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Arresti Domiciliari

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852 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Sostituzione della misura cautelare: negati i domiciliari
L'Imputato, arrestato per detenzione di ingenti quantità di droga (cocaina, hashish e marijuana) e di una pistola con munizioni nella propria abitazione, ha richiesto la sostituzione della misura cautelare in carcere con gli arresti domiciliari. Il Tribunale del Riesame ha respinto la richiesta, decisione confermata dalla Corte di Cassazione. La Suprema Corte ha stabilito che la scelta di accedere a un rito alternativo, la riqualificazione del reato e il mero decorso del tempo non dimostrano un'effettiva attenuazione delle esigenze cautelari. Inoltre, la proposta di scontare la misura in un comune vicino a quello del reato non garantisce l'allontanamento dal contesto criminale, specialmente per reati commessi in ambito domestico. Di conseguenza, la Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la custodia in carcere.
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Sostituzione misura cautelare: il buon comportamento non basta
Un commercialista, condannato in primo grado per truffa aggravata legata a crediti d'imposta inesistenti, ha ottenuto la sostituzione misura cautelare dagli arresti domiciliari all'obbligo di firma. Il Tribunale aveva giustificato l'attenuazione con il buon comportamento, il decorso del tempo e la revoca del visto di conformità. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Procuratore della Repubblica, annullando il provvedimento. I giudici hanno chiarito che il rispetto degli obblighi domiciliari e il mero scorrere del tempo non dimostrano una riduzione del pericolo di reiterazione. Inoltre, la perdita del visto fiscale non impedisce al professionista di commettere reati simili, mantenendo egli l'accesso alla professione. Il caso torna al Tribunale per una nuova decisione.
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Arresti domiciliari e assoluta indigenza: no al lavoro dal figlio
Il Tribunale di Napoli ha respinto la richiesta di un uomo, sottoposto alla misura degli arresti domiciliari, di poter lavorare presso l'azienda del figlio. L'indagato ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo di trovarsi in uno stato di assoluta indigenza. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il presupposto dell'assoluta indigenza deve essere valutato con estremo rigore, considerando anche i redditi degli altri componenti del nucleo familiare. Nel caso specifico, il figlio del ricorrente è titolare di un'impresa solida e ha l'obbligo di sostenere il genitore. Di conseguenza, non sussistono i presupposti eccezionali per autorizzare l'attività lavorativa fuori dal domicilio. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Tentativo di rapina in villa: sventato il colpo, si va in carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto sottoposto a custodia in carcere per un pianificato assalto a una villa. La difesa sosteneva che l'intervento della polizia avesse bloccato l'azione prima della fase esecutiva, configurando solo atti preparatori non punibili. La Suprema Corte ha invece confermato la sussistenza del **tentativo di rapina**, poiché la banda aveva già effettuato sopralluoghi, reperito armi, passamontagna e veicoli, e si era riunita per colpire. Tali atti dimostravano un piano ormai definitivo e prossimo alla realizzazione. Inoltre, i giudici hanno ribadito che l'esclusione degli arresti domiciliari motivata dalla gravità del pericolo di recidiva comporta implicitamente il rifiuto del braccialetto elettronico. Il ricorrente perde il ricorso e resta in carcere, oltre a dover pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Lavoro contro custodia: no alla revoca degli arresti domiciliari
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato contro il diniego della revoca degli arresti domiciliari o dell'autorizzazione a lavorare. L'Imputato, accusato di resistenza a pubblico ufficiale e lesioni personali, sosteneva che la disponibilità di un lavoro e la condanna di primo grado attenuassero le esigenze cautelari. I giudici hanno chiarito che l'offerta di lavoro è irrilevante per mitigare il rischio di recidiva, poiché i reati commessi non sono legati a difficoltà economiche o motivi patrimoniali. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la misura cautelare e ha condannato L'Imputato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Liberazione anticipata negata: violare i domiciliari costa caro
Il Tribunale di sorveglianza di Roma ha negato la liberazione anticipata a una condannata per due semestri trascorsi agli arresti domiciliari, a causa di ripetute violazioni delle prescrizioni imposte. La donna ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che le violazioni non dimostrassero una mancata volontà di risocializzazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che, in regime di arresti domiciliari, il rispetto delle prescrizioni è fondamentale per valutare la condotta. Le violazioni commesse escludono la partecipazione attiva al percorso rieducativo, rendendo legittimo il diniego del beneficio. La ricorrente è stata condannata anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Evasione dai domiciliari: sì alla particolare tenuità del fatto
Il Detenuto Domiciliare è stato condannato per il reato di evasione perché non ha risposto al citofono durante un controllo dei Carabinieri. La difesa ha sostenuto che l'uomo fosse in casa e che avesse lasciato un cartello per i militari, ma i giudici d'appello hanno ritenuto integrato il reato. La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità per l'evasione, ma ha accolto il ricorso riguardo alla mancata applicazione della causa di non punibilità per la particolare tenuità del fatto. I giudici di secondo grado avevano escluso questo beneficio basandosi su generici precedenti penali. La Cassazione ha chiarito che i precedenti escludono la particolare tenuità del fatto solo se il soggetto è un delinquente abituale o ha commesso reati della stessa indole. La sentenza è stata annullata con rinvio su questo specifico punto.
