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Affectio Societatis

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733 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Misure cautelari personali: il carcere vince sui domiciliari
Una donna, indagata per associazione finalizzata al traffico di droga, ha impugnato l'ordinanza di custodia cautelare. La difesa sosteneva l'assenza di prove sulla sua partecipazione stabile all'organizzazione, chiedendo la sostituzione del carcere con gli arresti domiciliari. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno confermato la legittimità delle misure cautelari personali applicate, evidenziando che le intercettazioni dimostravano chiaramente il ruolo di gestione della cassa del gruppo criminale. La Cassazione ha chiarito che la valutazione delle prove spetta ai giudici di merito e che il pericolo di reiterazione del reato giustifica ampiamente la restrizione della libertà, condannando la ricorrente anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Spaccio e gravi indizi di colpevolezza: il ricorso è respinto
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia cautelare in carcere per l'Indagato, accusato di far parte di un'associazione dedita al traffico di droga e di gestire una piazza di spaccio. L'Indagato ricorreva in Cassazione, sostenendo l'assenza di gravi indizi di colpevolezza riguardo alla sua reale partecipazione al sodalizio criminale e contestando l'interpretazione delle intercettazioni telefoniche. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la valutazione dei gravi indizi di colpevolezza e l'interpretazione delle intercettazioni spettano esclusivamente ai giudici di merito, purché la motivazione sia logica e coerente. Di conseguenza, l'Indagato rimane in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Traffico di stupefacenti: il fornitore finisce in carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di far parte di un associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. L indagato, ritenuto il fornitore stabile del gruppo criminale, sosteneva di essere un semplice venditore esterno e non un membro attivo del sodalizio, evidenziando la mancanza di un rapporto di fornitura esclusiva. I giudici hanno invece stabilito che, per configurare la partecipazione all associazione, non serve l esclusivita del rapporto. E sufficiente che vi sia una disponibilita costante a rifornire il gruppo, unita alla consapevolezza di favorire l attivita criminale comune. Di conseguenza, il ricorso del fornitore e stato rigettato, confermando la misura cautelare.
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In carcere l’insospettabile: gravi indizi di colpevolezza
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un soggetto accusato di far parte di un sodalizio mafioso e di traffico di stupefacenti. La difesa contestava la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, sostenendo che i rapporti tra l'indagato e il presunto boss fossero di natura puramente commerciale e che il gruppo non avesse una reale forza intimidatrice. I giudici di legittimità hanno respinto il ricorso, evidenziando come l'indagato fungesse da intermediario e avesse messo a disposizione la propria casa per i vertici del clan. La Corte ha chiarito che la valutazione dei gravi indizi di colpevolezza richiede una prognosi di qualificata probabilità di condanna, ampiamente soddisfatta in questo caso grazie alle intercettazioni e ai riscontri sul territorio.
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Custodia cautelare in carcere: basta la fiducia, no al rito
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della custodia cautelare in carcere nei confronti di un indagato accusato di far parte di un'associazione mafiosa e di una dedita al narcotraffico. La difesa sosteneva l'assenza di prove di un'affiliazione formale e la mancanza di reati specifici commessi dall'indagato. I giudici hanno chiarito che, per applicare la custodia cautelare in carcere, non serve un rito formale di ingresso nel clan, né la commissione di singoli reati. È sufficiente la costante messa a disposizione del gruppo, dimostrata dalla partecipazione a riunioni operative in cui si pianificavano lo spaccio e il sostentamento dei detenuti. Il ricorso è stato quindi rigettato.
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Traffico di stupefacenti: il vincolo familiare non salva
La Corte di Cassazione ha esaminato i ricorsi di diversi imputati condannati per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e singoli episodi di spaccio. Gli imputati contestavano la sussistenza del vincolo associativo, sostenendo che si trattasse di semplice concorso di persone e che i legami familiari tra alcuni di loro escludessero l'esistenza di una vera struttura criminale. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi. I giudici hanno chiarito che l'esistenza di una stabile organizzazione, l'uso di un linguaggio cifrato e di basi logistiche dimostrano l'associazione. Inoltre, il vincolo familiare non esclude il reato, ma può rendere il sodalizio ancora più pericoloso. Di conseguenza, le condanne sono state confermate e i ricorrenti condannati alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Socio o no? Associazione finalizzata al traffico di stupefacenti
Il Tribunale del Riesame ha confermato la misura degli arresti domiciliari per il Fornitore, accusato di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Inizialmente, la difesa sosteneva che il rapporto fosse di mera fornitura occasionale. Tuttavia, i giudici hanno valorizzato le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia e alcune intercettazioni telefoniche. Da queste emergeva un debito di ben 70.000 euro contratto dal Capo Clan e la richiesta della moglie di quest'ultimo di ricevere un mantenimento mensile dal Fornitore. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Fornitore, confermando che la stabilità del rapporto e l'esclusività della fornitura dimostrano l'effettiva partecipazione al sodalizio criminale, giustificando così la misura cautelare applicata.
