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Azione Revocatoria

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1250 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Azione revocatoria: la vendita tra coniugi non salva la casa
Un istituto di credito ha promosso un'azione revocatoria per dichiarare inefficace la vendita di un immobile effettuata da un garante a favore della propria moglie. Il garante sosteneva che il suo debito non fosse ancora sorto al momento della vendita e che la garanzia prestata fosse una semplice fideiussione ormai estinta, e non un contratto autonomo di garanzia. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dei coniugi. I giudici hanno chiarito che la qualificazione del contratto spetta esclusivamente al giudice di merito e che anche un credito contestato legittima l'azione revocatoria. Di conseguenza, la vendita dell'immobile rimane inefficace nei confronti della banca, e i ricorrenti sono stati condannati a pagare le spese di giudizio.
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Improcedibilità del ricorso per cassazione: forma batte sostanza
Un Istituto Bancario ottiene la revoca di una compravendita e di una permuta immobiliare effettuate da due genitori a favore della Figlia, per tutelare il proprio credito. La Figlia impugna la decisione, ma la Corte di Cassazione dichiara l'improcedibilità del ricorso per cassazione. La ricorrente, infatti, non ha depositato la relata di notifica della sentenza d'appello entro il termine perentorio di venti giorni dal deposito del ricorso, come richiesto dall'articolo 369 del codice di procedura civile. Poiché la notifica del ricorso è avvenuta oltre i sessanta giorni dalla pubblicazione della sentenza, i giudici non hanno potuto verificare la tempestività dell'impugnazione. Di conseguenza, la Figlia perde definitivamente la causa e viene condannata a pagare le spese processuali.
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Debito da 24 milioni: improcedibilità del ricorso per cassazione
L'Agente della Riscossione ha promosso un'azione revocatoria contro la Società Debitrice e la Società Ricevente per dichiarare inefficace il conferimento di un ramo d'azienda, volto a sottrarre beni alla riscossione di un debito fiscale di 24 milioni di euro. I giudici di merito hanno accolto la domanda. La Società Ricevente ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato l'improcedibilità del ricorso per cassazione. La decisione si fonda sul fatto che la copia digitale della sentenza d'appello depositata dalla ricorrente era priva dell'attestazione di cancelleria riguardante la data e il numero di avvenuta pubblicazione. Tali elementi sono indispensabili per verificare la tempestività dell'impugnazione, e la loro mancanza non può essere sanata da una semplice attestazione di conformità del difensore.
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Azione revocatoria fondo patrimoniale: creditori contro coniugi
La Corte di Cassazione ha confermato l'inefficacia della costituzione di un fondo patrimoniale operata da un ex amministratore e da sua moglie. La Curatela Fallimentare ha promosso un'azione revocatoria fondo patrimoniale per tutelare il proprio credito derivante da un'azione di responsabilità. I giudici hanno accertato che il fondo svuotava il patrimonio immobiliare del debitore, impedendo il soddisfacimento dei creditori. Inoltre, la Corte ha ribadito che il coniuge non debitore è un litisconsorte necessario nel giudizio, poiché comproprietario o comunque beneficiario dei frutti del fondo destinati alla famiglia. Con questa decisione, il ricorso dei coniugi è stato rigettato, confermando la revoca del fondo e condannandoli al pagamento delle spese legali.
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Azione revocatoria: la casa all’ex moglie non salva il debitore
La Corte di Cassazione ha confermato la revoca del trasferimento di una quota immobiliare effettuato da un debitore in favore dell'ex moglie durante la separazione coniugale. Il debitore, che aveva garantito i debiti di alcune società con una fideiussione, aveva ceduto la propria quota della casa coniugale. La Banca ha promosso un'azione revocatoria per rendere inefficace tale cessione. I coniugi si sono difesi sostenendo che l'atto fosse un adempimento degli accordi di separazione e che l'immobile fosse già protetto da un fondo patrimoniale. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso dei coniugi, stabilendo che il trasferimento immobiliare in sede di separazione, se privo di una reale funzione compensativa, è un atto gratuito. Di conseguenza, per renderlo inefficace è sufficiente la semplice consapevolezza del debitore di danneggiare il creditore.
