determinazione della pena spetta alla discrezionalit del giudice di merito. Quando la sanzione inflitta vicina al minimo edittale, l'obbligo di motivazione del giudice attenuato, essendo sufficiente definire la sanzione come congrua o equa. Di conseguenza, i ricorsi sono stati rigettati con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Ricettazione di telefono cellulare: fedina sporca, zero sconti
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di ricettazione di telefono cellulare a carico di un soggetto trovato in possesso di un dispositivo di provenienza illecita. L'imputato aveva proposto ricorso contestando la propria identificazione da parte delle forze dell'ordine e il diniego delle circostanze attenuanti generiche. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso inammissibile. La prima contestazione è stata ritenuta del tutto generica, in quanto smentita dalle precise dichiarazioni dell'agente di polizia che aveva effettuato il controllo. La richiesta di riduzione della pena è stata respinta a causa dei numerosi precedenti penali dell'uomo, che ne delineano una personalità negativa. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Detenzione ai fini di spaccio: la casa condanna la convivente
Tre imputati sono stati condannati per detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. La polizia ha rinvenuto nell'abitazione di due di essi circa 150 dosi di cocaina, strumenti di confezionamento, appunti contabili e un sistema di videosorveglianza. La difesa sosteneva l'uso personale e l'estraneità della convivente. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi, confermando le condanne a quattro anni di reclusione e 18.000 euro di multa ciascuno. I giudici hanno chiarito che la stabilità dell'attività illecita, unita alla presenza di strumenti di spaccio nella casa comune, dimostra la consapevole partecipazione della convivente. Inoltre, la Cassazione non può rivalutare le prove se la motivazione dei giudici di merito è logica e coerente.
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Concordato in appello: l’accordo esclude sconti successivi
L'Imputato ha concordato la pena in secondo grado tramite l'istituto del concordato in appello. Successivamente, il suo difensore ha presentato ricorso in Cassazione lamentando la mancata concessione delle attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, dopo un concordato in appello, il ricorso per cassazione è limitato solo a vizi sulla formazione della volontà, sul consenso del pubblico ministero o sulla illegalità della pena. Non è possibile contestare la mancata concessione delle attenuanti generiche o la misura della pena concordata. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Tentato omicidio: la finta legittima difesa non evita la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, condannato per il reato di tentato omicidio. L'uomo aveva sferrato molteplici coltellate in zone vitali della vittima, sostenendo poi la tesi della legittima difesa. I giudici hanno respinto questa ricostruzione, ritenendola smentita dalla gravità delle ferite e dal comportamento successivo dell'aggressore. La Suprema Corte ha confermato la qualificazione del fatto come tentato omicidio, evidenziando l'intenzione letale interrotta solo dall'intervento di un terzo. Inoltre, il ricorso è stato giudicato inammissibile per violazione del principio di autosufficienza, non avendo il ricorrente allegato gli atti a supporto della propria tesi, e per la corretta esclusione delle attenuanti generiche dovuta all'efferatezza dell'aggressione. L'Imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di evasione: perché il ricorso sulla pena è inutile
Il Ricorrente, condannato per il reato di evasione, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata concessione delle attenuanti generiche e l'eccessività della pena applicata. La Suprema Corte ha rilevato che le attenuanti erano già state concesse in primo grado ed erano state bilanciate con la recidiva contestata. I giudici hanno chiarito che la determinazione della pena rientra nella discrezionalità del giudice di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità se adeguatamente motivata. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di evasione: la prescrizione non salva il ricorso generico
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un'imputata condannata per il reato di evasione. I giudici hanno ritenuto generici i motivi di impugnazione e corretta la decisione della Corte d'appello di negare le circostanze attenuanti generiche, a causa dei numerosi precedenti penali della donna che dimostrano una spiccata propensione a delinquere. La Suprema Corte ha inoltre chiarito che la prescrizione del reato, intervenuta dopo la sentenza d'appello, non può essere applicata se il ricorso è inammissibile, poiché l'atto non è idoneo a instaurare un regolare giudizio. Di conseguenza, l'imputata è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Uso di atto falso: la patente è finta ma la condanna è vera
L'Imputato è stato condannato alla pena di dieci mesi di reclusione per il reato di uso di atto falso, dopo essere stato trovato in possesso di una patente di guida senegalese contraffatta. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando l'irregolarità della notifica dell'atto di citazione in appello, la mancanza di dolo e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'eventuale vizio di notifica costituisce una nullità a regime intermedio, sanata se non eccepita tempestivamente in udienza. Inoltre, le contestazioni sul dolo non possono essere sollevate per la prima volta in sede di legittimità, e il diniego delle attenuanti generiche è legittimo in assenza di elementi positivi di valutazione. L'Imputato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Tentata estorsione o recupero crediti? Il confine della violenza
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di due soggetti condannati per tentata estorsione. I ricorrenti avevano aggredito e minacciato le vittime per costringerle a pagare un debito dovuto a un terzo soggetto. La difesa chiedeva di riqualificare il fatto in violenza privata e di concedere le attenuanti generiche. La Suprema Corte ha confermato la condanna, stabilendo che l'uso della forza per riscuotere un credito altrui, pretendendo una somma non dovuta direttamente a loro, configura il reato di tentata estorsione e non quello di violenza privata. I condannati dovranno pagare le spese processuali e risarcire le parti civili.