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Custodia cautelare in carcere: quando i domiciliari bastano
L'Indagato, accusato di frode fiscale e autoriciclaggio tramite una rete di società cartiere, ha impugnato l'ordinanza del Tribunale del Riesame che disponeva la custodia cautelare in carcere. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso, annullando la decisione limitatamente alla scelta della misura restrittiva. I giudici di legittimità hanno stabilito che, per i reati privi di presunzione assoluta di adeguatezza del carcere, il giudice deve motivare in modo rigoroso e specifico perché gli arresti domiciliari, anche con braccialetto elettronico, siano inadeguati. Di conseguenza, la Suprema Corte ha rinviato il caso al Tribunale di Milano per una nuova valutazione sulla misura idonea, confermando però la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza.
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Custodia cautelare in carcere: no ai domiciliari fuori regione
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di numerosi reati di spaccio di stupefacenti. L'imputato aveva richiesto la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari da scontare fuori regione, presso l'abitazione della sorella, ritenendo tale misura sufficiente a neutralizzare il pericolo di reiterazione del reato. I giudici di merito hanno però respinto la richiesta, evidenziando la spiccata pericolosità sociale del soggetto, desunta da plurimi precedenti specifici e dalla sua dedizione professionale allo spaccio. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che la custodia cautelare in carcere è l'unica misura idonea a fronteggiare l'elevato rischio di recidiva, rendendo irrilevante la distanza geografica del domicilio proposto.
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Fuga dai domiciliari: niente attenuanti generiche per l’evaso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato che contestava il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. L'uomo, dopo essersi allontanato dal luogo degli arresti domiciliari, era rimasto irreperibile per ben sette mesi. I giudici hanno confermato che una fuga così prolungata dimostra una particolare intensità del dolo, rendendo impossibile qualsiasi riduzione della pena. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Evasione dai domiciliari: negata la particolare tenuità del fatto
Una donna, sottoposta alla misura cautelare degli arresti domiciliari, si è allontanata dalla propria abitazione per incontrare una coimputata dello stesso reato. Accusata di evasione, ha richiesto l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della difesa. I giudici hanno chiarito che l'allontanamento dal domicilio non può essere considerato un fatto di minima offensività quando finalizzato a incontrare un complice, poiché tale condotta aggrava il pericolo per le indagini e la giustizia. Di conseguenza, la ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Evasione dagli arresti domiciliari: un breve incontro costa caro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per il reato di evasione. I due individui, sottoposti alla misura degli arresti domiciliari, si erano allontanati dalle rispettive abitazioni per incontrarsi. La difesa sosteneva la scarsa offensività del gesto a causa del limitato allontanamento temporale e spaziale. La Suprema Corte ha invece confermato la sussistenza del reato, ribadendo che anche un breve allontanamento configura l'evasione dagli arresti domiciliari, specialmente se finalizzato all'incontro tra i due coimputati. I ricorsi sono stati giudicati inammissibili poiché riproponevano questioni di fatto già ampiamente risolte nei gradi precedenti. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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No alla particolare tenuità del fatto se si violano i domiciliari
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un uomo condannato per aver violato le prescrizioni degli arresti domiciliari. Il ricorrente invocava lo stato di necessità e richiedeva l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. I giudici di legittimità hanno confermato la decisione della Corte d'Appello, rilevando che la condotta non era occasionale. L'imputato aveva infatti tenuto comportamenti ripetutamente contrari alle prescrizioni della misura cautelare, escludendo così la particolare tenuità del fatto. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Evasione dagli arresti domiciliari: il silenzio costa caro
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a un anno di reclusione per il reato di evasione dagli arresti domiciliari nei confronti di un uomo che, durante un controllo notturno dei Carabinieri alle ore 02:25, non aveva risposto al citofono. La difesa sosteneva che l'imputato potesse trovarsi in casa e non aver sentito il campanello, chiedendo inoltre l'esclusione della recidiva per prescrivere il reato. I giudici hanno rigettato il ricorso: il citofono era perfettamente udibile dall'esterno e la condotta si inserisce in un quadro di ripetute violazioni delle prescrizioni. La Cassazione ha ribadito che la mancata risposta al citofono in ora notturna, unita alla verificata funzionalità dell'apparecchio, giustifica la condanna per evasione dagli arresti domiciliari, confermando l'attuale pericolosità sociale del soggetto.