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Azione revocatoria ordinaria e quote: decide il giudice speciale
I Creditori hanno promosso un'azione revocatoria ordinaria e di simulazione contro il Debitore, i suoi Familiari e le Società di Famiglia. L'obiettivo era dichiarare inefficaci il conferimento di immobili per un aumento di capitale e la successiva cessione di quote societarie, atti ritenuti pregiudizievoli per il recupero dei crediti. Il Debitore ha contestato la competenza della Sezione Specializzata per le Imprese. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Debitore, confermando che la competenza si determina a priori sulla base della domanda iniziale. Le azioni di simulazione e revocatoria su quote e aumenti di capitale incidono direttamente sugli assetti societari, giustificando la competenza del giudice specializzato per attrazione.
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Azione revocatoria ordinaria: stop alle vendite ai parenti
Una debitrice ha trasferito l'intero patrimonio immobiliare al fratello e alla cognata per estinguere un presunto debito, tramite un accordo preventivo nullo per violazione del divieto di patto commissorio. I creditori hanno promosso un'azione revocatoria ordinaria per rendere inefficace la vendita. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della debitrice, confermando la revoca del trasferimento. La Corte ha chiarito che la vendita dell'intero patrimonio configura la consapevolezza del danno in re ipsa (implicita). Inoltre, lo stretto vincolo di parentela fa presumere la complicità dei terzi acquirenti, escludendo l'esenzione per l'adempimento di debiti scaduti, poiché la cessione dei beni non era l'unico mezzo per pagare.
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Azione revocatoria ordinaria: cade lo scudo del fondo familiare
Due coniugi, dopo aver prestato una fideiussione a favore di una società poi fallita, costituiscono un fondo patrimoniale per proteggere i propri beni dai creditori. La società finanziaria, subentrata nel credito, promuove un'azione revocatoria ordinaria per rendere inefficace il fondo. La Corte d'Appello accoglie la domanda della finanziaria, dichiarando inefficace il fondo patrimoniale. I coniugi ricorrono in Cassazione contestando la legittimazione della finanziaria e la validità della firma della moglie sulla fideiussione. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile: i motivi di contestazione sulla cessione del credito e sulla rappresentanza non sono stati sollevati correttamente nei precedenti gradi. I ricorrenti perdono definitivamente la causa e sono condannati a pagare le spese di giudizio.
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Azione revocatoria: la svendita ai parenti non salva i beni
Una società edile, subito dopo la messa in liquidazione, vendeva in blocco tredici immobili a un'azienda terza amministrata dal cugino del proprio amministratore, a un prezzo palesemente inferiore al valore di mercato. A seguito del fallimento della venditrice, la curatela fallimentare esercitava l'azione revocatoria per dichiarare inefficace il trasferimento. Il Tribunale e la Corte d'Appello accoglievano la domanda, rilevando il danno per i creditori e la consapevolezza della sproporzione del prezzo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'acquirente, confermando in via definitiva l'inefficacia della vendita. L'acquirente perde la proprietà dei beni ed è condannato a pagare le spese di giudizio.
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Deposito della relata di notifica: l’errore che costa la causa
La Curatela Fallimentare ha ottenuto la revoca della vendita di quattro immobili, acquistati prima dall'amministratore e poi da un terzo acquirente. Quest'ultimo ha impugnato la decisione, ma la Corte d'Appello ha dichiarato il gravame tardivo. Il terzo ha quindi proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso improcedibile per il mancato deposito della relata di notifica della sentenza impugnata, adempimento richiesto a pena di improcedibilità dall'articolo 369 del codice di procedura civile. Tale omissione impedisce ai giudici di verificare la tempestività del ricorso entro il termine breve. Di conseguenza, il terzo acquirente perde definitivamente la causa ed è condannato a pagare le spese processuali e il doppio del contributo unificato.