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Indebito utilizzo di carte di pagamento: la povertà non scusa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, confermando la condanna per furto e indebito utilizzo di carte di pagamento. L'uomo era stato identificato grazie al riconoscimento di alcune vittime, alle riprese video della sua auto, al ritrovamento degli indumenti usati per i reati e ai dati dei tabulati telefonici che lo collocavano sul luogo dei fatti. La difesa contestava la valutazione delle prove e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche legate allo stato di povertà. I giudici hanno chiarito che in Cassazione non si può richiedere una nuova valutazione dei fatti già accertati nei gradi precedenti. Inoltre, lo stato di indigenza non giustifica la concessione delle attenuanti in assenza di elementi positivi. L'Imputato perde la causa e viene condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: l’accordo sulla pena blocca la Cassazione
Due imputati, condannati per tentata rapina aggravata, concordano la pena in secondo grado tramite il concordato in appello. Successivamente, propongono ricorso per Cassazione contestando il mancato proscioglimento e il bilanciamento delle attenuanti. La Suprema Corte dichiara i ricorsi inammissibili. I giudici chiariscono che il concordato in appello costituisce un accordo vincolante che preclude la possibilità di sollevare successive contestazioni in sede di legittimità, salvo il caso di pena illegale. Di conseguenza, i ricorrenti perdono la causa e vengono condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria alla Cassa delle Ammende.
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Prescrizione del reato: addio condanna ma la patente rischia
Il Conducente era stato condannato in appello per il rifiuto di sottoporsi all'alcoltest. Contro la sentenza, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando, tra l'altro, la mancanza di motivazione sulla determinazione della pena e sul diniego delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha ritenuto questo motivo non manifestamente infondato, consentendo così l'esame del ricorso. Poiché nel frattempo era decorso il termine massimo di tempo consentito dalla legge, la Corte ha dichiarato la prescrizione del reato. Di conseguenza, i giudici hanno annullato senza rinvio la condanna penale, disponendo la trasmissione degli atti al Prefetto per i provvedimenti sulla patente.
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Circostanze attenuanti generiche: perché l’incensuratezza non basta
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per spaccio di cocaina. L'imputato lamentava la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche. I giudici hanno chiarito che la concessione di tali attenuanti non costituisce un diritto automatico derivante dalla semplice assenza di elementi negativi o dall'incensuratezza. Al contrario, richiede la presenza di elementi positivi che giustifichino un trattamento di favore. Nel caso specifico, la gravità dell'attività di spaccio, protratta per sei mesi con la vendita di almeno 130 dosi di cocaina, esclude qualsiasi riduzione di pena. Di conseguenza, il ricorrente perde il ricorso e viene condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio organizzato: no alle circostanze attenuanti generiche
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, condannato per spaccio continuato di sostanze stupefacenti. L'Imputato lamentava il mancato riconoscimento della lieve entità del fatto e delle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito, evidenziando che l'attività di spaccio era stabile, organizzata e non occasionale, con il reclutamento di collaboratori all'estero e la disponibilità di ingenti quantitativi di droga. Il diniego delle circostanze attenuanti generiche è stato ritenuto legittimo poiché l'imputato non ha mostrato elementi positivi di condotta, limitandosi a una confessione parziale volta a proteggere i complici. L'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Alimenti in cattivo stato di conservazione: vendita o smaltimento?
Il Titolare della Pescheria è stato condannato a un'ammenda di cinquemila euro per il reato di detenzione di alimenti in cattivo stato di conservazione. Il commerciante ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che la merce sequestrata non fosse destinata alla vendita ma allo smaltimento, e lamentando la mancata concessione delle attenuanti generiche e l'eccessività della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di legittimità. Inoltre, la pena inflitta era inferiore alla media edittale, escludendo l'obbligo di una motivazione dettagliata, e la concessione delle attenuanti richiede elementi positivi non dimostrati dal ricorrente. Il commerciante perde la causa e deve pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Determinazione della pena: sconti negati ai condannati
Tre condannati per estorsione e spaccio di stupefacenti hanno proposto ricorso in Cassazione contestando la determinazione della pena. Gli imputati lamentavano la mancata concessione delle attenuanti generiche prevalenti e l'eccessivo aumento per il reato continuato. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno chiarito che l'obbligo di motivazione sulla determinazione della pena si attenua notevolmente quando la sanzione inflitta è vicina al minimo edittale o inferiore alla media. Una motivazione dettagliata è necessaria solo se il giudice si discosta significativamente dal minimo. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Circostanze attenuanti generiche: fedina penale sporca e diniego
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per spaccio di sostanze stupefacenti. I ricorrenti lamentavano il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte ha ribadito che la concessione delle circostanze attenuanti generiche non è un diritto automatico derivante dalla semplice assenza di elementi negativi, ma richiede la presenza di elementi positivi di valutazione. Nel caso di specie, i giudici di merito hanno legittimamente negato il beneficio basandosi sui plurimi precedenti penali specifici dei condannati e sul loro stabile coinvolgimento nel traffico di droga. Di conseguenza, i ricorsi sono stati respinti con condanna alle spese e al versamento di una somma alla Cassa delle ammende.
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