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Transfer pricing: Azienda vince, ma l’onere della prova si ribalta

L’Agenzia delle Entrate contestava a un’Azienda l’applicazione di prezzi inferiori al “valore normale” (il prezzo di mercato) nelle operazioni di transfer pricing con le sue filiali estere, per l’IRAP 2004. La Commissione Tributaria Regionale aveva dato ragione all’Azienda, ritenendo che l’Agenzia non avesse provato l’elusione fiscale. La Cassazione ha ribaltato questa decisione. Ha chiarito che la norma sul transfer pricing non è una clausola antielusiva: l’Amministrazione non deve provare l’intento elusivo, ma solo l’esistenza di transazioni a prezzi non di mercato. Spetta all’Azienda dimostrare che i prezzi erano “normali”. Tuttavia, la Cassazione ha accolto il ricorso dell’Azienda per un vizio procedurale: l’accertamento non era “a tavolino” e, quindi, l’Azienda aveva diritto a un contraddittorio preventivo non rispettato. La causa è stata decisa nel merito a favore dell’Azienda.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Civile Sez. 5 Num. 26695 Anno 2022
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Pubblicato il 4 settembre 2026 in Giurisprudenza Tributaria

Il Transfer pricing e il Fisco: un equilibrio delicato

Il tema del transfer pricing (o prezzi di trasferimento) è uno dei più complessi e dibattuti nel diritto tributario internazionale. Riguarda le transazioni commerciali tra aziende che fanno parte dello stesso gruppo, ma che operano in Paesi diversi. La corretta applicazione di questi prezzi è cruciale per determinare il reddito imponibile di ciascuna entità e, di conseguenza, le imposte dovute. Una recente sentenza della Cassazione ha fornito importanti chiarimenti su chi debba dimostrare la correttezza di tali prezzi e sull’importanza del diritto al contraddittorio preventivo. Questo caso offre spunti fondamentali per le aziende che operano a livello globale.

Il caso: prezzi di trasferimento sotto la lente del Fisco

La vicenda ha origine da un accertamento fiscale. L’Amministrazione finanziaria contestava a un’Azienda di aver applicato prezzi inferiori al “valore normale” (il prezzo di mercato) nelle operazioni di vendita con le sue filiali estere. Questo avrebbe portato a un minor reddito imponibile in Italia e, quindi, a un minor versamento dell’IRAP per l’anno 2004. L’Azienda si è difesa sostenendo la correttezza dei propri prezzi. La Commissione Tributaria Regionale (CTR) aveva inizialmente dato ragione all’Azienda. La CTR aveva ritenuto che l’Amministrazione finanziaria non avesse fornito prove sufficienti dell’elusione fiscale e che non avesse correttamente comparato i prezzi con quelli di mercato. L’Agenzia delle Entrate ha quindi presentato ricorso in Cassazione.

Il valore normale: cosa significa per il transfer pricing?

Il concetto di “valore normale” è centrale nel transfer pricing. L’articolo 110, comma 7, del TUIR (Testo Unico delle Imposte sui Redditi) stabilisce che i componenti del reddito derivanti da operazioni con società estere controllate o collegate devono essere valutati in base al valore normale. Questo valore rappresenta il prezzo o il corrispettivo che sarebbe stato praticato per beni o servizi simili, in condizioni di libera concorrenza e tra aziende indipendenti. La determinazione del valore normale deve tenere conto di listini, tariffe, mercuriali e sconti d’uso. L’obiettivo è prevenire che le aziende manipolino i prezzi interni al gruppo per spostare i profitti verso giurisdizioni con tassazione più favorevole.

L’onere della prova nel transfer pricing: chi deve dimostrare cosa?

Uno dei punti chiave della sentenza riguarda l’onere della prova. La CTR aveva ritenuto che la norma sul transfer pricing fosse una “clausola antielusiva”. Questo implicava che l’Amministrazione finanziaria dovesse dimostrare l’intento elusivo dell’Azienda. La Cassazione ha smentito questa interpretazione. Ha chiarito che la disciplina del transfer pricing non richiede all’Amministrazione di provare l’intento elusivo. L’Amministrazione deve solo dimostrare l’esistenza di transazioni tra imprese collegate a un prezzo apparentemente inferiore al valore normale. A quel punto, l’onere di dimostrare che tali transazioni sono avvenute a valori di mercato considerati normali spetta al contribuente. Questo principio si basa sulla “vicinanza della prova”: il contribuente è nella posizione migliore per fornire la documentazione e le giustificazioni relative ai prezzi applicati.