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Associazione finalizzata al traffico di stupefacenti: i paletti
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia in carcere per un indagato accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e di due episodi di spaccio avvenuti a distanza di quattro giorni. L'indagato ricorreva in Cassazione, lamentando l'assenza di prove sulla sua stabile appartenenza al gruppo criminale. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che la semplice commissione di singoli reati di spaccio non basta a dimostrare la partecipazione all'associazione criminale. Occorre un elemento aggiuntivo che provi il contributo stabile e volontario del soggetto al sodalizio. La Cassazione ha quindi annullato l'ordinanza, rinviando il caso al Tribunale per un nuovo esame.
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Custodia cautelare per associazione mafiosa: il tempo non basta
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare per associazione mafiosa a carico di un indagato, ritenuto affiliato a una cosca locale. La difesa sosteneva l'insufficienza della sola affiliazione formale e l'estinzione delle esigenze cautelari per via del tempo silente di tre anni tra i fatti e l'arresto. I giudici hanno invece stabilito che la partecipazione formale, i riti di battesimo e il rispetto delle regole del clan dimostrano una stabile messa a disposizione. Inoltre, per i reati di stampo mafioso, la presunzione di pericolosità sociale non viene meno con il semplice decorso del tempo, ma richiede la prova di una reale dissociazione o dello scioglimento del sodalizio. Il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Interdizione dai pubblici uffici: condanna automatica oltre i 5 anni
Il Procuratore Generale ha impugnato la sentenza della Corte d'Appello che, pur avendo condannato Il Partecipante a una pena superiore a cinque anni di reclusione per associazione finalizzata al traffico di droga, aveva omesso di applicare la sanzione dell'interdizione dai pubblici uffici. Il Partecipante ha proposto ricorso contestando la sussistenza del vincolo associativo e l'attendibilità dei collaboratori di giustizia. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Procuratore Generale, confermando che l'interdizione dai pubblici uffici è un effetto automatico e obbligatorio della legge per condanne superiori a cinque anni. Ha invece rigettato il ricorso del Partecipante, ritenendo la motivazione d'appello solida e coerente riguardo alla sua colpevolezza e al ruolo di custode della droga.
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Associazione finalizzata al traffico di stupefacenti: stop
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di alcuni imputati condannati per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. I giudici di merito avevano ritenuto provata l'esistenza di una stabile organizzazione criminale basandosi su intercettazioni, contatti telefonici e un singolo episodio di trasporto di droga. La Cassazione ha annullato con rinvio la condanna per il reato associativo nei confronti di tre imputati. La Suprema Corte ha chiarito che la commissione di un singolo reato-fine non dimostra automaticamente l'esistenza di un sodalizio stabile, richiedendo invece la prova rigorosa di una struttura organizzativa e di un programma criminoso indeterminato. È stato invece rigettato il ricorso di un altro imputato, la cui responsabilità per il singolo trasporto è stata confermata.
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Traffico di stupefacenti: dal semplice spaccio al carcere sicuro
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia cautelare in carcere per Il Ricorrente, accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e spaccio. Il Ricorrente proponeva ricorso per cassazione, sostenendo l'assenza di gravi indizi e contestando la sua partecipazione all'organizzazione, definendo il suo ruolo come un semplice rapporto di compravendita durato solo otto mesi. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la stabilità del vincolo associativo non dipende dalla durata delle indagini e che l'attività di spaccio sistematica, unita alla disponibilità nei momenti di crisi del gruppo, dimostra la piena inserzione nell'organizzazione criminale. Di conseguenza, Il Ricorrente resta in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Carcere per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'indagata contro la custodia cautelare in carcere per il reato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e spaccio. I giudici hanno confermato la gravità degli indizi. L'indagata non si limitava a singoli episodi, ma gestiva attivamente la contabilità dello spaccio e intratteneva i clienti. La Suprema Corte ha ribadito che la partecipazione all'associazione criminale può essere dimostrata attraverso comportamenti concreti (facta concludentia), come la divisione dei compiti e la gestione dei conti. Inoltre, per questo tipo di reato opera una presunzione di adeguatezza della custodia in carcere, non superata dalla difesa. L'indagata perde il ricorso e viene condannata al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Custodia cautelare in carcere: il silenzio non cancella la mafia
La Corte di Cassazione ha confermato l'ordinanza del Tribunale del Riesame che disponeva la custodia cautelare in carcere per un giovane indagato di associazione mafiosa. Inizialmente, il GIP aveva respinto la richiesta del Pubblico Ministero valorizzando il "tempo silente", ossia il periodo trascorso senza nuove condotte criminose. Tuttavia, i giudici di legittimità hanno chiarito che, per il reato di associazione di stampo mafioso, opera una forte presunzione di pericolosità. Il mero decorso del tempo e l'assenza di nuovi episodi delittuosi non bastano a superare questa presunzione, specialmente se emerge una stabile vicinanza al clan e la disponibilità di armi. Di conseguenza, la custodia cautelare in carcere rimane la misura idonea.