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Fondo patrimoniale: lo scudo familiare cede davanti al fallimento
Due coniugi costituiscono un fondo patrimoniale per tutelare i beni immobili di famiglia. Successivamente, uno dei due coniugi viene dichiarato fallito e la curatela fallimentare promuove un'azione revocatoria per dichiarare inefficace la costituzione del fondo. I giudici di merito accolgono la domanda della curatela. La Corte di Cassazione conferma la decisione, dichiarando inammissibile il ricorso dei coniugi. La Corte chiarisce che il fondo patrimoniale non protegge i beni se i debiti, anche se derivanti da attività d'impresa, sono stati contratti per il mantenimento e lo sviluppo della famiglia. Inoltre, trattandosi di un atto a titolo gratuito, non è necessaria la prova della consapevolezza dello stato di insolvenza. Vince la curatela fallimentare.
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Sottrazione fraudolenta: condannata la famiglia che svuota i beni
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per i membri di una famiglia accusati di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte. Gli imputati avevano ideato un complesso schema per sottrarre i propri immobili al Fisco: prima costituendo un fondo patrimoniale, poi stipulando contratti preliminari simulati con una società fittizia gestita dalla figlia, e infine avviando una causa civile per trasferire forzatamente la proprietà. La Suprema Corte ha stabilito che, in presenza di una pluralità di atti coordinati, il reato si consuma con il compimento dell'ultimo atto fraudolento (la causa civile del 2015), escludendo così la prescrizione. I ricorsi sono stati dichiarati inammissibili.
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Azione revocatoria e scissione: scontro sulla competenza
Tre curatele fallimentari hanno promosso un'azione revocatoria contro un atto di scissione societaria. Il Tribunale ordinario e la Sezione specializzata in materia di impresa si sono scontrati sulla competenza a decidere. La prima sezione civile della Cassazione, rilevando un forte contrasto giurisprudenziale, ha rimesso la questione alle Sezioni Unite. Si deve stabilire se l'azione revocatoria di una scissione societaria rientri tra le materie di competenza del Tribunale delle Imprese o se spetti al giudice ordinario, dato che l'azione mira solo a dichiarare l'inefficacia relativa dell'atto verso i creditori senza toccare la validità della scissione stessa.
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Azione revocatoria ordinaria: azioni societarie contro fisco
L'Agente della Riscossione ha promosso un'azione revocatoria ordinaria contro la Società Debitrice, la quale aveva ceduto il proprio ramo d'azienda a una Nuova Società gestita dallo stesso amministratore, ricevendo in cambio delle azioni. La Società Debitrice contestava l'esistenza del debito fiscale, ritenendolo non definitivo. La Corte di Cassazione ha confermato l'inefficacia della cessione. I giudici hanno stabilito che anche un credito contestato (credito litigioso) legittima l'azione revocatoria ordinaria. Inoltre, lo scambio di beni materiali con azioni societarie riduce le garanzie del creditore, poiché le azioni sono titoli instabili e difficili da vendere rispetto ai beni aziendali originari. L'Agente della Riscossione vince definitivamente la causa.
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Azione revocatoria: donare la casa e tenere quote non basta
Un debitore ha donato alle figlie la nuda proprietà di un immobile, riservandosi il diritto di abitazione. La banca creditrice ha promosso un'azione revocatoria per dichiarare inefficace la donazione, ritenendo che l'atto riducesse le garanzie patrimoniali. Il debitore si è difeso sostenendo di possedere ancora quote societarie di valore superiore al debito. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del debitore, confermando l'inefficacia della donazione. I giudici hanno chiarito che, per l'azione revocatoria, il danno al creditore non richiede la perdita totale del patrimonio, ma basta una maggiore difficoltà nel recupero del credito. Le quote societarie, soggette a forti fluttuazioni di mercato e valutate in concreto molto meno del dichiarato, non offrivano le stesse garanzie di un immobile.