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Evasione dagli arresti domiciliari: il citofono non basta
Il caso riguarda un uomo accusato del reato di evasione dagli arresti domiciliari perché non aveva risposto al citofono durante un controllo notturno della polizia. I giudici di merito lo avevano condannato, ritenendo che spettasse a lui dimostrare un eventuale guasto dell'apparecchio. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso della difesa. I verbali delle forze dell'ordine evidenziavano infatti l'impossibilità di verificare il reale funzionamento del citofono, poiché il portone del pianerottolo era chiuso a chiave e impediva l'accesso alla porta dell'abitazione. Di conseguenza, la mancata risposta non poteva provare con certezza l'allontanamento del soggetto. La Suprema Corte ha quindi annullato la condanna, disponendo un nuovo processo.
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Violazione degli arresti domiciliari: dal barbecue al carcere
Un uomo sottoposto alla misura degli arresti domiciliari all'interno della propria casa mobile, situata in un campo nomadi, ha subito l'aggravamento della misura con la custodia in carcere. Le forze dell'ordine hanno accertato la violazione degli arresti domiciliari poiché l'indagato si muoveva liberamente nel campo, fuori dalla sua abitazione, e accoglieva ospiti organizzando feste e barbecue nonostante il divieto di comunicazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'uomo, confermando che il luogo di detenzione coincide esclusivamente con la singola casa mobile e non con l'intero campo nomadi. Di conseguenza, lo spostamento ingiustificato e l'organizzazione di eventi sociali escludono la lieve entità dell'infrazione, rendendo inevitabile il trasferimento in carcere per l'inidoneità della misura domiciliare.
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Evasione dagli arresti domiciliari: la scusa del cane non salva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo accusato di evasione dagli arresti domiciliari. L'imputato si era allontanato dalla propria abitazione giustificando il gesto con la necessità di recuperare il proprio cane fuggito. Tuttavia, le forze dell'ordine lo hanno sorpreso a intrattenersi in strada con un soggetto pregiudicato. I giudici hanno ritenuto irrilevante la giustificazione del cane e hanno escluso l'applicazione della particolare tenuità del fatto, considerando la gravità dell'allontanamento e la frequentazione non consentita. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna del ricorrente, ordinando anche il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Reato di evasione: la strada non è la soglia di casa
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di evasione a carico di un uomo sottoposto agli arresti domiciliari. Il soggetto sosteneva di essersi fermato solo sulla soglia di casa, configurando una semplice violazione delle prescrizioni. Tuttavia, i giudici hanno accertato che l'uomo si trovava in mezzo alla strada di notte a parlare con estranei. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, escludendo la particolare tenuità del fatto e le attenuanti generiche a causa dei precedenti penali per spaccio e furto. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Custodia cautelare in carcere: dal bunker sotterraneo alla cella
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo sorpreso con un sofisticato laboratorio sotterraneo di marijuana nella sua proprietà. Le forze dell'ordine hanno scoperto, tramite una botola, quattro stanze videosorvegliate contenenti quasi trenta chili di droga, attrezzature per il confezionamento, appunti contabili e diverse armi clandestine. L'indagato ha richiesto la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che la custodia cautelare in carcere è l'unica misura idonea. Il domicilio dell'indagato, infatti, coincideva con il luogo in cui veniva gestita l'attività illecita, rendendo gli arresti domiciliari del tutto inadeguati a prevenire il pericolo che il soggetto tornasse a delinquere.
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Custodia cautelare in carcere: no ai domiciliari nel bunker
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo contro l'ordinanza che disponeva la custodia cautelare in carcere. Le forze dell'ordine avevano scoperto sul terreno del proprietario un sofisticato laboratorio sotterraneo, accessibile tramite una botola e videosorvegliato, adibito alla coltivazione e al confezionamento di marijuana. Sono stati sequestrati quasi trenta chili di droga, bilance, libri contabili e diverse armi clandestine con matricola abrasa. La difesa chiedeva la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari. La Suprema Corte ha confermato la custodia cautelare in carcere, ritenendo la detenzione domiciliare del tutto inidonea a prevenire il rischio di recidiva, poiché l'attività illecita professionale veniva svolta proprio all'interno della proprietà dell'indagato.
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