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Traffico di stupefacenti: basta un mese per l’associazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto accusato di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Il ricorrente sosteneva che la sua attività di fornitore di marijuana, limitata a soli due mesi e a quattro episodi, non dimostrasse la sua reale appartenenza al gruppo criminale per mancanza di affectio societatis. I giudici hanno invece chiarito che anche un breve periodo di collaborazione configura il reato associativo se esiste un sistema di fornitura collaudato e stabile, caratterizzato da transazioni di ingenti quantitativi di droga. Di conseguenza, la misura cautelare della custodia in carcere è stata confermata e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Concorso esterno in associazione mafiosa: da vittima a complice
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imprenditore del settore del gioco d'azzardo, confermando la misura cautelare degli arresti domiciliari. L'indagato era accusato di concorso esterno in associazione mafiosa per aver stretto un accordo con un clan della 'ndrangheta. L'imprenditore installava slot machine alterate e non collegate alla rete nazionale, versando parte dei guadagni illeciti alla cosca in cambio del monopolio commerciale sul territorio e di protezione. La difesa sosteneva che i versamenti fossero frutto di estorsione subita. I giudici hanno invece confermato che il patto di reciproco vantaggio (monopolio per l'imprenditore e finanziamento per il clan) configura pienamente il reato, escludendo lo stato di soggezione coatta. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Fisco e clan: concorso esterno in associazione mafiosa
Un commercialista è stato condannato per concorso esterno in associazione mafiosa per aver messo sistematicamente le proprie competenze professionali a disposizione di esponenti della criminalità organizzata. Il professionista suggeriva intestazioni fittizie di beni, strategie di evasione fiscale e facilitava l'acquisizione di attività commerciali per favorire il clan. La difesa sosteneva l'assenza di un contributo concreto, evidenziando che alcune condotte non si erano realizzate o avevano portato ad assoluzioni specifiche. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la condanna a 10 anni e 8 mesi di reclusione. La Corte ha stabilito che la sistematica messa a disposizione delle competenze professionali per eludere la legge configura il reato, poiché consolida e rafforza l'associazione criminale, a prescindere dall'effettiva realizzazione dei singoli reati di scopo.
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Favoreggiamento dell’immigrazione clandestina: pene ridotte
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un gruppo criminale dedito al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Gli imputati prelevavano migranti somali dai centri di accoglienza, li trattenevano in condizioni precarie ed estorcevano denaro per il loro trasferimento. Tra i ricorrenti, i conducenti sostenevano di aver agito come semplici tassisti abusivi senza consapevolezza associativa. La Suprema Corte ha confermato la responsabilità penale per associazione a delinquere e favoreggiamento, ma ha accolto parzialmente i ricorsi escludendo le aggravanti relative all'uso di documenti falsi e trasporti internazionali. Tale decisione recepisce la sentenza n. 63/2022 della Corte Costituzionale, che ha dichiarato illegittime tali aggravanti. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la sentenza limitatamente a queste aggravanti, estendendo l'effetto favorevole a tutti i coimputati e rinviando alla Corte d'appello per la rideterminazione della pena.
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Associazione di stampo mafioso: tra indizi passati e carcere
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare in carcere nei confronti di un indagato, accusato di partecipazione a un'associazione di stampo mafioso, detenzione abusiva di armi e rapina aggravata. La difesa contestava la gravità degli indizi, evidenziando l'assenza di dichiarazioni specifiche da parte dei collaboratori di giustizia e la mancanza di attualità delle esigenze cautelari, dato che gli elementi raccolti risalivano ad anni precedenti. I giudici hanno respinto il ricorso, stabilendo che lo stabile inserimento nel clan è dimostrato da precisi indicatori logici, come il ruolo di sentinella e custode delle armi. Inoltre, l'assenza di elementi di recesso e la perdurante operatività del gruppo criminale giustificano il mantenimento della custodia cautelare, operando la presunzione di pericolosità prevista dalla legge per questo tipo di reati.
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Reato continuato: la Cassazione corregge la pena per ricettazione
Quattro imputati sono stati condannati in appello per spaccio, estorsione e ricettazione. Tre di loro hanno impugnato la condanna contestando l'appartenenza all'associazione criminale, ma la Cassazione ha ritenuto i loro ricorsi inammissibili, confermando lo stabile inserimento nel gruppo. Il quarto imputato, invece, ha contestato il calcolo della pena per reato continuato. La Suprema Corte ha accolto parzialmente il suo ricorso: i giudici di merito hanno erroneamente individuato come reato più grave la partecipazione all'associazione (punita fino a cinque anni) anziché la ricettazione (punita fino a otto anni). La sentenza è stata quindi annullata limitatamente al trattamento sanzionatorio per questo imputato, con rinvio alla Corte d'appello per la rideterminazione della pena.
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