Il contraddittorio preventivo: un diritto fondamentale del contribuente

Un altro aspetto cruciale affrontato dalla Cassazione riguarda il “contraddittorio preventivo”. Si tratta del diritto del contribuente di essere ascoltato e di presentare le proprie osservazioni all’Amministrazione finanziaria prima che venga emesso un atto impositivo, come un avviso di accertamento. Nel caso specifico, l’accertamento era scaturito da un processo verbale di constatazione redatto a seguito di un accesso presso l’Azienda per acquisizione documentale. La CTR aveva erroneamente qualificato questo accertamento come “a tavolino” (cioè basato solo su documenti già in possesso dell’Amministrazione), negando così l’applicabilità del termine dilatorio (un periodo di tempo per la difesa) previsto dalla legge. La Cassazione ha ribadito che il contraddittorio preventivo è obbligatorio anche per gli accertamenti basati su accessi e acquisizioni documentali, salvo specifiche ragioni di urgenza. La sua omissione rende illegittimo l’atto impositivo.

Le motivazioni della Cassazione sul transfer pricing

La Suprema Corte ha accolto il ricorso dell’Amministrazione finanziaria riguardo al principio dell’onere della prova nel transfer pricing. Ha sottolineato che la CTR aveva ignorato l’evoluzione della giurisprudenza, che non considera più l’articolo 110, comma 7, TUIR, come una clausola antielusiva che impone all’Amministrazione di provare l’intento elusivo. Invece, l’Amministrazione deve solo accertare l’esistenza di prezzi non conformi al valore normale, e spetta al contribuente dimostrarne la correttezza. La Cassazione ha anche criticato la motivazione “per relationem” (per rinvio) della CTR, che aveva acriticamente recepito le tesi dell’Azienda senza un’autonoma valutazione critica. Tuttavia, la Corte ha anche accolto il ricorso incidentale dell’Azienda. Questo riguardava la violazione del diritto al contraddittorio preventivo. L’accertamento non era “a tavolino” e l’Azienda avrebbe dovuto avere il tempo per difendersi prima della notifica dell’avviso.

Le conclusioni: l’Azienda vince, ma con importanti chiarimenti sul transfer pricing

In definitiva, la Cassazione ha cassato la decisione della CTR. Ha accolto il ricorso principale dell’Amministrazione finanziaria sui principi relativi al transfer pricing e all’onere della prova. Ha però anche accolto il ricorso incidentale condizionato dell’Azienda, riconoscendo la violazione del diritto al contraddittorio preventivo. Poiché la questione del contraddittorio era preliminare e non richiedeva ulteriori accertamenti di fatto, la Corte ha deciso la causa nel merito. Ha accolto l’originario ricorso dell’Azienda contribuente. Questo significa che, pur avendo la Cassazione stabilito principi importanti a favore del Fisco in materia di transfer pricing e onere della prova, l’Azienda ha comunque vinto la causa specifica a causa di un vizio procedurale dell’Amministrazione finanziaria. Le spese di giudizio sono state compensate tra le parti.

Cos’è il transfer pricing e perché è importante per le aziende?
Il transfer pricing riguarda i prezzi delle transazioni tra aziende dello stesso gruppo, ma situate in Paesi diversi. È fondamentale perché influenza il reddito imponibile di ciascuna azienda e, di conseguenza, le tasse da pagare in ogni giurisdizione.

Chi deve dimostrare che i prezzi di trasferimento sono corretti in caso di contestazione?
In base alla giurisprudenza della Cassazione, spetta all’azienda (contribuente) dimostrare che i prezzi applicati nelle operazioni infragruppo sono in linea con il “valore normale”, cioè i prezzi che sarebbero stati praticati tra aziende indipendenti.

Cos’è il contraddittorio preventivo e quando è obbligatorio?
Il contraddittorio preventivo è il diritto del contribuente di essere ascoltato e di presentare le proprie ragioni all’Amministrazione finanziaria prima che venga emesso un avviso di accertamento. È obbligatorio, salvo urgenze, anche per gli accertamenti basati su documenti acquisiti presso l’azienda.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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