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Appello De Libertate

11 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Mezzo di impugnazione previsto dall'art. 310 del codice di procedura penale, esperibile avverso le ordinanze in materia di misure cautelari personali diverse da quelle per cui è previsto il riesame.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Appello cautelare del Pubblico Ministero e pericolo di recidiva
La Procura chiedeva la custodia in carcere per un indagato accusato di ventisette reati gravi, tra cui estorsione, spaccio di stupefacenti e intestazione fittizia. Il Giudice per le Indagini Preliminari respingeva la richiesta e il Tribunale del Riesame confermava il diniego, basandosi unicamente sul tempo trascorso dai fatti e trascurando i gravi indizi delle imputazioni maggiori, i precedenti penali e la passata latitanza dell'indagato. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'accusa. La Suprema Corte ha stabilito che nell'appello cautelare del Pubblico Ministero i giudici devono rivalutare l'intera vicenda da capo, verificando la gravità concreta dei fatti e la reale attualità del pericolo di recidiva, senza scorciatoie processuali.
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Gravi indizi di colpevolezza: no al carcere su mere presunzioni
Un cittadino veniva accusato di concorso in rapina e ricettazione per aver guidato l'automobile rubata usata durante un colpo in un centro scommesse. Il Giudice per le indagini preliminari rigettava la custodia cautelare, ma il Tribunale del riesame, su appello del Pubblico Ministero, ordinava il carcere basandosi su intercettazioni e riprese di videosorveglianza. La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza con rinvio. La Suprema Corte ha chiarito che non sussistevano sufficienti gravi indizi di colpevolezza. I giudici di merito hanno infatti interpretato in modo unilaterale le conversazioni tra gli indagati e hanno costruito l'accusa su una illegittima doppia presunzione, violando il principio di certezza dell'indizio.
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Tentato omicidio e carcere: la Cassazione annulla l’ordinanza
La Corte di Cassazione ha annullato la misura della custodia cautelare in carcere disposta nei confronti del Presunto Mandante per l'ipotesi di tentato omicidio. Inizialmente, il Giudice per le Indagini Preliminari aveva escluso il reato tentato, qualificando la condotta dei presunti sicari come semplice fase preparatoria non punibile, poiché l'agguato non era mai iniziato per la presenza delle Forze dell'Ordine. Successivamente, il Tribunale del Riesame aveva ribaltato la decisione accogliendo l'appello del Pubblico Ministero, sostenendo che gli esecutori fossero usciti di casa avviando l'azione criminosa. La Suprema Corte ha accolto il ricorso della difesa, rilevando che l'ipotesi di tentato omicidio si fondava su ricostruzioni congetturali e intercettazioni equivoche. La decisione è stata annullata con rinvio per un nuovo giudizio.
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Custodia cautelare in carcere: annullata senza prove certe
Il Giudice per le indagini preliminari rigettava la richiesta di arresto per un presunto traffico internazionale di stupefacenti a causa del tempo trascorso dai fatti. Il Pubblico Ministero proponeva appello e il Tribunale del Riesame disponeva la custodia cautelare in carcere a carico dell'indagato, attribuendogli uno specifico pseudonimo utilizzato in chat criptate. La difesa ricorreva per Cassazione lamentando la totale assenza di motivazione sull'identificazione dell'utilizzatore del dispositivo. La Suprema Corte ha accolto il ricorso e ha annullato l'ordinanza con rinvio. Il giudice dell'appello cautelare ha il dovere di valutare autonomamente e motivare in modo rigoroso tutti i presupposti della misura, compresa l'effettiva riconducibilità delle comunicazioni all'indagato.
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Gravi indizi di colpevolezza: la condanna blocca la revoca
L'Imputato, accusato di tentato furto in abitazione aggravato, ha richiesto la revoca della misura cautelare del divieto di dimora. Il Tribunale del riesame ha rigettato la richiesta poiché, nel frattempo, l'uomo era stato condannato in primo grado per lo stesso reato. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che una sentenza di condanna, anche se non ancora definitiva, impedisce al giudice della libertà di rivalutare i gravi indizi di colpevolezza, a meno che non emergano prove del tutto nuove. Inoltre, la Suprema Corte ha respinto la tesi difensiva secondo cui lo stato di povertà potesse giustificare il furto come stato di necessità, definendola un'ipotesi astratta e non dimostrata. Di conseguenza, la misura cautelare resta confermata e l'uomo deve pagare le spese processuali.
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Manager minaccia dipendente: licenziamento non evita la custodia cautelare
Un responsabile d'azienda, accusato di aver intimidito un dipendente con l'aiuto di soggetti legati a un clan mafioso per recuperare un danno economico, si è visto aggravare la misura cautelare dagli arresti domiciliari al carcere. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, respingendo il ricorso dell'indagato. Secondo i giudici, il licenziamento subito dopo i fatti non era sufficiente a ridurre la sua pericolosità sociale. La gravità dei fatti e i legami con la criminalità organizzata hanno reso la **custodia cautelare in carcere** l'unica misura adeguata a prevenire la commissione di altri reati, applicando la presunzione di legge prevista per i delitti con aggravante mafiosa.
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Tempo silente e custodia cautelare per mafia
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia in carcere per un indagato accusato di associazione mafiosa, rigettando il ricorso basato sul cosiddetto tempo silente. La difesa sosteneva che il lungo periodo trascorso dai fatti e l'archiviazione di un reato connesso dovessero portare alla scarcerazione. Tuttavia, la Suprema Corte ha stabilito che il giudicato cautelare impedisce di riproporre argomenti già valutati e che il solo decorso del tempo non è sufficiente a dimostrare la rottura dei legami con il clan, specialmente in contesti di criminalità organizzata radicata.
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Appello Cautelare: Nuove prove e reati associativi
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un indagato in custodia cautelare per associazione mafiosa ed estorsione. L'indagato aveva presentato, in sede di appello cautelare, nuove prove consistenti in dichiarazioni delle presunte vittime di estorsione che lo scagionavano. La Corte ha ritenuto che tali elementi, presentati in modo generico, non fossero sufficienti a scalfire il quadro indiziario complessivo, né a superare la presunzione di pericolosità legata al reato associativo, confermando così la misura della custodia in carcere.
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Custodia Cautelare: la Cassazione sui poteri del Riesame
La Corte di Cassazione conferma un'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Tribunale del riesame in riforma di una decisione del GIP. La sentenza chiarisce i termini perentori per il deposito delle memorie difensive nell'appello cautelare (ex art. 310 c.p.p.) e ribadisce che la valutazione dei gravi indizi di colpevolezza, se logicamente motivata, non è sindacabile in sede di legittimità. Il caso riguardava gravi reati, tra cui porto d'armi ed estorsione, aggravati dal contesto mafioso.
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Attenuazione esigenze cautelari: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato contro la decisione del Tribunale della Libertà di ripristinare la custodia in carcere. Il caso verteva sulla corretta valutazione dei presupposti per l'attenuazione esigenze cautelari. La Corte ha stabilito che il mero decorso del tempo e l'assenza di condotte di evasione non sono elementi sufficienti per giustificare una misura meno afflittiva, soprattutto a fronte della gravità dei reati e del rinvio a giudizio dell'imputato, considerato un fattore aggravante.
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Motivazione misura cautelare: quando è valida?
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso contro un'ordinanza che applicava una misura cautelare per rapina. La sentenza sottolinea che la motivazione della misura cautelare è valida anche quando 'ribalta' una precedente decisione di rigetto, purché il giudice dell'appello effettui una valutazione completa e logica di tutti gli indizi disponibili, senza che sia necessaria una 'motivazione rafforzata'.
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