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Azione revocatoria ordinaria: casa ai genitori ma il debito resta
Un fideiussore, consapevole dei debiti della società da lui garantita, vendeva la nuda proprietà del proprio appartamento ai genitori. La banca creditrice avviava un'azione revocatoria ordinaria per rendere inefficace la vendita, sostenendo che l'atto pregiudicasse il recupero del credito. I giudici di merito accoglievano la domanda, ritenendo provata la consapevolezza del danno tramite presunzioni, come il vincolo di parentela. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, rigettando il ricorso del debitore. La Corte ha chiarito che l'eventus damni sussiste anche in presenza di un semplice pericolo di rendere più difficile la riscossione del credito. Inoltre, la vicinanza familiare costituisce un elemento grave e preciso per presumere la conoscenza del pregiudizio da parte dei terzi acquirenti.
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Azione revocatoria: come salvare il credito se il garante vende
Un creditore ha contestato la vendita di un capannone effettuata dal garante di un debito, ritenendola simulata o, in subordine, soggetta ad azione revocatoria per tutelare il proprio credito. Il Tribunale ha accolto la tesi della simulazione, ritenendo assorbita l'azione revocatoria. La Corte d'Appello ha ribaltato la decisione escludendo la simulazione e ritenendo che la revocatoria non fosse stata riproposta correttamente. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del creditore, stabilendo che la domanda assorbita era stata validamente riproposta attraverso l'esposizione complessiva contenuta negli atti difensivi, senza necessità di formule sacramentali. La sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo esame dell'azione revocatoria.
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Azione revocatoria fondo patrimoniale: l’errore che costa i beni
Una coppia di coniugi ha costituito un fondo patrimoniale per proteggere i propri immobili. I creditori, due istituti bancari, hanno promosso un'azione revocatoria fondo patrimoniale per dichiarare inefficace tale atto. Il Tribunale ha accolto la domanda delle banche. I debitori hanno proposto appello, ma la Corte d'Appello lo ha dichiarato inammissibile perché generico e non conforme alle nuove regole dell'art. 342 c.p.c. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso dei coniugi. La Suprema Corte ha ribadito che l'appello non è una semplice ripetizione delle difese di primo grado, ma richiede una critica specifica e mirata contro la sentenza impugnata. I debitori perdono definitivamente la causa e devono pagare le spese legali.
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Risarcimento danni da inadempimento: accordo violato senza danno
Un promissario acquirente stipula un contratto preliminare per l'acquisto di terreni agricoli. Il venditore si impegna a firmare i documenti necessari per far ottenere all'acquirente un finanziamento pubblico regionale, ma successivamente si rifiuta, chiedendo una somma extra. Nel frattempo, il venditore costituisce un fondo patrimoniale per proteggere i propri beni. L'acquirente agisce in giudizio chiedendo il risarcimento danni da inadempimento e la revoca del fondo patrimoniale. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso dell'acquirente. I giudici chiariscono che, per ottenere il risarcimento, non basta dimostrare l'inadempimento del venditore, ma occorre provare di aver effettivamente realizzato le opere finanziabili e che queste corrispondessero al progetto approvato. Senza la prova del danno reale, viene meno anche il credito che giustifica l'azione revocatoria contro il fondo patrimoniale.
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Soccombenza reciproca: chi vince parzialmente non paga le spese
Una creditrice, socia di una s.r.l., propone opposizione allo stato passivo del fallimento dell'acquirente di un immobile, chiedendo l'ammissione di un ingente credito derivante da un'azione revocatoria vinta. Il Tribunale accoglie la domanda solo per una minima parte, ma condanna l'opponente a pagare metà delle spese legali. La Corte di Cassazione, accogliendo il ricorso, stabilisce che in caso di accoglimento parziale della domanda si configura una soccombenza reciproca. Di conseguenza, la parte parzialmente vittoriosa non può mai essere condannata al pagamento delle spese processuali, che vanno invece interamente compensate tra le parti.
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